• venerdì 18 ottobre 2019

‘Ntonuzzu e la bandiera, ecco perché le manifestazioni servono

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
maggio11/ 2014

Compare ’Ntonuzzu ripiega la lacera bandiera rossa fra le sgualcite rughe di un’altra giornata di lotta. La manifestazione è finita. In piazza c’è sempre, già vecchio quando ancora non lo eravamo, ancora ragazzo quando non sapremo più esserlo. Settantotto anni suonati alla causa degli umili, lui, il compagno Antonio Fiorino dal Savuto, abituato a non essere notato, nella società dell’immagine si vede ormai costretto a dire basta ai cellulari spianatigli contro ad ogni corteo. Quel cappellino con le penne colorate sulla grigia figura minuta, il foulard con la falce ed il martello e quel pesantissimo zaino con le bandiere rosse incrociate lo rendono usuale come un esemplare di capriolo garganico in fila alla Conad, ma il compagno Fiorino delle foto non si cura, quello che gli interessa alla porta degli 80anni è ancora marciare verso i diritti, verso il sogno di una vita migliore.

Il 78enne Antonio Fiorino ripone la sua bandiera al termine della manifestazione (foto di Paolo Vigna)

Il 78enne Antonio Fiorino ripone la sua bandiera al termine della manifestazione (foto di Paolo Vigna)

Pensione sociale da miseria e vita massacrante nei campi, eppure in questi mesi gli si poteva manifestare accanto e vederlo rivendicare con grinta migliori salari per gli insegnanti e misure di contrasto alla disoccupazione giovanile. Il meglio è sicuramente viaggiare con lui in autobus, per esempio in una delle tante trasferte romane organizzate dal sindacato. Quando inizia ad intonare “Bella Ciao” sorridendo a tre denti, significa che le farraginose ansie della strada te le sei lasciate alle spalle di Sala Consilina. Ti fa vedere la nuova tessera, o la foto di quando era giovane. Entrambe terribilmente vecchie, emanano qualcosa di terrificante rispetto alla giovinezza, come sapere di qualcosa che non tornerà.

Non è facile raccontare un po’ della mia vita, ma oggi sento il dovere di farlo, perché tanti vivono nelle mie stesse condizioni”. Così scrisse in un foglietto con la sua foto da ragazzo e le bollette dell’acqua che era riuscito a stento a pagare quel mese.

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Lo diede a tutti quelli che avevano manifestato con lui, prima di mettersi a riposare nel pullman che ci avrebbe riportato in Calabria. Quando gli abbassarono la pensione a 351mila lire scrisse una lettera che Repubblica gli pubblicò, ogni tanto ne parla orgoglioso. Aveva 65anni. Fin dall’infanzia ha conosciuto tanta miseria, e per la paura di rincontrarla ha lavorato come un matto, tutta la vita. E’ stato un pastore nella sua valle, poi è emigrato nella Germania industrializzata, ma in fabbrica con quella forte e cronica bronchite non lo facevano più stare. Così tornò al Sud, in Sicilia, dove ha incontrato l’esperienza che ancora oggi racconta come quella più umiliante. Stagionale nei campi per la potatura degli ulivi, con un letto di fortuna sotto i cavalli, fra topi e pulci. La paga era di sette mila lire al giorno e si lavorava dalle prime alle ultime luci del sole. Poi tornò nella Calabria, dove c’erano sei figli da sfamare con il lavoro che si trovava; incarichi da manovale, più che altro, e una serie impressionante di sventure. Oggi si rende conto che la situazione è tornata critica per tutti e protesta per sé e per gli altri: “Tutto costa troppo, aumenta tutto, tranne gli stipendi dei lavoratori! I ragazzi si laureano e non trovano posto, gli insegnanti con 1300 euro devono mantenere una famiglia e i pensionati come me non riescono nemmeno ad acquistare la legna per riscaldarsi. Non è giusto che questa politica piena di privilegi non faccia niente per chi si è sacrificato tutta la vita e oggi fa la fame. Devono dimostrare di volere il bene della nostra povera Italia”.

Il poeta russo Evgenij Aleksandrovič Evtušenko scriveva con la stessa vena di rimpianto di come nel gran bazar d’Ismajlovo saliva il prezzo di tutto mentre la bandiera rossa venisse ormai smerciata per pochi dollari, alla meglio. Metà sorella e metà nemica, dopo l’ammainamento dal pennone del Cremlino delle 19 e 45 del 25 dicembre 1991, non era più riuscito a prenderla. Come del resto non prese il Palazzo d’inverno, o come non assaltò il Reichstag. “Non sono un «kommunjak», ma guardo la mia bandiera e piango”, scriveva. ‘Ntonuzzu invece ogni volta sembra stanco e felice nel riporla con cura. forse sa che anche oggi è servita alzarla al cielo e che domani di nuovo servirà. Del resto la vita gli ha insegnato che bisogna sempre rialzarsi da terra, e che se non sei solo quando ti tocca farlo viene meglio.

Per questo forse sa più di altri che le manifestazioni servono.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

  • Pietri Bozzo Rispondi
    5 anni ago

    Ieri,un COMUNISTA minuto con la sua Bandiera svendolande,ha fatto piu grande un grande manifestazione.Io non’ostamte i miei 65 anni,mi sono sentito piccolo,piccolo.Lui con la sua identita orgogliosa,di COMUNISTA MILITANTE.Io anonimo partecipante,la sua presenza ha gridato pee tutti quelli che:Una mattina mi son svegliato…………

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