• mercoledì 26 aprile 2017

IL CASO | «In Italia sono spariti 4mila giornalisti»

Carmen Baffi
Carmen Baffi
marzo30/ 2017

«Il giornalismo è una professione in cui conta molto la passione, ma questa passione merita di essere giustamente retribuita. Il 40 per cento degli oltre 35mila giornalisti in Italia, per lo più under 35, ha un reddito inferiore a 5mila euro. Il tema della precarizzazione e della dignità professionale impone riflessioni e azioni non più procrastinabili». Parola di Pietro Grasso. La seconda carica dello Stato ha deciso così di dare il via alla II Edizione dell’Osservatorio sul giornalismo intervenendo nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani a Roma. Noi c’eravamo e abbiamo potuto ascoltare con attenzione e dare conto di un’analisi dettagliata sulla crisi e l’evoluzione del mondo dell’informazione italiano, fatto sempre meno di carta stampata e notizie di qualità e sempre più di social media e quello che viene definito surplus informazionale.

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Il Presidente del Senato Pietro Grasso apre i lavori dell’Osservatorio sul giornalismo.

Come si può evincere da questi grafici il livellamento in discesa è certo e ha distorto il valore di un mondo i cui mutamenti sono notevoli. Il dato più importante: dal 2010 ad oggi sono oltre 4mila i giornalisti che non lavorano più. I giornalisti attivi in Italia sono 35.619 e la loro situazione non è buona. La categoria è stata statisticamente divisa in cinque gruppi, tre per gli uomini e due per le donne. Per gli uomini il primo è quello dei giornalisti dipendenti (23%, guadagnano fra i 20 e i 70 mila euro); i freelance (20%, guadagnano fra i 5 e i 20 mila euro) e gli idealisti (21%, reddito fino a 5mila euro). Per le donne sono state individuate le emergenti (18%, reddito dai 20 ai 70mila euro) e le precarie (18%, reddito fino a 5mila euro). Il lavoro dipendente ha ceduto il passo a quello autonomo ormai da anni e vengono a galla profonde differenze fra insider (prevalentemente dipendenti uomini oltre i 40 anni di età) e outsider (prevalentemente donne e giovani, tutti subordinati o autonomi). Secondo il rapporto la maggior parte dei giornalisti in Italia va verso la tendenza di non guadagnare oltre i 20mila euro all’anno e di questi solo piccole parti di autonomi e subordinati potranno farcela. Nella professione del giornalista in Italia oggi il rischio occupazionale e la precarietà sono elementi critici che superano tutti gli altri possibili messi insieme: questo dice lo stato delle cose. Altro rilevamento assai significativo quello che indica l’aumento degli iscritti all’Ordine dei giornalisti: dal 1975 ad oggi è stato del 308%. Insomma, mentre diminuiscono drasticamente i contratti e le garanzie aumentano a dismisura gli aspiranti giornalisti. Un’anomalia tutta italiana che vediamo in un’altro dato: se nel 1975 i pubblicisti rappresentavano il 47% circa degli iscritti all’Albo al netto di praticanti, stranieri ed elenco speciale, tale percentuale è andata crescendo negli ultimi 40 anni fino a rappresentare oggi il 67% degli iscritti. Il rapporto è molto interessante; realizzato dal Servizio Economico-Statistico dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), si focalizza sugli aspetti fondamentali della professione giornalistica.

Potete leggerlo qui in versione integrale e di seguito nelle infografiche che abbiamo ritenuto più interessante estrapolare. L’analisi è partita dagli aspetti socio-demografici dei giornalisti attivi in Italia, la loro attività lavorativa e professionale fino alle criticità riscontrate dagli stessi sul campo. Criticità che dovrebbero essere sanate dalla legge italiana, per definizione rivolta a perseguire l’obiettivo di un’informazione libera e al servizio della collettività.

 

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L’Osservatorio è stato presentato e spiegato da Marco Delmastro, direttore del servizio-statistico dell’Agcom, che ha spiegato come l’aumento di testate online non sottoposte a controlli adeguati abbiano causato l’aumento delle fake news. Inoltre, sempre secondo l’esperto, «negli ultimi anni è stato registrato un aumento del chilling effect e molte notizie non vengono nemmeno prodotte». Questa espressione arriva dagli Usa e indica il fenomeno dell’autocensura, in particolar modo in presenza di leggi che scoraggiano con il timore di una sanzione la libera espressione. Il convegno è proseguito con gli interventi di Angelo Marcello Cardani e Mario Morcellini, rispettivamente  presidente e commissario dell’Agcom; Paola Spadari, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio; Virman Cusenza, direttore de Il Messagero; Lucia Annunziata, direttrice di Huffington Post Italia; Philip Willan, presidente della stampa estera e Federica Angeli, giornalista di Repubblica.

L’esperienza riportata da quest’ultima è stata particolarmente d’impatto nella descrizione di un universo giornalistico difficile, che può mettere paura soprattutto ai giovani che intraprendono questa carriera. Da quattro anni, infatti, per le inchieste che ha portato avanti, la Angeli è costretta a vivere sotto scorta, privata della sua stessa libertà, a causa delle molteplici minacce che le ha rivolto la criminalità organizzata. «Se non hai davvero passione non puoi essere un giornalista. Davanti a una scelta: poso la penna o continuo, io continuo, nonostante intimidazioni e paura», queste le sue parole più intense, sostenuta da tutti i colleghi presenti. Anche secondo Philip Willan, infatti, «serve un giornalismo forte e autorevole, che in questo momento manca». Il giornalismo deve cercare, scavare a fondo nelle cose, soprattutto quelle più scomode. Ma come si diventa degni portavoce della verità? «Bisogna sapersi sporcare le mani – ha concluso Federica Angeli – entrando in quella realtà che ti fa girare la testa per quante cose ci trovi dentro».

Carmen Baffi
Carmen Baffi

Ho 20 anni, sono un'appassionata di lettura e scrittura, una sognatrice in erba e contemporaneamente una pessimista cronica. Scriveva Leopardi: “Sono convinto che anche nell'ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino.” Poi peccato che è morto.

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