• mercoledì 26 aprile 2017

L’INESPRESSO | Un Re non muore per scherzo

Marco de Laurentis
Marco de Laurentis
febbraio23/ 2017

Sono riusciti a farlo passare per un cretino, ma tutti di lui conoscono solo il primo tempo, il secondo nessuno ha mai voluto cercarlo, nessuno ha voluto cercare un’altra verità”. Con queste parole Stefano Re Cecconi descrive la tragica morte di suo padre Luciano, centrocampista della Lazio e della Nazionale scomparso 40 anni fa in circostanze mai del tutto chiarite. Guy Chiappaventi, giornalista e inviato di La7, ha fatto un quadro dettagliato di questa incredibile vicenda nel suo libro Aveva un volto bianco e tirato“, edizioni Tunuè, di seguito siamo riusciti a fargli qualche domanda su quello che è uno dei più famosi misteri irrisolti italiani, ma prima è meglio fare un passo indietro nel tempo.

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Antefatto | L’aspra stagione

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Re Cecconi foto cop
Alla Lazio in quegli anni hanno quasi tutti la pistola. Si dice che il primo a portarla sia stato il terzino Sergio Petrelli, che già da ragazzino alla Juventus chiamavano «Jesse», come il ban-dito Jesse James. Ha una calibro 38 special che ha comprato quando ancora giocava alla Roma, all’inizio degli anni Settanta. Gli pende sempre sotto l’ascella coperta dal giacchetto di pelle. Se ci sono problemi, Petrelli (alla Lazio, il suo soprannome da spaghetti-western è «Pedro») tira giù la chiusura-lampo del giubbino. – Lo sai come si chiama questa? – dice sotto i Ray-Ban e i guai evaporano.

Tutta la storia si sviluppa nel contesto degli anni di Piombo e di quel fatidico anno, il 1977. Un anno che viene ricordato spesso per le radio libere, i cortei, i diritti civili, gli indiani metropolitani e il punk, ma anche per le P38, il terrorismo, l’eroina, i sequestri e le vittime innocenti. “Un Paese senza sonno. E senza sogni. Un Paese in cui non c’è differenza tra il giorno e la notte” come si leggeva nel bellissimo libro di Mauro Favale e Tommaso De Lorenzis, “L’aspra stagione”. La criminalità è senza controllo. Tre delitti su quattro rimangono impuniti. La procura di Roma è da tutti conosciuta come “il porto delle nebbie”, perché tutte le inchieste più calde vengono insabbiate:  troppo vicina ai palazzi del potere. Nel discorso di fine anno, il 31 dicembre del ’76, il presidente Giovanni Leone è esplicito sul problema: «La violenza degli uomini ha colpito magistrati, uomini delle forze dell’ordine, cittadini inermi che sono caduti sotto i colpi di una criminalità spietata. Ebbene io sono profondamente convinto che hanno profondamente ragione quanti chiedono prima di ogni altra cosa sicurezza».

Nel 1976 le richieste di licenza di porto d’armi sono aumentate del trentacinque per cento, le questure ne hanno rilasciate 172.000, di cui 15000 solo a Roma. I commercianti e in particolare modo i gioiellieri sono allo stremo, stanchi di subire rapine ad ogni ora del giorno e rischiare la pelle per mandare avanti la propria attività. L’assicurazione di stato, l’INA, non emette più polizze a loro carico. Il 1976 si chiuderà con 1591 omicidi, secondo le stime del procuratore generale della Cassazione Ubaldo Boccia. Un periodo che non ha fatto sconti a nessuno insomma. Tantomeno al mondo dello sport. Uno sport, come quello del calcio, che è cambiato molto da allora e che forse ha scordato troppo in fretta una figura come quella di Re Cecconi, dell’angelo biondo, il calciatore serio, stacanovista e taciturno che ha pagato con la vita per colpe altrui. Giudicato frettolosamente dalla stampa del tempo come fascistello in una squadra di fascisti. Un metodo diffuso (e abusato ancora oggi) in cui ogni storia viene trattata in modo semplicistico e banale, dividendo i protagonisti in lupi contro agnelli, buoni e cattivi, vittime e carnefici.

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Il fatto | Hanno ucciso il Re

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Re cecconi italia
Lo ripeto: se fossi morto io non avrei saputo perché disse Pietro Ghedin diversi anni dopo all’Unità. Ghedin, dopo aver fatto da assistente a Cesare Maldini, Dino Zoff e Giovanni Trapattoni nello staff della nazionale italiana, dal 2012 allena la nazionale di Malta. Dopo la morte di Re Cecconi, la sera di quel 18 gennaio 1976, passò alcuni giorni in stato confusionale, sconvolto per la morte dell’amico. Dal giorno in cui si chiuse il processo per omicidio non ha mai più voluto parlare pubblicamente di quello che era successo quel giorno, nonostante le numerose richieste di chiarimenti che gli sono state fatte nel corso degli anni.

Roma Nord. E’ il 18 gennaio del 1977, pomeriggio inoltrato. Collina Fleming è uno dei quartieri capisaldo della Lazio, molti giocatori abitano qui, a due passi dal campo di allenamento a Tor di Quinto. Il ritrovo abituale anche quella sera è il bar Fiocchetti in piazza Montenapoleone di Spoleto, tutti in zona conoscono Cecco, che saluta i compagni in modo scherzoso, servendo il caffè ai clienti. Non giocava da tre mesi, era contento perché lo staff medico gli aveva comunicato che era completamente ristabilito dall’ infortunio. Dopodiché si divide dal gruppo: insieme al suo compagno di squadra Pietro Ghedin si reca prima in un’autoscuola (deve iscrivere la moglie a scuola guida), poi nella macelleria di Antonio Di Marco, un amico intimo di Re Cecconi. Il macellaio, in trasferta a Pomezia, è bloccato nel traffico, quindi i due si incontrano con Giorgio Fraticcioli, un altro suo caro amico, che ha una profumeria accanto. Si spostano in via Nitti, Fraticcioli ha una consegna da fare a un altro commerciante, il gioielliere Bruno Tabocchini. È un uomo di quarant’anni, marchigiano di Porto Recanati, vive da sempre a Roma, non compra quotidiani e non segue alcuna squadra di calcio. Ma soprattutto, ha subito diverse rapine, una delle quali è stato legato assieme alla moglie nel sottoscala ed ha 3 pistole, una sempre attaccata alla cintura. Ha ricevuto anche una medaglia dall’associazione orafi e vive nell’incubo di una rappresaglia. Piove quella sera. I tre forse entrano con i cappotti con il bavero alzato. Solo le sette e mezza. Il gioielliere estrae dalla fondina. La punta prima su Ghedin, che alza le mani, poi su Re Cecconi. Si sente un solo sparo. Poco dopo, Re Cecconi è esanime a terra, il proiettile si infila nel torace. Morirà poco dopo.

 

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Perché | l’intervista

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re cecconi
Perché un giocatore, giovane, bello, ricco e famoso, con due figli piccolissimi e una moglie di ventiquattro anni, una nuova casa appena comprata in un comprensorio signorile di Roma Nord, appena ristabilito da un lungo infortunio e perciò tutto concentrato sul suo rientro in campo pochi giorni dopo, dovrebbe mettersi a fare uno scherzo così pericoloso e così idiota in un budello di negozio, una gioielleria di due metri e mezzo da una parete all’altra, con dentro nove persone, tra cui tre bambini? Che gusto c’è a far prendere uno spavento, a mettersi a buggerare uno che non si conosce? (Guy Chiappaventi, “Aveva un volto bianco e tirato”)

 

In quella piccola stanza si è consumato quello che a detta di molti rimane uno dei maggiori misteri del calcio italiano. Un caso che ha generato molte chiacchiere, ha riempito d’inchiostro giornali e si è poi concluso in maniera frettolosa in tribunale. Un caso che non ha mai del tutto dipanato i dubbi riguardo quei pochi minuti, seppur fatali, per la vita di Re Cecconi. Ne abbiamo parlato con l’autore, in questa breve intervista.

Nella prefazione hai descritto questa storia come un’ossessione che ti tormenta da quando eri ragazzino, ci puoi dire perché hai voluto riprendere quest’episodio adesso, a 40 anni dalla scomparsa di Re Cecconi?

E’ una storia che mescola il calcio e la cronaca, la cronaca nera e giudiziaria. E’ una storia che racconta un pezzo d’ Italia sparita, quella di due uomini usciti dal Dopoguerra, poveri, senza bagno in casa e con le “pezze al culo”. Uno viene dall’area nord di Milano, figlio di mezzadri, mangiano latte a colazione, pranzo e cena. L’altro è un gioielliere che però è venuto dalle Marche da ragazzo, da un paesino della provincia, anche lui ha iniziato a lavorare giovanissimo. Sono due vite parallele: entrambi hanno fatto fortuna nel proprio campo a Roma, uno di grande fortuna, è diventato un calciatore famoso fino a ottenere la maglia della nazionale ed è andato ai campionati del mondo; l’altro si è aperto una gioielleria, ci campa la famiglia e si incrociano nel 1977, che è l’anno delle pistole, c’è un’immagine icona che è quella di quel militante ultrà di estrema sinistra che spara ad un poliziotto nel maggio del 73 a Milano in via De AmicisQuesta è la storia che volevo raccontare, senza nessun tipo di pregiudizio, non mi interessava affatto fare un processo di revisione o riaprire il caso giudiziario. Non volevo dare un giudizio di merito sull’imputato che poi è stato assolto con formula piena, il processo d’appello non si è neppure celebrato. Ma mi dava molto fastidio che Re Cecconi oltre a subire la perdita della vita giovanissimo, a 28 anni, con dei figli piccoli, nel fiore della carriera e alla vigilia di una convocazione ai campionati del mondo in Argentina patisca anche il marchio, la damnatio-memoriae di uno scemotto che va a fare lo scherzo sbagliato mentre Roma esplode ogni sera dentro una gioielleria, per strada, all’università , con la cacciata di Lama dalla Sapienza un mese dopo, nel febbraio ’77. Questo lo trovavo insopportabile ed è una delle molle del libro.

Sfogliando le pagine del libro si può notare un’ ampia documentazione, come sei riuscito a ricostruire l’intera vicenda?

Il libro vive di una documentazione fatta un po’ sulle carte giudiziarie e un po’ ovviamente sui giornali dell’epoca, c’erano tante cose che erano state dimenticate:  nemmeno la famiglia Re Cecconi ad esempio si ricordava che c’erano 9 persone, di cui 3 bambini, all’interno della gioielleria. C’è stato un lavoro sia storico sia giornalistico per ritrovare questa vicenda. Non è solo un minuscolo caso di cronaca reso maiuscolo dalla fama della vittima ma un modo per raccontare il contesto di quegli anni, di quella Roma ma sopratutto dell’Italia in quegli anni.

La storia si svolge anche all’interno della squadra, nello spogliatoio. Si parla dello spogliatoio diviso di Chinaglia, dell’amico Gigi Martini…Che squadra era quella Lazio del 1977?

E’ una Lazio che in 300 giorni arriva dalla serie B a giocarsi lo Scudetto, poi lo vince l’anno dopo. Un gruppo di caratteriali, “deliranti” dice Pasolini, brutti sporchi e cattivi. Un gruppo selvaggio insomma. Hanno uno spogliatoio diviso, unico nella storia del calcio: in uno comandano Chinaglia e Wilson, nell’altro Martini e Re Cecconi. Guai per quelli di una fazione ad andare a spogliarsi o a lavarsi in quello dell’altro. Quando succede, c’è un calciatore che spacca una bottiglia sul muro e la punta alla gola del compagno di squadra che è andato a sgridarlo perché non è il suo spogliatoio. Re Cecconi in questo gruppo è il Saggio, questo è il suo soprannome oltre Cecco, perché è quello che più di tutti ha la testa sulle spalle. Un tipo lineare scrivono i giornali dell’epoca e paradossalmente si trova più di tutti a portarsi dietro il fardello, forse addirittura a pagare per tutti:  lo scherzo della finta rapina era diventata una pratica comune tra i suoi compagni di squadra, dieci giorni prima prima un altro giocatore era entrato in una gioielleria a volto coperto con il passamontagna e la pistola vera. Non era Re Cecconi evidentemente. Paga per tutti e si porta dietro quel marchio di fuoco, che poi è il marchio di quella Lazio. Probabilmente questa cosa pesa non solo sulla memoria storica ma anche sulla vicenda giudiziaria, tanto che mi chiedo: ma se avesse fatto parte di una squadra come la Juventus il processo sarebbe andata a finire così? Un processo brevissimo, durato 18 giorni, archiviato senza processo d’appello; se fosse stato di una squadra dell’ establishment sarebbe andata nello stesso modo?

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Dove | Roma Nar

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re cecconi leggeù

Cecco, il nostro Cecco, era una persona schiva. Quando non conosceva una persona, stava sulle sue. Era soprannominato il saggio. Neanche partecipava alle nostre sparatorie e anzi non le condivideva. Non faceva scherzi, era uno lineare“. (Gigi Martini, da “Sogni Perduti”)

 

 

Ci sono riti di iniziazione per i nuovi arrivati: una pistolettata in mezzo alle gambe mentre leggono il giornale sul letto durante la siesta. Si dice che il presidente della Lazio, Umberto Lenzini, abbia una voce di spesa aperta con l’hotel Americana, dove è in ritiro la squadra, per il rimborso di arredi e lampioni spaccati a colpi di arma da fuoco.

– Spegni la luce.
– No, alzati tu.
– Non mi va.
– Aspetta che sparo. Bum.

– Buonanotte. Domattina quando ti alzi, fai attenzione ai vetri.

Il contesto in cui ci muoviamo è molto importante, sono gli Anni di Piombo. Com’era la Roma Nord in quegli anni?

Io sono di Roma Sud, un laziale di Roma Sud. Roma in quegli anni è divisa per quartieri. Ci sono dei quartieri dove i rossi non possono andare e i neri non possono andare viceversa. Balduina ad esempio era il quartiere dove c’era la sezione del MSI a cui partecipava Insabato, quello che poi fece l’attentato al Manifesto mettendo la bomba e quasi perse le gambe; sostanzialmente è come se si avvertisse che c’era una frontiera palpabile dove i ragazzi di sinistra non potevano andare. E poi ovviamente c’erano altri quartieri: non solo Collina Fleming ma anche l’EUR, il ritrovo del gruppo dei Nar di Carminati che si incontravano sotto al fungo. Roma Nord era un quartiere più nero di molti altri quartieri.

Hai avuto modo di incontrare la famiglia di Re Cecconi?

Sì certo, la famiglia Re Cecconi l’ho conosciuta ed è una famiglia che purtroppo, secondo me, parlo sopratutto per i figli, non sono riusciti ancora ad elaborare il lutto per colpa dell’immagine che è stata costruita intorno al padre. Non solo hanno perso un padre quando erano bambini, non se lo ricordano nemmeno, erano bambini uno di due anni (Stefano) e una sei mesi (Francesca) ma soprattutto credo che su di loro pesi questo, l’immagine che hanno costruito sulla figura del padre non è assolutamente corrispondente alla realtà.

Ultima domanda: hai tentato di contattare anche il Tabocchini?

Il negozio dove è avvenuta la tragedia è ancora di sua proprietà ed è affittato ad un ottico. Ho tentato, sì, so dove abita, sono stato sotto casa sua e ho parlato con il figlio; lui ha due figli, uno non vive in Italia, l’altro è un avvocato di Roma e son riuscito a parlarci: mi ha detto che quel giorno sono morte due persone, sono state distrutte due famiglie, quella di Re Cecconi e la sua. Mi ha spiegato che quest’episodio rimane una ferita aperta per tutta la sua famiglia e un fardello sulle spalle di suo padre per tutta la vita, ed io questo non stento a crederlo.

Marco de Laurentis
Marco de Laurentis

Classe ’92, abruzzese e (come avrete visto) amante del longform. Cinefilo incallito quando non scrive articoli, se non conoscete NBA, The Wire e Paul Thomas Anderson non siete suo amico.

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