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Esclusiva: ecco la prima volta che si scrisse di mafia

admin
Settembre26/ 2012

manoscritti ndr

di Matteo Dalena

“Era l’ultima domenica di novembre del 1918. Don Luigi Napoli si era alzato durante la notte varie volte; apriva con delicatezza per non far rumore lo sportello del, balcone, scrutava il cielo stellato e poi lo richiudeva…”

Questo l’incipit del primo di quattro fogli manoscritti che, provenienti da una remota periferia reggina, raccontano la letteratura e la storia di vita di un veterinario, omicida e scrittore per caso. Queste carte inedite contenenti cancellature, timori e incertezze ci riportano al tempo in cui parlare di ‘ndrangheta poteva dirsi una novità assoluta. Per la storia della letteratura di genere sono di un’importanza straordinaria, la data in calce ci riporta al triennio 1942 – 1945 quando lo stesso Leonardo Sciascia non aveva ancora cominciato a pensare al genere “mafia”, a quel racconto dei delitti impuniti e delle connessioni con la politica che lo avrebbe reso celebre ne “Il giorno della civetta”. Non solo. Il celebre articolo “La Fibbia” di Corrado Alvaro sul Corriere della Sera sarebbe uscito nel 1955, il libro di Saverio Strati “La Marchesina” un anno dopo, della mafia calabrese ancora non parlava nessuno, e quindi quelle che vi riproponiamo sono molto presumibilmente le prime parole sulla mafia.

I fogli provengono da Ardore Marina, realtà di 1400 anime ad un tiro di schioppo da Bovalino, contengono l’inizio e la conclusione dei romanzi “La famiglia Montalbano” e “Matrimonio clandestino” (la prima volta editi negli anni ’70 e di recente rieditati da Edizioni Periferia) e recano in calce la firma di Francesco Barillaro, vero nome dello scrittore Saverio Montalto. Lo stesso Sciascia, tramite lo scrittore Mario La Cava, del quale si può leggere l’imprimatur accanto alla firma dell’amico Barillaro, ebbe modo di leggere quella materia romanzesca contenente il lucido racconto di sopraffazioni ed umane fatiche, di potenti e di vinti, tracciato dalla penna di un umile veterinario ardorese.

Il veterinario spara. Il 17 novembre del 1940 Bovalino è in tumulto per un fatto di sangue: una lite furibonda tra Francesco Barillaro e il cognato sfocia in dramma. Il veterinario ardorese pare aver scoperto in una lettera le prove della tresca amorosa che lega sua moglie al medico del paese. L’unica premura del cognato è quella di cancellare le prove che renderebbero di fatto sua sorella “disonorata” agli occhi dell’intero paese. Dalle parole ai fatti il passo è breve, repentino. La pistola del veterinario sputa tre colpi: il primo coglie mortalmente la sorella, l’unica persona totalmente al di fuori dalla lite che, evidentemente, si era scagliata sull’uomo per impedire la tragedia; gli altri due feriscono moglie e cognato, “causa” di quello spargimento di sangue. Avrebbe sparato ancora il Barillaro in quel momento di raptus se l’arma non si fosse inceppata, permettendo ai vicini di bloccarlo.

La detenzione e l’autodifesa. Nella locale stazione dei carabinieri dove il Barillaro si reca spontaneamente, va in scena il primo atto di una folle autodifesa. Sottoposto a serrati interrogatori l’uomo spiega ai giudici che non è lui il vero responsabile del delitto. Punta il dito contro i parenti della moglie che – a suo dire – con il loro comportamento mafioso e arrogante volto a “proteggere” la donna, avrebbero generato in lui quell’attimo di follia pagata a caro prezzo da un innocente. L’autodifesa continua nei primi anni di detenzione per mezzo di un “Memoriale” (edito da Lerici nel 1957 con il titolo di “Memoriale dal carcere”): una logica folle è innestata in argomentazioni lucide, stringenti e avvincenti con le quali cerca di dimostrare la propria innocenza. Le ragioni addotte gli valgono probabilmente il trasferimento “in osservazione” nella più accettabile colonia penale di Aversa.

L’omicida in carcere diventa scrittore, l’arte rivaluta l’uomo, un tema di profonda attualità. «Solo lo scrivere mi faceva evadere e mi dava un po’ di tregua sui continui travagli». E’ in questo momento che Francesco Barillaro assume lo pseudonimo di Saverio Montalto. Dietro le sbarre vengono pensati e iniziati “La famiglia Montalbano e Matrimonio clandestino, due romanzi che focalizzano in maniera organica il fenomeno mafioso nella periferia italiana della prima metà del ‘900. Saverio Montalto s’insinua in quei meccanismi mafiosi vissuti in prima persona, giacché la sua professione di veterinario lo portava alla cura del bestiame dei grandi latifondisti della zona, attivando dunque vicinanze, conoscenze nell’ambito da lui stesso definito “maffia”.

In “La famiglia Montalbano” ci si imbatte nel primo vero partigiano della legalità. Cola Napoli è il primo dei cosiddetti “stronzilli”, quelli che rifiutando l’ingresso nella “Famiglia” al cui vertice è assiso il capo bastone Gianni della Zoppa, vengono emarginati o eliminati fisicamente. Il notabilato di un intero paese, contrassegnato da alcune “x” che celano probabilmente la stessa Ardore, contribuisce all’eliminazione della sarta Rosina protagonista di “Matrimonio clandestino”. La donna è attratta dal mafioso locale Gim che riesce, per mezzo di diabolici stratagemmi e grazie ad un sistema di collusioni, a metterla incinta e ad inventare un matrimonio celebrato clandestinamente, all’unico fine di sottrarle i risparmi di una vita di lavoro. Rifiutando un destino di prostituzione propostole dal nuovo marito, Rosina preferisce farsi inghiottire dalle acque ioniche che bagnano il suo paesello.

Montalto, uno scrittore snobbato, dimenticato. Come le carte del suo processo per omicidio che, se non ancora distrutte, giacciono in un polveroso stanzone di un qualche tribunale della nostra terra. Il recupero di quegli atti è funzionale alla volontà del suo unico erede Peppe Rocca di «ristabilire la verità storica e le dinamiche precise che lo condussero a quel momento di raptus omicida. Ciò che mi interessa capire sono i meccanismi di quell’autodifesa, ma anche le vere motivazioni del tragico gesto». Il rammarico della famiglia è quello della completa dimenticanza abbattutasi sull’autore spentosi 35 anni fa, di settembre, nella sua casa di Ardore Marina. Gli amici nell’occasione lo «celebrarono – ricorda Rocca a Mmasciata.it – come uomo, amico, scrittore. Ricordo bene che in un articolo apparso in quei giorni su Gazzetta del Sud, il suo caro amico e illustre studioso Pasquino Crupi, concluse affermando che “Il tempo non si dimenticherà di Saverio Montalto”. All’amico dello zio, con palpabile tristezza e risentimento, l’unico erede e custode di casa Montalto rammenta che «non solo il tempo ma gli uomini e, ancora più grave, i suoi amici, assorbiti dagli impegni della vita, si sono dimenticati di Saverio Montalto».

la famiglia montalbano

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