• sabato 24 febbraio 2018

La notte magica di Azeglio Vicini

Azeglio Vicini, ct della Nazionale negli anni '90
Francesco Veltri
Francesco Veltri
gennaio31/ 2018

Ho i ricordi un po’ sbiaditi ma da piccolo sono certo di aver visto Stefano Tacconi fare il difensore aggiunto. Una specie di libero in una difesa a zona. Sì, sì, proprio il libero, che quando i difensori impostano la manovra da dietro, lui fa qualche passo in avanti e diventa uno di loro. È una cosa che serve per lo spettacolo, non certo per fare risultato. Per quello c’è tempo, in fondo sei solo la Juventus, non devi vincere per forza. Tacconi stoppa la palla e imposta, come un difensore con i piedi di un fantasista. Solo che quasi subito ti accorgi che fantasista non è. Anzi, a osservarlo bene, quei piedi sembra averli presi in prestito da un velocista che è appena sceso dalla sua bicicletta dopo una tappa di montagna durissima. Con le mani è forte invece. Se solo fosse stato più fortunato nel 1990 sarebbe stato lui il portiere della Nazionale e non certo quel milanese sbruffone di un Walter Zenga che con l’Argentina ha fatto quell’uscita a farfalle che ci ha portato ai rigori. E Zenga i rigori non ha mai saputo pararli, mentre Tacconi sì. Bastava che Azeglio Vicini mettesse lui in campo a cinque minuti dalla fine. E invece ha tenuto quel milanese sbruffone di un Walter Zenga che si è buttato ogni volta dalla parte opposta da dove finiva la palla. Come se fosse allergico al cuoio. Col risultato che alla fine tutti hanno mandato a quel paese Serena e Donadoni che se la sono fatta prendere da Goycochea. Altra ingiustizia. Allora era possibile effettuare solo due sostituzioni a partita e se proprio Serena non fosse entrato in campo, ci sarebbe stato spazio per Tacconi.

Evidentemente, chi ha pensato che il ct Azeglio Vicini quella sera abbia fatto bene a lasciare Zenga al suo posto, da piccolo avrà letto i libri sbagliati. Come Gigi Maifredi, che voleva a tutti i costi far giocare Tacconi difensore aggiunto, oltre che portiere. Un’innovazione con l’aspirazione di essere geniale. Di quelle aspirazioni che proprio nessuno capisce. Né prima, né durante, né dopo secoli di evoluzioni della specie e del gioco. Idee concepite talmente male che non rientrano neanche tra quelle categorie di cui fanno parte gli artisti incompresi, che poi vengono compresi e lodati quando sono morti. Tipo Boksic, che però morto non è. Forse oggi avrà qualche problemino di prostata, chi lo sa, ma è vivo e vegeto. Lui sì che tutti se lo ricorderanno a lungo. Grazie soprattutto a quel Borussia Dortmund-Lazio, quarti di finale della Coppa Uefa del 1994. All’andata, all’Olimpico, aveva vinto la squadra di Zeman 1-0. Al ritorno, segnano subito i tedeschi su rigore. Nella ripresa il potente croato dai piedi buoni (e non alla Tacconi) sparisce dal campo per sette minuti. Così, senza dire niente. Sparisce nel pieno della tensione agonistica per una sfida importantissima. Ritorna dopo sette minuti come se niente fosse e si saprà soltanto dopo che doveva fare pipì e non gli andava assolutamente di lasciarla lì sul prato davanti a tutta quella gente. Anche se, a pensarci bene, sette minuti di pipì sono un po’ un’esagerazione. Che se lo avessi fatto io quando andavo a scuola come minimo il prof mi faceva venire a cercare dall’esercito comandato da Pasquale il bidello. Boksic però lo ha fatto ed è stato sublime. Un colpo di scena da annali, da hit parade, da rockstar. Un genere di follia che all’inizio ti fa storcere il naso, ma poi la apprezzi, applaudi da solo e ti viene anche la pelle d’oca.

Ecco, quel cambiamento di ruolo di Tacconi, non è stato per niente una cosa simile a quella di Boksic. È stato un po’ come dare il colpo di grazia a un portiere che era stato forte, il più forte di tutti in Italia, e invece davanti ai rigori dell’Argentina, Vicini ci ha mandato Zenga. Premiato poi come miglior portiere di un mondiale disegnato su misura per un’Italia sublime e buttato al vento per colpa di un’uscita a farfalle. Misteri del pallone.

Con i se, dicono, di solito si fa poca strada, si può arrivare al massimo da un campo di calcio qualunque fino allo spogliatoio del Borussia Dortmund. Ma è certo che se quel 3 luglio 1990 Azeglio Vicini si fosse voltato verso Stefano Tacconi urlandogli: «Tocca a te, alzati e portaci in finale», lui, la riserva di lusso di Zenga, lo avrebbe fatto senza pensarci due volte. Il ct avrebbe vinto un Mondiale strameritato e quella Nazionale bellissima e magica come solo certe notti d’estate sanno essere, quella Nazionale che doveva appartenere ai famosi Vialli e Carnevale e invece fu inaspettatamente di Baggio e Schillaci, lo avrebbe fatto entrare di diritto nella storia. Quella scelta inusuale avrebbe premiato un tecnico giusto, capace, dalla faccia onesta e pulita. Ma certe storie non hanno mai il coraggio di cambiare fino in fondo. E chi ha davvero il diritto di essere geniale, sul più bello se ne dimentica sempre.

Francesco Veltri
Francesco Veltri

Guaribile romantico del giornalismo calabrese. Scrive per non dimenticare e si ostina a osservare l'inosservabile. Ha lavorato con alterne sfortune nelle redazioni della Provincia cosentina, di Cosenza Sport, di Calabria Ora e dell’Ora della Calabria, che poi sono la stessa cosa ma a quel tempo non si poteva dire.

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