• sabato 15 dicembre 2018

Viva Braglia, abbasso Braglia

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Francesco Veltri
Francesco Veltri
novembre13/ 2018

“Il mondo del calcio mi fa schifo, è falso e non c’è riconoscenza”.

Lo diceva Piero Braglia una decina di anni fa, quando sotto il suo posteriore c’era la poltroncina in pelle umana della Lucchese e non quella in plastica svedese della sala d’aspetto dell’Asp di Cosenza (almeno fino a due settimane fa, quando anche al San Vito-Marulla è arrivata la modernità). Diceva ‘sta cosa qua sapendo benissimo di non scoprire l’acqua calda e nemmeno quella tiepida. Però quelle parole erano servite a svelare il vero animo del suo carattere da rivoluzionario brontolone e fatalista, di quei caratteri che appartengono ai condottieri navigati che mentre stanno battendo 8-0 il Real Madrid nella finale di Champions League, pensano già al giorno in cui verranno esonerati perché quel carattere da rivoluzionario brontolone e fatalista che quando si vince è fighissimo, poi, ad un certo punto, diventerà insopportabile. Roba da tifosi, presidenti e amanti schizofrenici e incoerenti che per salvare la loro storia d’amore vanno a mettersi le corna e a litigare su Canale 5.

Da quando il Cosenza ha smesso magicamente di essere una squadra fortissimi fatta di gente fantastici, anche il tecnico toscano è stato gettato nel pentolone delle bestemmie più disparate e disperate. Anzi, come da tradizione popolare, lui se n’è prese molte di più degli enigmatici e misteriosi piedi di Angelo Corsi e della “seggia” Umberto Saracco. Non vanno più bene il suo modulo, le sue battute sferzanti che ricordano neanche tanto vagamente quelle di un certo Giuliano Sonzogni, i suoi messaggi pubblici rivolti al pupillo Gennaro Tutino e quelli impliciti indirizzati ai volti nuovi della rosa, finora risultati quasi tutti dei corpi estranei in un gruppo che invece, fino a pochi mesi fa, si (ri)conosceva a memoria e in campo sapeva cosa fare. Si critica duramente, asserendo con la stessa superficialità con cui si sostiene che la terra è piatta e che gli immigrati hanno riempito l’Italia di insicurezza e smartphone di ultima generazione, che Braglia non è un tecnico da serie B.

“In C vince – dicono i populisti (da non confondere con i più colti tagliaturi) – in B un ci capiscia nenti”.

La prosecuzione naturale di tale algoritmo da “Barbook” è quindi l’esonero immediato, imprescindibile, incontrovertibile, con tanto di ingaggio, al suo posto, di un erede di Walter De Vecchi dallo sguardo spiritato e spaesato. Cioè, giusto per semplificare ulteriormente: gli stessi personaggi che appena due mesi fa, in piazza e sui balconi virtuali di Palazzo Venezia, elogiavano a squarciagola il sindaco di Riace Mimmo Lucano per le sue politiche – rivoluzionarie – di accoglienza e integrazione, oggi che lo stesso primo cittadino è in difficoltà, chiedono a strasquarciagola la sua testa, senza interrogarsi sul perché si sia arrivati a questo punto.

Ora, si sa che in Italia (politica esclusa tranne Lucano) quando le cose vanno male a pagare è sempre l’allenatore, ma se ci si fermasse a riflettere con coerenza ed equilibrio, forse si potrebbe persino smettere di abbaiare di fronte al primo yorkshire che scodinzola per strada. Si è mai pensato, per esempio, che se non fosse stato per il suo scaltro e atipico allenatore a quest’ora il Cosenza non sarebbe in B? Ma davvero esistono individui nel microcosmo bruzio che credono che la promozione di giugno non sia stata un miracolo sportivo firmato Braglia e solo Braglia? E poi, ancora, si è ragionato abbastanza su quel maledetto 1 settembre (Cosenza-Verona 0-3 a tavolino) che in un sol colpo ha umiliato e dissipato l’entusiasmo di una squadra e di una città che da anni attendevano quel momento? Si riesce a comprendere fino in fondo che effetto devastante può aver causato quella giornata afosa e maledetta nelle menti dei protagonisti della storia? In ultimo – è sempre bene sottolinearlo – Varone, Tiritiello, Bearzotti, Verna, Cerofolini, Di Piazza e Perez, che cacchio ci fanno in serie B?

Bene, terminato questo esercizio di autoanalisi – non necessario per carità – poi, forse, si potrebbe anche pensare di trarre delle conclusioni appropriate, conseguenti di domande rivelatrici, tipo: se la terra è piatta, i grillini cosa sono? Se io mando a scuola con un iPhone mio figlio di sei anni, perché un immigrato non può avere uno smartphone per chiamare la sua famiglia in Africa? Abbiamo delle alternative all’undici titolare che L’armata Brancaleone a confronto è da premio Nobel per la Fisica, e, in tale scenario, è davvero Braglia il problema del Cosenza?

Se la risposta è sì, allora è proprio il caso di rispolverare De Vecchi.

Francesco Veltri
Francesco Veltri

Guaribile romantico del giornalismo calabrese. Scrive per non dimenticare e si ostina a osservare l'inosservabile. Ha lavorato con alterne sfortune nelle redazioni della Provincia cosentina, di Cosenza Sport, di Calabria Ora e dell’Ora della Calabria, che poi sono la stessa cosa ma a quel tempo non si poteva dire.

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