• sabato 16 dicembre 2017

A Paterson c’era la guerra

mmasciata
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agosto24/ 2017

di Giulia Sbaffi

John Reed era uno che i reportage li sapeva scrivere. Testimone oculare e appassionato narratore dell’evento simbolo del secolo scorso (La Rivoluzione d’Ottobre, ovviamente), il giornalista statunitense tracciò forse il ritratto più acuto della statura politica di Vladimir Lenin:

“Erano esattamente le otto e quaranta quando una tempesta di applausi annunciò l’entrata della presidenza, con Lenin, il grande Lenin. Piccolo di statura, raccolto, la grande testa rotonda e calva infossata nelle spalle, gli occhi piccoli, il naso camuso, la bocca larga e generosa, il mento pesante. Era completamente sbarbato, ma la barba, così conosciuta prima e che d’ora innanzi sarebbe sempre rimasta, cominciava già a rispuntargli sul viso. Il vestito era consunto, i pantaloni troppo lunghi. Poco fatto, fisicamente per essere l’idolo della folla, egli fu amato e venerato come pochi capi nella storia. Uno strano capo popolare, capo per la sola forza della intelligenza. Egli non era brillante, non aveva spirito, era intransigente e appartato, senza alcuna particolarità pittoresca, ma aveva il potere di spiegare le idee profonde in termini semplici, di analizzare concretamente le situazioni e possedeva la più grande audacia intellettuale.”

Era l’8 novembre del 1917 e John Reed in Russia ci sarebbe rimasto fino alla morte, sopraggiunta per tifo nell’ottobre di tre anni dopo.

Forse unanimemente riconosciuto come testimone lucido della rivoluzione russa, il giornalista americano aveva iniziato il suo apprendistato nel 1913 nella piccola cittadina di Paterson, ventitré miglia dal Greenwich di Manhattan dove era nata la rivista “The Masses”- faro del radicalismo sociale e culturale statunitense e palestra per decine di scrittori. Fu “The Masses” ad inviare il giovane Reed, appassionato osservatore del fiorente radicalismo politico di quegli anni e tra i fondatori del partito comunista, a seguire gli scioperi dell’industria della seta della città che fu poi cornice alla poesia di William Carlos Williams

“C’è Guerra a Paterson. Ma è uno strano tipo di guerra: la violenza viene tutta da una parte sola, dalla parte dei proprietari dei setifici”.

L’attacco concitato del reportage denuncia il coinvolgimento diretto del giornalista nella lotta degli operai. Reed, infatti, si mescola a loro con penna e pugno; racconta lo scontro concitato tra il picchetto e la polizia, tratteggia il ritratto della folla composita che anima lo sciopero e quello dell’agente McComarck che bracca il giornalista mentre assiste allo sciopero e senza un’accusa fondata lo trascina in prigione. Poco prima del rilascio Reed in carcere parla con i picchettanti detenuti insieme a lui; c’è chi esce su cauzione, chi raccoglie il vitto portato in visita dai familiari. Tutti parlano lingue diverse.

“«Quali sono le nazionalità che legano di più al picchetto?» Un giovane ebreo, dall’aspetto pallido e malaticcio per la mancanza di cibo, si fece avanti orgogliosamente. «Tre grandi nazioni legate tra loro così» E fece un pugno. «Tre grandi nazioni: italiani, ebrei e tedeschi» «E che ne dite degli americani?» Tutti scrollarono le spalle e sogghignarono con disprezzo. «Gente inglese non va al picchetto» disse uno sotto voce «Americani non piace la lotta!»”

 

  • Prima di Nicola e Bart

Ovviamente non fu così, nello schieramento composito raccoltosi a Paterson c’erano militanti americani dell’IWW (Industrial Workers of the World) come Big Bill Haywood, organizzatore del sindacalismo rivoluzionario e altre tra le sigle dell’operaismo statunitense di quegli anni. Le voci raccolte da Reed, tuttavia, dicevano qualcosa di storicamente incontrovertibile: a Paterson, come in decine di altre città della costa orientale degli Stati Uniti, a guidare le lotte dei lavoratori, ad organizzarle e animarle erano soprattutto gli immigranti e in particolar modo, gli italiani. Wops, neri, ma soprattutto socialisti ed anarchici; questi erano gli sprezzanti connotati politici e culturali che legavano le fila dei destini di coloro che da Ellis Island si erano dispersi nelle fabbriche e nei sobborghi delle aree industriali dell’America operaia. Il radicale attivismo politico della fabbrica, il proliferare di gruppi e organi di stampa (soltanto a Paterson, il periodico la Questione Sociale fondato proprio in New Jersey dal regicida Gaetano Bresci e il Gruppo L’Era Nuova) e l’intensificarsi degli scioperi provocarono la feroce stretta repressiva dell’autorità locali. A cavallo tra gli ultimi anni del primo conflitto mondiale e il 1920, poco prima che a Boston Sacco e Vanzetti diventassero simbolo della repressione crudele e scellerata del radicalismo politico e della sinistra immigrata, un’intera comunità politica ed etnica divenne bersaglio della violenta repressione pianificata dal dipartimento di Giustizia americano. A Paterson la comunità anarchica italiana fu completamente spazzata via.

Paterson, NJ (ieri)

Il 2 giugno 1919, una serie di attentati dinamitardi colpirono le città di Philadelphia, New York, Paterson, Washington e Cleveland. Il ritrovamento di una serie di volantini (mai storicamente e legittimamente) attribuiti agli anarchici giustificarono l’azione della polizia. Decine di immigrati italiani furono arrestati e portati ad Ellis Island; tra questi, molti furono deportati in Europa.

L’epurazione politica corrispose ad una vera e propria pulizia etnica generando una generale amnesia.

  • Paterson, Agosto 2017

Oggi gli italiani a Paterson non ci sono (quasi) più. Anche l’unico ristorante con il Colosseo nell’insegna serve in realtà cibo mediorientale. A cambiare sono sicuramente stati i flussi migratori, la definizione di subalternità nel grande magma etnico americano e la storia culturale delle sue comunità. L’assenza italiana, tuttavia, non è soltanto costitutiva del corpo sociale della città, ma anche della sua memoria storica.

Arrivando a Paterson con l’autobus 190 da Port Authority si attraversano sobborghi residenziali curati, trionfo di in un benessere stucchevole, e gli oggi desolati e desolanti relitti post industriali del florido capitalismo statunitense del secolo passato. La stazione di Paterson, che ha le dimensioni di una pompa di benzina e si nasconde tra le montagne del Great Falls National Park, è circondata dai fossili della storia industriale della città; i dinosauri della seta e dell’industria elettrica portata dall’avveniristico progetto di Alexander Hamilton che con la sua statua presenzia le cascate, ode poetica di Williams e teatro del racconto cinematografico di Jim Jarmush.

Giunta a Paterson per amore e nostalgia (non solo del radicalismo di chi mi ha preceduta nella migrazione) arrivo al Visitor Centre delle cascate e alla giovane ranger che presidia la flora letteraria della piccola libreria chiedo se conosce opera che sia stata scritta sulla comunità italiana di Paterson e gli scioperi del 1913. Sono giorni qui in America in cui si discute furiosamente di cosa fare della memoria delle lotte politiche e dell’identità di questo paese, la domanda mi sembra quindi ingenuamente poco peregrina, eppure da lei raccolgo soltanto smarrimento. Mi dice che sulla storia degli scioperi c’è qualcosa, ma che l’unica comunità sulla quale sia stato fatto un lavoro storiografico accurato, è quella ebraica. Riconoscendo in me una sorpresa delusione, mi consiglia di provare al museo della città, poche centinaia di metri da lì, lungo l’Historic Drive.

Più che un museo quello di Paterson è un reliquiario. In uno stanzone ricavato dai resti mattonati di una vecchia fabbrica è apparecchiata lungo un percorso cronologico tutta la storia della città: l’insediamento indiano, l’arrivo dell’industria elettrica e quella della seta a sfruttarne il bacino idrico, le glorie militari, sportive e ovviamente cinematografiche dei suoi cittadini e persino un’ala dedicata all’auto e alla medicina. Della storia politica dell’industria della seta (ricostruita nelle sale del museo e abbandonata lungo il corso del fiume) non rimane nulla. Tanto meno della comunità anarchica italiana. Non resta indirizzo del luogo in cui la Questione Sociale di Gaetano Bresci era stata pensata e stampata, non c’è targa o cartello a ricordare i fatti degli anni ’20. La città del radicalismo operaio sembra aver sdradicato parte della sua storia dalla memoria. Curiosamente qualcosa di italiano resta, l’attore comico Lou Costello, cuore calabro e attitudine pasticciona, ha un parco a lui dedicato.

All’uscita del museo scopro curiosando e chiacchierando con il custode che a Haledon, pochi chilometri da Paterson in una vecchia casa appartenuta ad una coppia di italiani — Piero e Maria Botto entrambi operai dei setifici — e da loro donata alla comunità, è stato organizzato il Museum of Labor americano dov’è raccolta la storia degli scioperi di Paterson e della comunità che vi aderì. Haledon è però un puntino nei vasti interni dello stato del New Jersey — un po’ come quel cassetto nascosto in fondo all’armadio dove sono custoditi i fantasmi dei ricordi che non si vogliono né cancellare completamente, né rivivere — e sicuramente distante dal centro industriale della città.

Tornata a New York per riordinare i pensieri e gli appunti, scambio qualche mail con il Botto Museum nella speranza che qualcosa di quella comunità sia rimasto custodito chissà dove. Come ha ricostruito Salvatore Salerno in Paterson’s Italian Anarchist Silk Workers and the Politics of Race, che problematizza l’amnesia anarchica di Paterson, ad oggi non esiste documentazione ufficiale di quanto avvenuto negli anni 20. Qualcosa rimane nelle memorie familiari, nelle storie orali della città, ma sono sempre meno e i loro ricordi sempre più opachi.

Oggi 23 Agosto 2017, sono 90 anni dalla crudele esecuzione di Sacco e Vanzetti. Lontano dal NJ e più vicino all’Oceano che guarda all’Europa, Boston si prepara orgogliosa a ricordare, come ogni anno, gli anarchici italiani. La memoria è un ingranaggio difettoso, saturo di frammenti vulnerabili al potere, selezionati più o meno maldestramente e spesso più utili a dimenticare che ricordare.

Paterson, NJ (oggi)

[no anarchist memory, no ohio blue tip matches here]

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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