• venerdì 18 ottobre 2019

BREXIT | England, should you stay or should you go

Michele Presta
Michele Presta
giugno21/ 2016

Il 22 giugno del 1974 a Batley una cittadina inglese nel West Yorkshire nasceva Jo Cox, politica vittima del fanatismo neonazionalista inglese. Il 23 giugno del 2016 la Gran Bretagna è chiamata al voto più importante della sua storia. Secondo alcune fonti ben accreditate nel Regno Unito, la deputata britannica stava per presentare un duro rapporto alle Camere sull’estremismo politico; oggi, con ogni probabilità, avrebbe speso il giorno del suo compleanno a convincere gli indecisi su quanto fosse importante perseguire la strada intrapresa dal governo inglese nel 1975, mentre il suo aguzzino in tribunale si difende lanciando minacce e slogan nazionalisti.

THE DEAL. Nel corso della sua campagna elettorale, il primo ministro inglese David Cameron  accoglie l’invito dei partiti più conservatori come l’UKIP e e l’MPs e lancia il primo referendum per la permanenza di un paese all’interno dell’Unione Europea. Quesito semplice:

 “Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union?”

Uniche risposte ammesse, ovviamente, si o no nessuno spazio all’interpretazione e quesito che non lascia margini alla speculazione elettorale tutta italiana del votare sì per dire no e viceversa.

Il 23 giugno, al di là del risultato elettorale, i rapporti tra Gran Bretagna e Unione Europea cambieranno, David Cameron ha infatti già siglato l’accordo che in caso di permanenza britannica all’interno dell’Unione, allo stato elisabettiano riconoscerà uno status speciale rispetto ai 28 membri con la possibilità di intraprendere un percorso legislativo volto a tutelare le richieste di chi vede nell’eccessiva immigrazione il deficit economico che la nazione vive da qualche anno. Accordo di fatto che si articola su cinque punti fondamentali che ruotano intorno alla necessità di proteggere i confini nazionali ed evitare flussi economici verso altri paesi.

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SAY YES, SAY NO. L’accordo che vorrebbe essere il New Deal for England di fatto evidenzia come il vero punto del quesito referendario sia la mobilità, principalmente di due fattori: uomini e capitali. Per quanto riguarda la mobilità delle persone i sostenitori del NO sottolineano come ci siano nazioni con un tasso di immigrazione molto più alta (si veda la Norvegia) e che gli stessi siano contribuenti della finanza pubblica, rendendosi fondamentali per tutti i settori in cui i lavoratori britannici non sono in grado di soddisfare l’offerta. Per i sostenitori del SI gli immigrati rendono i salari più bassi e quindi contribuiscono intasando il mercato del lavoro. Londra potrebbe scegliere le professionalità di cui necessita con una selezione preventiva delle competenze.

Mobilità di capitali, per i sostenitori del NO Londra smetterebbe di essere il centro commerciale di riferimento dell’intera Unione Europea, cessando di avere peso economico nel completamento del Mercato unico. I sostenitori del SI sostengono come il Mercato unico sia un progetto irrealizzabile, come dimostrano i diversi slittamenti che il progetto ha subito nel corso degli anni.

Autorevolezza internazionale e spesa per l’Unione Europea, abbandonando l’Unione Europea Londra perderebbe il peso internazionale di cui gode in questo momento, perdendo anche tutti i benefici* derivanti da trattati che regolano il funzionamento dell’Unione Europea. Gli euroscettici non riconoscono all’Unione Europea nessuna rilevanza internazionale non ritenendo dunque necessaria e importante la permanenza inglese nell’Unione. Al momento i due maggiori contribuenti europei sono Regno Unito e Germania, grazie al Brexit le quote destinate all’Unione Europea potrebbero essere destinate in ricerca e sviluppo, con una maggiore ripartizione dei sussidi che garantirebbero agli inglesi un tenore di vita migliore.

TELL ME IF YOU WANNA GO HOME. Non è ancora chiaro cosa possa accadere a referendum ultimato in caso di vittoria del SI. Sono circa tre milioni gli stranieri che vivono e lavorano nel Regno Unito. Con molta probabilità i cittadini comunitari dovrebbero richiedere un visto lavorativo legato in modo indissolubile ad un contratto di lavoro stabile e che potrebbe essere revocato in caso di disoccupazione prolungata. Così come accade adesso, la nazionalità britannica può essere acquistata sposando un cittadino residente, mentre i trattati dell’Unione Europea continueranno a rimanere in vigore per altri due anni.

Adam Law titolare di uno dei più importanti studi legali britannici sintetizza la questione relativa allo status di cittadino comunitario sollevando delle questioni di legittimità.

“C’è un problema per i cittadini comunitari e italiani e cioè che questi, a Brexit avvenuta, sarebbero considerati come presenti sul territorio senza un valido visto, considerando che in precedenza non era previsto. Tecnicamente, quindi, questi cittadini sarebbero immigrati illegali e quindi soggetti persino a rimpatrio. L’avere un lavoro non sarebbe risolutivo. Senza un accordo sullo status dei comunitari dopo l’uscita dall’Ue, tutti gli immigrati, sia impiegati che disoccupati, sarebbero illegali.I migranti europei sarebbero soggetti agli stessi controlli del passaporto obbligatori per i cittadini degli altri Paesi del mondo, a meno di accordi specifici. Al momento non si entra con un visto se si è europei, e anche se il Regno Unito non fa parte di Schengen, il controllo passaporti per gli europei è sottoposto a minor scrutinio e ha anche delle corsie privilegiate.

 

 

*Il Regno Unito paga 340 sterline all’anno a famiglia all’UE ma ricava benefici per una cifra superiore (FONTE SOLE 24 ORE)

Michele Presta
Michele Presta

Dei mitici anni 90 ho poco,anzi niente. Studio giurisprudenza. Rincorro notizie.Twitto in maniera compulsiva. Un pochino di carta stampata e tanto web. Mi incuriosiscono le etichette dei vini. Odio la macchina al punto che ascolto IsoRadio anche quando devo andare al bar a bere un caffè. TW@michelepresta

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