• lunedì 18 febbraio 2019

GUERRE SANTE | Noi, rifugiati per un giorno

Monaco di Baviera attentato
Giovanni Culmone
Giovanni Culmone
luglio25/ 2016

Molti cittadini europei hanno capito cosa si prova a vivere da rifugiati. A Monaco di Baviera come a Nizza, quello che fino ad ora era solamente uno status (gentilmente concesso dal diritto internazionale) si è concretizzato improvvisamente sulle vite dei cittadini comuni. La polizia che scende in strada e gli elicotteri che pattugliano la città dall’alto sono scene di guerra che sconvolgono. Sono uno shock perché (fortunatamente) finora non hanno fatto parte del nostro vissuto. Sono il pane quotidiano invece per i 2,1 milioni di migranti che hanno raggiunto la Germania lo scorso anno. Sono scappati proprio da quello, facendo della Germania il loro rifugio, proprio come in questi giorni la nostra gente cercava riparo nei negozi, sotto un bancone o nella casa di uno sconosciuto. Rifugiati per un giorno.

Terrorista è chi crea terrore. Così come per l’attentato del 14 luglio a Nizza, anche per quello di Monaco non si è molto atteso (e molto riflettuto) prima di gridare all’attentato jihadista. Associazione istintiva, considerando il periodo, ma non giustificabile nel giornalismo, dove la lanterna è in mano ai fatti: la stampa e tutti i media in generale influiscono in modo sostanziale nell’opinione pubblica. Della paura pubblica. E quando accadrà, come già accaduto, che la paura si trasformerà in violenza, le responsabilità della stampa e della politica non dovranno essere sottovalutare. L’attacco al centro commerciale Olympia Einkaufszentrum a nord di Monaco di Baviera è stato opera di un 18enne vittima di bullismo che ha voluto regolare i conti con la società uccidendo 9 persone e ferendone 16. Pur non essendoci legami con l’Isis, questi non hanno esitato a rivendicarlo. Nella lotteria del “è dei nostri oppure no?”, ’sta volta gli ha detto male.

Se l’obiettivo di politica estera di Daesh (o Isis) è destabilizzare la società e terrorizzare la quotidianità dell’Occidente, infatti, non importa se l’attentatore sia davvero un “soldato di Dio” oppure no. Non importa se l’attentatore di Nizza non conosceva il Corano, beveva e (per giunta) era bisessuale. E qui (e, se vogliamo, ad Orlando) che la tesi della guerra di religione, dell’Islam cioè come unico fattore alla base del terrorismo, traballa. Un soldato di Allah bisessuale convince poco, ad attenderlo in paradiso ci sarebbero solamente vergini. Se la strategia del terrore ha un fine specifico, bisogna chiedersi qual è, invece, quello dei molti che (proprio come i terroristi) mettono insieme le cause dei vari attacchi che stanno sconvolgendo la scena internazionale senza fare distinguo, ma creando lo stesso effetto dei terroristi: terrorizzare, appunto.

Vediamone un esempio fra tanti. Il 2 luglio, subito dopo l’attentato al ristorante di Dacca, Pierluigi Battista sulle colonne del Corriere della Sera ha scritto un editoriale in cui tracciava la storia degli attentati degli ultimi tre anni, trovando il nesso in un mandante impersonale (“hanno appena massacrato, hanno manipolato povere bambine“, ecc.) che, anche se non lo dice, parla arabo e prega il venerdì. Da Dacca a Boston, da Parigi a Istanbul, passando per Orlando, Colonia, Tunisi, Bruxelles, poi ancora la Nigeria, Tel Aviv e Hebron. Un legame tra Boko Haram e la situazione in Israele: roba da equilibristi intellettuali, il cui scontro di civiltà, nella situazione di una Europa sempre più multietnica e rifugio per milioni di migranti, non crea effetti dissimili dalla loro guerra santa.

Giovanni Culmone
Giovanni Culmone

Il giorno che il direttore mi invierà su Tralfamadore mi sentirò realizzato. Farò foto e video di quel paradiso. Mi piace la fotografia analogica e il rovescio a una mano: mi piacciono le cose complicate.

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