• sabato 29 Febbraio 2020

L’ANTEPRIMA | Ecco il volto dell’Anima Nera che ci sta rovinando la vita

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Settembre16/ 2014

 di S. Alfredo Sprovieri

Fabrizio Ferracane, protagonista di Anime Nere accolto a Catanzaro da un lungo applauso
Fabrizio Ferracane, protagonista di Anime Nere accolto a Catanzaro da un lungo applauso

Servono parecchie ore per togliersi di dosso il senso d’angoscia di “Anime Nere”. Il gioco di annessione psicologica che la pellicola di Francesco Munzi proietta sullo spettatore è di quelli importanti. Un film di qualità, presentato ieri in anteprima a Catanzaro dopo i successi ai Festival di Venezia e Toronto, che ambisce a premi importanti. Anche la sala calabrese ha applaudito a lungo e a lungo si è interrogata, dialogando con il regista, lo scrittore Gioacchino Criaco e il protagonista Fabrizio Ferracane fino a tarda notte.

Non era scontato e pare importante dire come prima cosa che Anime Nere è un film girato in Calabria ma non è un film sulla Calabria. Si tratta di una storia epica messa in scena da una ’ndrina, una famiglia di mafia. Non a caso tutto il film è pervaso dal canto del capro, l’antico significato della tragedia greca nel rapporto fra gli uomini e gli dei, suggestione fra l’altro raccolta sull’argomento ’ndrangheta anche dal bravo cantautore Mujura nella canzone “‘A Crapa“. Nel film, al netto di qualche cedimento alla faciloneria, la precisione con cui sono raccontati i luoghi, l’inafferrabile Locride dei paesi sdoppiati ma anche Milano e l’Olanda in cui si ramifica il potere del narcotraffico, sorprende. I linguaggi sono autentici, come lo sono la fotografia e le musiche. Molto bravi gli attori, Peppino Mazzotta e Barbara Bobulova per citarne due, e ovviamente chi li dirige. Non è possibile parlarne compiutamente senza svelare l’inaspettato finale, scioccante per la sala. Quindi passiamo ad altro.

Si corrono diversi rischi nella assimilazione di Anime Nere. Il primo è quello che l’antropologo di “Maledetto Sud” Vito Teti in questa intervista definì con l’espressione “altrismo”. Reagire in modo auto consolatorio agli stimoli intellettuali, cioè dicendo “la Calabria è anche altro”. Anche se non è compito del film fare i conti con la parte di opinione pubblica che riterrà Anime Nere un danno all’immagine di questa meravigliosa terra, il racconto prova a suggerire una – tragica, ovviamente – soluzione, invitando i calabresi che non vogliono avere a che fare con la vita ’ndranghetista a ragionare sui tormenti del fratello maggiore Luciano, interpretato da un superlativo Fabrizio Ferracane. Il secondo rischio, su questo intendiamo invece soffermarci, è quello di perdersi nell’ammaliante vicenda umana senza comprendere affondo chi muove i fili di questa drammatica recita di burattini: il capitalismo criminale.

Quella di Anime Nere è una storia verosimile di quella ’ndrangheta che superati i riti arcaici ha saputo conquistare il mondo occidentale, dove figli di pastori siedono alla pari come nessun altro con potentissimi emissari dei narcos sudamericani. Il sangue è denaro: tutte le dinamiche che si dipanano, nella storia come nella vita reale, sono ammantate da riti e regole familistiche che celano superficialmente il potere economico criminale sociale e politico che quel carico di cocaina che percorre l’Occidente comporta.

Questo è il problema più grande con cui fare i conti: è inutile continuare a far finta di non vederlo. Ogni possibile strada di sviluppo, prima o dopo, incontrerà questo muro dall’anima nera.

Marco Leonardi in Anime Nere è Luigi, fratello minore e boss emergente del narcotraffico
Marco Leonardi in Anime Nere è Luigi, fratello minore e boss emergente del narcotraffico

Un muro che è principalmente dentro di noi, descritto nella scena più significativa della parte del film in cui il registro narrativo cambia pagina, con un anziano del paese che avvicina il boss emergente tornato al paese a distribuire ricchezza (Marco Leonardi che si riavvicina ai fasti di “Nuovo Cinema Paradiso”) per chiedergli, cappello in mano, la risoluzione di un banale problema di vicinato, un’angheria che lui da solo e chi lo ha abbandonato (leggi anche: Stato) non sono in grado di affrontare. Prima ancora il pranzo in montagna fra le due famiglie, simbolo di un nascituro accordo di forza, con lo stesso Luigi ad alzare gli occhi innamorati al cielo mentre canta una tarantella d’amore. Che peccato per la storia che sia l’unica parte non sottotitolata.

Una scena in cui ho rivisto gli occhi cerulei dell’unica anima nera che ho conosciuto. Aveva 99 anni il giorno dell’intervista; in un mondo in cui anche una carezza ti tortura, l’amore riuscì a salvarlo.

In Anime Nere invece non si salva nessuno, soprattutto noi.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

  • bruno Rispondi
    5 anni ago

    caro sprovieri
    ti pongo la stessa domanda che ho posto a due tuoi colleghi ma che mi piacerebbe porre a chiunque. per pura sincera, benevola e ingenua speculazione intellettuale. ma anche per capire e cercare le soluzioni per migliorare la nostra società. “quale è il messaggio sulla calabria che dà questo film, e quello che ci sta attorno, rispetto ai messaggi di pasolini (1959), bocca, g. a. stella, saviano?”

    • alfredo sprovieri
      alfredo sprovieri Rispondi
      5 anni ago

      Caro Bruno, speravo di aver compiutamente risposto all’interrogativo in questo pezzo, mi rammarico del contrario. Per discuterne compiutamente dovrebbe aver veduto il film e il suo finale; è difatti intellettualmente onesto parlare di un film senza vederlo? Per il resto del discorso: non penso che un film abbia il dovere di restituire un’immagine di una terra. Racconta semplicemente una storia. Come? In questo caso bene. L’estetica è anche etica. Ogni volta che qualcuno scrive di ‘ndrangheta dovrebbe altrimenti scrivere che i pomodori di Belmonte sono buoni? Ogni volta che qualcuno parla della classe dirigente più corrotta d’Europa deve anche dire che il tramonto da Scilla è senza paragoni? Non regrediamo. Migliorare la nostra società significa affrontare con coraggio i problemi che la attanagliano. La ‘ndrangheta è da tempo diventato il primo, non ammetterlo a noi stessi significa essere, seppur intellettualmente, complici. La saluto ringraziandola.

  • Giorgio Rispondi
    5 anni ago

    Caro Alfredo,
    grazie per il lucidissimo commento che condivido in toto (compresa la risposta a bruno).

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