• sabato 20 aprile 2019

SPECIALE IJF15 | Giornalisti panel e porchetta

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Francesco Veltri
Francesco Veltri
aprile21/ 2015

di Francesco Veltri

Ogni giorno nascono giornalisti inconsapevoli. Che forse non sanno quanta vita e salute perderanno lungo la strada. Oppure, semplicemente, credono che talento, fortuna e, chi può permettersela, raccomandazione, gli renderanno la vita più facile. A Perugia sembrano esserci proprio tutti. Vanno avanti e indietro, incuranti del caldo, del freddo e della pioggia che rende la città di Pinturicchio e dei Baci Perugina imprevedibile, bella e stupefacente. Spaesati, vanno avanti per le vie di una città che sembra però non accorgersi nemmeno per un attimo di loro. Ma i nostri se ne infischiano e, sfidando clima, sfiga, pendenze del 16%, file non sempre a lieto fine e instabilità emotiva e lavorativa, raggiungono i propri panel scelti scrupolosamente dopo un’attenta visione notturna del programma dell’evento che, a seconda dalla versione inglese o italiana, mettono in evidenza eventi completamente diversi. Scelto quello che fa per loro, i nostri, muniti di cuffie, di tablet e, chi non se ne vergogna, di carta e penna, seguono simpatiche lezioni di giornalismo nostalgico o futuristico, rivisitato e commentato da illustri esperti della materia che ascoltano e rispondono alle loro domande inutili, ripetitive, banali e persino intelligenti.

In ogni sala, qualunque sia l’argomento trattato, non mancano mai gli ambiziosi. Visto che di questi tempi si emerge solo attraverso i talent, sperano di essere notati per dare inizio alla loro inarrestabile scalata professionale. A fine convegno si avvicinano alla star di turno lasciandogli inutili parole e curriculum. Succede solo agli italiani. Non tutti per fortuna. O per sfortuna. Poi corrono verso il prossimo obiettivo, e che sia Peter Gomez, Marco Damilano, Beppe Severgnini o Augusto Minzolini, conta poco. Uno vale l’altro. L’importante è arrivarci e crederci sempre. Perché “chi vale – afferma il condirettore di Repubblica.it Giuseppe Smorto (un calabrese riuscito a imporsi lontano dalla sua terra) – alla fine ce la fa e viene notato e premiato. E non è importante che sia raccomandato oppure no“.

Si discute e si dibatte su tutto nelle splendide sale di Perugia, tanto sul nuovo che avanza e poco, quasi niente, sulla vecchia carta stampata che è destinata a morire nel giro di un altro paio di Festival. I vip della tv italiana scorrono luccicanti e sereni come un fiume in piena davanti all’Hotel Brufani, il quartier generale dell’evento che fu raduno della Marcia su Roma. Apparentemente fanno capire alla massa di fan che li ammira e li invidia, che odiano essere avvicinati, “selfizzati” e fissati, sapendo, però, in cuor loro di volerlo fortemente. E mentre vivono questa contraddizione interiore, si preparano ognuno alla propria lezione di vanità da dare in pasto alla indifesa vanità altrui.

Ma a regnare è soprattutto il contrasto, sempre opprimente e angosciante nella mente di chi vent’anni non li ha più, tra il futuro delle nuove tecnologie e dei social che stanno uccidendo o cambiando (ognuno la vede a modo suo) una professione, e il passato di una città medievale che non sa più cosa farsene della sua storia, del giornalismo e dei giornalisti di una volta. Un contrasto che spacca in due un settore. Passato e futuro, uno contro l’altro, uno nettamente con più armi a disposizione dell’altro. Si può fare una scommessa su chi la spunterà, ma al momento c’è solo una certezza: il presente non è occupato da nulla di concreto e professionalmente dignitoso, e quando questi nuovi mezzi di comunicazione, in continua e schizofrenica evoluzione, raggiungeranno la loro stabilizzazione, anche chi vuole fare il cronista troverà la sua pace e inizierà forse a comprendere davvero le notizie che dà. Quanto tempo ci vorrà è impossibile saperlo. Nell’attesa (se si vuole o ci si può permettere di attendere) si può solo provare a sopravvivere alla meno peggio. L’alternativa è lasciar perdere tutto, come certi esperti consigliano, e intraprendere una carriera diversa. Magari nel campo della vendita di panini con la porchetta, che a Perugia, nei giorni del Festival, ha permesso al proprietario di un piccolo gazebo posizionato a pochi passi dal centro, di diventare più ricco di quello che era. Grazie agli spicci dei giornalisti precari.

Francesco Veltri
Francesco Veltri

Guaribile romantico del giornalismo calabrese. Scrive per non dimenticare e si ostina a osservare l'inosservabile. Ha lavorato con alterne sfortune nelle redazioni della Provincia cosentina, di Cosenza Sport, di Calabria Ora e dell’Ora della Calabria, che poi sono la stessa cosa ma a quel tempo non si poteva dire.

  • Framcesca Rispondi
    4 anni ago

    Tutti crediamo di essere liberi, ce ne convinciamo crescendo, ma durante questo processo smettiamo di esserlo realmente ed iniziamo la nostra vita da inconsapevoli schiavi. Finiamo di porci e porre domande per cercare di capire il più possibile l’infinito mondo nel quale siamo immersi e, quando ricordiamo di chiedere qualche spiegazione, ci accontentiamo di risposte poco esaurienti, incompleta e che non soddisfano a pieno la nostra naturale curiosità. Confondiamo la differenza tra l’essere invadenti ed inopportuni ed il voler conoscere, o meglio veniamo educati a non cogliere il confine tra le due cose ed allora, spinti dal pudore, sediamo i nostri interrogativi e lasciamo avanzare la lente ed inevitabile morte del nostro intelletto, della nostra capacità critica. In questo modo, finiamo per accettare o addirittura giustificare qualsiasi azione. In fondo non c’è nulla di anormale se un ragazzo viene assassinato tornando a casa. Magari aveva commesso qualche sgarro o aveva infastidito qualcuno di “importante”, meritava una lezione. Nel frattempo le persone si dividono, inconsapevolmente, in tre schieramenti: chi sa e ne è fiero, ma ovviamente non denuncia i criminali, o i loro mandanti, perchè loro non hanno colpe, non è colpa loro se è partito il colpo, la loro è stata una reazione inevitabile causata dal comportamento sconsiderato di un ragazzino che ha “disturbato il can che dorme”. C’è poi chi non sa e vive bene nella sua ignoranza, essendo conscio che questo è l’unico modo per condurre una lunga e serena esistenza. Alla fine troviamo i più folli, le persone in assoluto più stupide: chi non sa, ma vuol sapere, ad ogni costo. Tutti coloro che si rifiutano di camminare con i paraocchi e preferirebbero buttarsi da un dirupo, difendendo i propri ideali, piuttosto che cestinarli per poter continuare a camminare su una piatta strada corrosa dalla desolazione. Dalle domande però nascono nuove domande, come ad esempio “Ed ora che so, cosa faccio?”. Un lato di sè vorrebbe raccontare l’accaduto, ma l’altra ha paura o non trova il modo per poterlo fare. Pochi hanno in mano delle reali prove, ma alcune testimonianze valgono più di molti indizi però chi ti ha confidato la realtà si rifiuterebbe di testimoniare di fronte ad altri e tu sei solo una ragazzina e puoi fare ben poco. In quel momento inizi a star male, ti senti legata, incapace di far qualsiasi cosa e provi uno strano senso di colpa, come se la responsabile fossi tu. In fondo non sei diversa da tutti gli indifferenti, da tutti gli omertosi, che ricorrono alla tattica del “non vedo, non sento e non parlo”. Tu vuoi esser diverse, essere nata e cresciuta in Calabria non significa essere così a tutti i costi, ma ciò non cambia i fatti, hai comunque taciuto. Dopo qualche mese la “verità” è venuta a galla, hai sentito la notizia in televisione e vorresti piangere per esser stata immobile e silenziosa. A questa strana sofferenza dell’anima si aggiunge un altro macigno, sognavi di far la giornalista e realizzi di non averne la stoffa, il silenzio non si addice alla professione che vorresti svolgere.
    Cosa significa essere liberi, qualcuno lo è realmente ed un giornalista come può restarlo?

    • alfredo sprovieri
      alfredo sprovieri Rispondi
      4 anni ago

      Ciao, “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, scriveva qualcuno. Significa molte cose, fra le quali che l’omertà è un male assoluto ma che è bene che lo combatta la società prima dell’individuo. Io penso che non bisogna vergognarsi di avere paura perché nessuno nasce libero, forse semplicemente alcuni lottano (anche contro la paura) credendo che si possa diventarlo. Attenzione però, fra lo stare zitti e dire la verità su una cosa di cui non si è testimoni diretti c’è il mare. I sentito dire, per quanto diretti, raramente sono già prove o indizi a cui un normale cittadino arriva prima dei professionisti chiamati a indagare, anche l’esempio che porti lo dimostra. Per quanto riguarda i giornalisti, infine, lo si diventa difficilmente e solo dopo tantissimi anni di studio e sacrifici anche per accedere a quelle tutele professionali in grado di farti affrontare meglio le paure. Paure che accomunano a tutti, anche gli eroi. Figuriamoci i giornalisti.
      Buona fortuna per tutto.

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