• mercoledì 26 aprile 2017

Fittipaldi Emiliano, mestiere: giornalista-giornalista

Carmen Baffi
Carmen Baffi
aprile07/ 2017

Il giornalismo d’inchiesta in Italia sta scomparendo e quelli che davvero se ne occupano possono contarsi sulle dita di una mano. Emiliano Fittipaldi di L’Espresso è certamente uno di loro, ha firmato le inchieste più spinose di questi anni, dal Vatican gate al caso Marra – Raggi, ed ha tenuto uno dei più attesi workshop delle prime giornate dell’edizione 2017 del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia.

«Una delle malattie del giornalismo italiano è l’opinionismo, perché il giornalismo d’inchiesta è un’altra cosa, quello si occupa dei fatti».

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L’incontro nella superba Sala dei Notari è servito ad analizzare l’infinito braccio di ferro tra il giornalismo, quello che infastidisce e non abbassa la testa, e il potere in Italia. Non nasconde una certa preoccupazione, Fitttipaldi, volgendo lo sguardo al mondo del new journalism, in cui si sente dire ai ragazzi delle scuole di voler divenire firme raccontando le loro idee sul mondo. Nessuno sembra voler più cercare le notizie scomode, quelli che tanti vogliono tenere nascoste al cittadino: «Perché è molto più noioso, molto più complicato e rischioso». Perché in Italia la realtà è che se un giornalista dà fastidio, non si becca un Pulitzer e un film da Oscar, ma una denuncia. Dopo la denuncia passa a incassare minacce e immediatamente si ritrova a vivere sotto scorta. L’unica colpa: aver fatto bene il suo mestiere. Secondo dramma: la carriera. «Un giornalista d’inchiesta non fa carriera. Nessun di loro sarà direttore di un giornale in Italia. Questo in altri paesi, in America per esempio, non accade».

Finché l’opinione pubblica non sarà in grado di riconoscere e sostenere chi informa, i giornalisti si autocensureranno, rimarranno sotto i capi redattori che a loro volta sono sottomessi al potere. Fittipaldi elenca i processi ma anche molti feedback in questo senso:

«Se Fittipaldi fa un’inchiesta non è perché è libero e indipendente o perché ha cercato una notizia, ma perché sicuramente gliel’ha detto De Benedetti. Se la fa sulla Raggi è perché gliel’ha detto Renzi, a cui è legato De Benedetti, a sua volta legato al Pd. Se invece la fa su Renzi, è perché Fittipaldi ha capito che vinceranno i grillini e deve tenersi pronto».

Ma allora, giornalismo e potere – se da fuori sembrano essere così intrecciati – cosa temono di più l’uno dell’altro?

«Il potere deve temere il giornalismo fatto bene, perché in Italia c’è un potere che difficilmente si caratterizza di trasparenza. Il giornalismo, invece, deve temere dal potere alcune censure che sistematicamente vengono imposte ai giornalisti e deve essere capace di combatterle con più coraggio e più forza».

Non ha alcun dubbio Fittipaldi mentre risponde alla domanda. Certo è che a volte i dubbi servono: se non ne avesse avuti, dopo aver letto un pezzo di Dagospia,  non avrebbe scritto i suoi due libri Avarizia e Lussuria. Terzo germe è, infatti, la mancanza di curiosità. Le inchieste nascono così: trovi la notizia che ti incuriosisce e ci entri dentro. Scavi, indaghi, cerchi la verità finché non la trovi. Dopo, arriva il lavoro più faticoso: pubblicare. “Io non pubblico se non ho le carte”, servono le prove, sempre.

Qualcuno gli ha chiesto se ha mai avuto paura: “Se un giornalista d’inchiesta ha paura, ha perso in partenza“. In conclusione nel kit di sopravvivenza non devono mancare: curiosità, coraggio e, se serve, la pazienza di essere sicuri di vincere. In caso contrario, il potere ti spezza il braccio.

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In copertina: foto di Alessandro Migliardi per Ijf17

Carmen Baffi
Carmen Baffi

Ho 20 anni, sono un'appassionata di lettura e scrittura, una sognatrice in erba e contemporaneamente una pessimista cronica. Scriveva Leopardi: “Sono convinto che anche nell'ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino.” Poi peccato che è morto.

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