• sabato 16 dicembre 2017

C’era un telone giallo con una scritta nera

Carmen Baffi
Carmen Baffi
aprile10/ 2017

Le scalinate della Sala dei Notari a Perugia sono scomparse. Sparite sotto la densa macchia di popolo che attende in fila di ascoltare la voce di chi da quattordici mesi chiede e cerca la verità sulla morte di suo figlio. Giulio Regeni, ricercatore, 28 anni, torturato e ammazzato al Cairo.  Diversi pezzi di verità stanno venendo a galla, ma chi e soprattutto perché restano negli abissi.

Mamma Paola e papà Claudio entrano in sala, tutti si alzano in piedi. Un lunghissimo applauso. Il famoso telo giallo con la scritta nera “Verità per Giulio Regeni” stretto fra le loro mani. L’applauso non cessa, cresce, rimbomba più forte sulle pareti: tutti vogliono questa verità.

In un regime di dittatura, banalmente, l’atto più eversivo è chiamare le cose col proprio nome: Giulio non è morto, è stato assassinato. Giulio non è scomparso, è stato sequestrato. Il governo egiziano non ha reso complessa la ricerca della verità, l’ha costantemente e ciclicamente deviata. Il ministro degli Interni egiziano ha mentito di fronte alla stampa internazionale, dichiarando che Giulio Regeni era nome ignoto e sconosciuto per il governo. È stato dimostrato che tutto questo è una menzogna”. Carlo Bonini, firma di punta a Repubblica, mette i puntini necessari a sgretolare, pezzo dopo pezzo, il “Muro di sabbia” (questo il titolo del dossier firmato Bonini e Foschini in edicola) costruito per nascondere la verità sui fatti.

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Un omicidio di Stato che per Paola “non si può accettare di chiamarlo caso”. Dopo Giulio sono salite infatti in superficie molte altre storie, tanti altri Giulio scomparsi, uccisi, dimenticati nel silenzio. La memoria corre alla prima telefonata dal Cairo. Paola e Claudio partono subito, non dicono nulla a nessuno. “Quando andammo al Cairo per la prima volta con Giulio, visitammo tutte le cose più belle. Quella volta, tutte quelle cose belle non c’erano più”, racconta dopo di lei papà Regeni. Si attendono notizie. Un’altra telefonata: è Maurizio Massari, l’ambasciatore italiano. “Stiamo arrivando”. Paola mette tutto in ordine, spolvera in tutte le stanze. Ha ancora la speranza che con loro, arrivino buone notizie.  Squilla il telefono, di nuovo Massari. “Ritardiamo dieci minuti, ma non abbiamo buone notizie”. Era già finito tutto. Un’istante per capire che non avrà mai i nipoti da Giulio, cinque minuti prima che inizi il circo mediatico.

Cinque minuti per dire tuo fratello, tuo nipote, il tuo migliore amico, il tuo fidanzato è morto, non è cosa da poco”. Inizia l’inferno. La lunga lotta che anche grazie ai social è diventata la lotta di tantissimi. “Verità e giustizia per Giulio Regeni” non è solo parole scritte nero su giallo. “Se dopo 14 mesi il caso non è stato archiviato è anche merito vostro” ha detto rivolgendosi al pubblico Alessandra Ballerini, avvocato che la famiglia ha ingaggiato proprio per difendersi dai media e con i media. Abbiamo bisogno di sapere chi, ma soprattutto perché – ha detto la Ballerini – lo dobbiamo a Paola, a Carlo e a tutti i Giulio d’Egitto”.

Molti in sala si concedono alle lacrime. La forza – o meglio, la resilienza come l’ha definita il giornalista Giuliano Foschini – di una mamma a cui hanno ucciso il figlio senza alcun motivo. E se un motivo dovesse esserci stato nessuno ancora vuole dirglielo. Paola è arrabbiata, è stufa di non sentire nulla di nuovo. È stufa di sentir definire le sue reazioni come “elaborazione del lutto”. Perché “non esistono libri di psicanalisi che parlano dell’elaborazione del lutto di una mamma italiana ed europea a cui hanno torturato il figlio”.

Quel 25 gennaio 2016 Giulio uscì di casa per incontrare un amico che lo aspetterà invano. Perché quell’appuntamento, Giulio lo ebbe con la morte. Anzi, con l’inizio delle torture raccontate dal suo stesso corpo. La serata finisce come (secondo i tabulati delle indagini) è finita la vita di Giulio da uomo libero, con una canzone dei Coldplay: “A rush of blood to the head”. Magari un caso. Magari no.

Carmen Baffi
Carmen Baffi

Ho 20 anni, sono un'appassionata di lettura e scrittura, una sognatrice in erba e contemporaneamente una pessimista cronica. Scriveva Leopardi: “Sono convinto che anche nell'ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino.” Poi peccato che è morto.

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