• mercoledì 26 giugno 2019

L’AVVELENATA | Presila 2050, tre metri sotto Celico

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
settembre25/ 2015

Presila, anno 2050.

Tornando a valle incontrarono il vecchio. Era lì da sempre, non si era mai mosso. Abitava un rifugio nascosto appena sotto il viadotto crollato, sulla strada statale che portava all’antica Celico. Ameera e Yasim sono saliti fino ai piedi della Sila apposta per trovare qualcuno come lui. Parlava ancora l’italiano e ricordava persino qualche parola del dialetto del posto, pieno di tutte quelle doppie lettere elle.

«Sì, ho fatto la guerra del 2025, ero nella Nuova Resistenza».

Non è mai voluto andarsene, nemmeno dopo la disfatta. Dopo secoli di pace arrivarono di nuovo i turchi, ma stavolta non trovarono uno Skandemberg a fermarli. Finiti gli anni della grande catastrofe migratoria li aspettava un popolo infiacchito e ignorante, incapace di capire cosa gli stava accadendo e impotente di qualsiasi reazione. Tutte le forze erano state dissipate nel barbaro respingimento dei rifugiati, in una guerra fra poveri che servì a logorare la tradizione democratica dell’Europa e a porre fine a quella civiltà. Un’arma di migrazione di massa, irrorata come un veleno lento e crudele da chi aveva le frontiere del Bosforo fra le mani. Erano stati loro a usare quell’orda di disperati come un’arma di ricatto geopolitico, come una strategia per costringere il grasso Occidente ad invadere la Siria e a finire nella trappola nucleare dell’Iran. Quando tutto quello finì, non ebbero bisogno nemmeno di bombardamenti. Trovarono persino le armi chimiche di Assad stoccate al porto di Gioia, le basi militari e i radar supersonici che avevano accettato di ospitare nelle montagne della Sila. Solo pochi giri di droni nel cielo, poi passarono più lisci dei Mille garibaldini.

Eppure qualche nostalgico brigante rimase anche stavolta a cercare di difendere le montagne, preso in giro come un Don Chisciotte di paese, un povero pazzo che ululava alla luna. Il vecchio era uno di quelli che con le loro inutili lauree in mano passavano il giorno a gridare contro gli affaristi, gli ’ndranghetisti, gli speculatori, i distruttori di paesaggi, ma la maggioranza non li stava nemmeno più a sentire quelli come lui. Iniziarono a combattere contro l’apertura di una discarica che sventrò la montagna, rimanendo presto soli.

  • Dovevate accorgervene prima di farla aprire

oppure:

  •  “ma i rifiuti da qualche parte dovremmo pur metterli

gli rinfacciava la gente comune, il popolo bue che in quegli anni accettò l’arretramento dei diritti, l’umiliazione della scuola, le chiusure dei giornali, le ferrovie a binario unico, i tagli negli ospedali e nei tribunali. Lo stesso popolo che viaggiava ogni giorno sul ponte che non si poteva chiudere per non fermare i tir del munnizza business, che si inerpicava su strade della morte mai finite, che subiva programmi di austerità fatti di tagli e di rigore, con innalzamenti progressivi dell’età pensionabile e riduzione dell’aspettativa di vita.

Schiattarono tutti, di fame di depressione e di lavoro, mentre la montagna e il mare vennero disseminati di veleni. Negli anni le famiglie sterminate dai tumori furono moltissime; intere generazioni annientate, costrette ad andarsene lontano persino per ricevere i livelli essenziali di assistenza sanitaria. Progressivamente persero pure la possibilità di essere rappresentati, la Costituzione mai davvero applicata finì fatta a pezzi da una classe dirigente troppo ubriaca di potere per rendersi conto di esser diventata tasto di autodistruzione al servizio dei nuovi totalitarismi internazionali.

«Eppure vi fu un momento preciso in cui credemmo di poter sfuggire a tutto questo, me lo ricordo bene».

Disse ad un tratto il vecchio, interrompendo il racconto.

«Era la notte del 24 settembre del 2015.

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L’ennesima notte di speranza, nella quale in un migliaio marciarono dalla piazza di Celico fino a quella di Spezzano della Sila, sotto una pioggia insistente. C’era persino la banda, in tanti arrivarono da lontano, anche da Cosenza, Castrovillari, Bisignano, Scala Coeli, Rossano e tanti altri posti toccati dallo stesso disagio sociale, dal morbo che li attaccò uno alla volta, fino a circondarli tutti. Marciarono compatti, con le fiaccole in mano, gridando di non aver paura. Chiesero la chiusura di tutte le discariche e un nuovo piano regionale di gestione dei rifiuti. Aspettarono la soluzione del problema dagli stessi che l’avevano creato.

«Fummo degli illusi, ma su una cosa avemmo ragione: ‘Sarebbe stato quella volta, oppure mai più’. Com’è che si dice… è andata così, per questo non posso seguirvi oggi, non posso venire insieme a voi sull’isola. Ai vostri occhi quaggiù non è rimasto niente, ma ai miei c’è tutto ciò che mi resta. I miei ricordi, le mie sconfitte, i miei amici. Tutti qui con me: sepolti tre metri sotto Celico».

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

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