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In fila con i fantasmi di Rosarno

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
dicembre13/ 2012

Uomini neri in fila ordinata verso la porticina di una roulotte hanno lo sguardo rivolto verso il cielo terso e le ciabatte ancorate nel fango. Aspettano di potersi curare, senza sapere da chi o da che cosa. Rosarno, San Ferdinando, Calabria, Italia, Europa. Fa un freddo cane, è iniziato marzo dell’anno 2009.

Rosarno Scritta muro
Rosarno, febbraio 2010 (Foto Ivana Russo).

Nella fabbrica dei calabresi sono assiepati moltissimi ragazzi africani. Cittadini del mondo, come quelli che da questa terra partono alla ricerca di un lavoro. Sono arrivati qui da immigrati e sono rimasti da lavoratori invisibili e sfruttati, sui giornali li chiamano clandestini. Sembrano alcune centinaia, abitano l’accampamento sistemato nelle pance degli stabilimenti dove si faceva il succo d’arancia e hanno i comportamenti di chi ha paura dei visitatori notturni e si consola con i visitatori mattutini. Da un po’ di mesi infatti in questo crogiolo di identità arrivano di giorno curiosi e volontari, taccuini e telecamere, maniche di camici bianchi che reggono stetoscopi. Di notte invece arrivano indistinguibili ombre nere con la pistola.

Di prima mattina ci sono i volontari di medici senza frontiere, come in Nepal, Cambogia e Afghanistan: ma non solo acciacchi del corpo, le cure che devono somministrare a questi ragazzi spesso sono quelle destinate a chi si vede morire un grande sogno davanti agli occhi. Si lotta anche con la depressione, e le luci e gli inviati dei grandi giornali e dei giganti del broadcasting come Bbc e Cnn, non hanno saputo levar via la tristezza da questi corpi ammassati nelle tende; la metà di loro riesce a lavorare nei campi per un tozzo di pane, per il resto è un’odissea che continua senza mare. Solo i telefonini satellitari ricordano in che epoca ci troviamo; i capannoni della “Rognetta” sono sventrati come colpiti dalle bombe in tante delle loro città. Ma qui, i mali che sanno persino cariarle le mura, sono altri. Arrivando nella Piana di Gioia Tauro infatti, ci si accorge proprio dai palazzi quanto sia difficile la lotta al dominio dei malacarne: l’annessione di un territorio che combatte per la normalità vedendo imbruttire le case e sfiorire i figli è fin troppo avanzata nei solai innalzati a piani alterni. Sono simulacri imbiancati alla meno peggio, come rovine al rovescio di templi dedicati ai demoni che da questo territorio diramano il dominio dell’unica mafia al mondo capace di diramarsi in tutti i continenti.

Ma qui c’è tanta gente comune che prova a credere di poter avere un’esistenza normale. Fra organizzazioni e volontari spiccano le gesta di una anziana signora che ogni domenica apre a tutti la sua casa di campagna per il pranzo. Si chiama Norina Ventre, ma tutti la conoscono come “Mamma Africa”. Da quando la Lega Nord ha proposto una legge che obbliga ai medici di denunciare i migranti senza permesso di soggiorno, negli ambulatori dedicati di tutta Italia è stato un fuggi fuggi generalizzato: un dibattito di portata internazionale che però qui non ha fatto capolino. Queste braccia servono per la raccolta degli agrumi e nessuno le rispedirà indietro, non c’è pericolo. Però sembra importante complicargli la vita, altrimenti non si spiega perché il ministro degli Interni Roberto Maroni evochi la galera chi gli affitta un alloggio per dormire.

Si scende alla “Rognetta” quando da poco è scoccato mezzogiorno, prima c’è il tempo di visitare, nel centro della città, l’ambulatorio specializzato che accoglie i migranti. Un simbolo di riferimento per gli immigrati della Piana, adagiato nei locali di un vecchio asilo. Poco più sopra, è giorno di vaccinazioni antinfluenzali per i bambini del posto, i locali del primo piano sono pieni di chiasso e allegria. Nel centro per gli stranieri invece ci fa strada, nel silenzio della chiusura, la responsabile dell’associazione Omnia, il gruppo di volontariato formato dagli stessi migranti che si occupa di mediazione culturale in collaborazione con l’Asp guidata da un generale dei carabinieri, Massimo Cetola.

Nemmeno qui sono diminuite le visite negli orari d’apertura, anzi, fuori dal cancello ad aspettare c’è di buon ora un gruppetto di uomini nordafricani; gli toccherà ripassare nel pomeriggio quando, due volte alla settimana, il volto fiero e pulito di Rosarno li accoglierà nelle stanze del centro. Nessuno in questa fila sembra temere che qualcuno li denunci, e non è tanto una questione di disinformazione, né un segnale di fiducia verso i bravi operatori calabresi: semplicemente non c’è niente da nascondere. Non possono stare lì, ma lì serve che stiano, e superata questa ipocrisia tutte le altre si mettono in fila, anche loro.

rosarno_africani in fila
Cartiera di San Ferdinando, marzo 2009

All’ex fabbrica di fronte la scuola elementare, il senegalese Rudy si fa segnare su un pezzo di carta i vaccini che gli operatori dell’Asp, guidati dalla dottoressa Francesca Cosentino, possono somministrare a chi lo decide. L’italiano di Rudy è spigliato e riesce a trovare il tempo per distrarsi raccontando le gesta di Bouba Dioup e El Djouf, negli occhi è ancora vivo il leggendario gol alla Francia campione del mondo. Intende e sorride dalla fila un ragazzo che stringe fiero tra le braccia un pallone di pezza grigio. Di tempo per le parole invece non ne trovano i dottori impegnati nelle vaccinazioni, il ritmo delle visite è frenetico e si andrà avanti finché le risorse lo garantiranno. La dottoressa scende alcuni gradini e difende il senso dell’accoglienza calabrese: “I pazienti lo capiscono, sanno che qui nessuno mai li denuncerà”. Il freddo che ha martoriato la zona rende più complicata ogni cosa, un semplice ceppo d’influenza può diventare un problema enorme da affrontare nelle condizioni di vita della Rognetta, dell’ex cartiera di Rosarno e dei tanti posti dimenticati della Piana dove trovano riparo questi fantasmi. Ma passa la stagione e passa il freddo: a molti di loro toccherà andare via da questo inferno, per poi ritornarci. Chissà per quanti anni ancora.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

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