• lunedì 16 settembre 2019

MARACANÀ | João Saldanha, troppo rosso per i verdeoro

saldanha
Camillo Giuliani
Camillo Giuliani
febbraio03/ 2014

Alle porte il Mondiale brasiliano e con lui molte storie insuperabili di personaggi che con il pallone hanno cambiato anche la società. Con la rubrica MARACANA’ racconteremo le più belle, iniziando dall’incredibile parabola di quello che per molti è stato insieme il miglior allenatore e miglior giornalista di sempre.

joao saldanha primo piano

di Camillo Giuliani

Era il 4 di febbraio di 45 anni fa. João “Senza Paura” si presentò nella redazione di Ultima Hora come in un qualsiasi altro giorno di lavoro. L’immancabile sigaretta accesa in bocca – fumava quattro pacchetti al giorno – e nemmeno una parola con i colleghi sul colloquio avuto la sera prima con l’altro João, quello davvero famoso. Non che lui non lo fosse, anzi. Era uno dei più noti cronisti sportivi del Brasile, almeno per due motivi.

Il primo era la competenza: ‘O João “Sem Medo” Saldanha di futebol ne capiva parecchio ed era capace di mettere alla berlina chiunque nei suoi editoriali con commenti feroci quanto precisi. Diceva di aver assistito a tutte le edizioni del Mondiale; prima che un infortunio interrompesse la sua carriera di calciatore, nel 1939, aveva giocato nel Botafogo per poi, nel 1957, diventarne allenatore per un paio di stagioni. Vinse un titolo nazionale con in campo Manè Garrincha, Didì, Zagallo e ‘A Enciclopédia Nilton Santos. Insomma, non era solo “un giornalista”. Il secondo motivo? João era comunista e in Brasile il potere era saldamente in mano alla dittatura militare. Era nato a ridosso della rivoluzione bolscevica nel 1917 e si era iscritto al partito (Pcb) appena maggiorenne, alternando la propaganda e gli scontri di piazza agli studi di legge, le partite con le giovanili del Fogão ai divertimenti notturni. Nel ‘39 il crack alla caviglia, poi i viaggi in Europa e il ritorno in patria a guerra conclusa. Un vecchio pezzo del Manifesto riassume così il periodo successivo in Brasile: “Inizia a scrivere su Fohla do Povo e diventa responsabile culturale dell’Unione della gioventù comunista. La polizia lo inserisce nella lista nera e lo arresta per la prima volta nel ‘47 al termine di un comizio. Il Botafogo gli viene in soccorso, offrendogli il ruolo di direttore tecnico del club ma al Congresso brasiliano per la pace, il capo della polizia fa irruzione nella sala e João lo prende a sediate. Scoppia il finimondo, spari da tutte le parti, un proiettile s’infila nel polmone destro di Saldanha. Con l’identità di João Souza, viene mandato a organizzare la lotta del sindacato a San Paolo, poi alla Scuola quadri di Praga, infine a Pechino con la Transiberiana per il primo anniversario della rivoluzione cinese. Si fa fotografare con Mao, è inviato di guerra in Corea, guida la guerriglia dei contadini nel Paranà. Coordina lo sciopero dei 300mila di San Paolo”.
Insomma, un “Comunista così”, con tutti e due i pugni alzati, per dirla alla Mario Brega.
Dopo la parentesi sulla panchina del Fogão, passò a fare il commentatore tecnico per Radio Nacional, denunciando dal Maracanà il golpe del ‘64. Abbastanza per cambiare di nuovo aria per un po’ con la scusa dei mondiali del ‘66, tornare e provare ad accoppare con la sua calibro 32 il portiere del Botafogo Manga, reo a suo avviso di aver venduto una partita. Riprese il suo impegno con articoli in cui calcio e politica, antirazzismo e denunce sul doping si mischiavano di continuo.

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LA CONFERENZA STAMPA Fino a quella mattina del 4 febbraio 1969, quando uscì dalla redazione di Ultima Hora insieme a un fotografo, diretto verso la sede della federcalcio brasiliana per la presentazione del nuovo Ct della nazionale verdeoro. Un paio di sigarette coi colleghi in sala stampa e il tavolo della conferenza si riempì. Al centro, João Havelange. Quello famoso per davvero. Presidente della Confederação Brasileira de Desportos – diventerà “de Futebol” a fine anni ‘70 – col non facile compito di trovare un uomo che rimettesse in sesto una squadra che l’eliminazione in terra di Albione del ‘66 dopo la sbornia di successi dei due Mondiali precedenti aveva mandato in tilt e consacrasse il futbol brasileiro mettendo in bacheca la terza, definitiva, Coppa Rimet. “Vi  comunico – disse – che il nuovo selezionatore della nazionale è il signor João Saldanha”. Lo aveva scelto perché credeva che i giornalisti sarebbero stati più clementi verso uno di loro e perché, nonostante i suoi ripetuti attacchi alla federazione, apprezzava il modo in cui Saldanha faceva il proprio lavoro.

João “Senza Paura” lasciò il suo posto in mezzo ai colleghi ancora sbigottiti per sedersi al tavolo presidenziale. Poi estrasse un foglietto da una tasca e annunciò: “Eccovi gli undici titolari e le riserve che porterò a Messico ‘70”. Con un anno e mezzo di anticipo, giusto per dare un po’ di pepe a una conferenza stampa altrimenti normalissima, no?

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CINQUE NUMERI DIECI In campo cinque numeri dieci nello stesso tempo, nemmeno al fantacalcio mezzo secolo dopo si arriverà a tanto: Pelè, Rivelino, Tostao, Jairzinho e Gerson, tutti insieme nel 4-2-4 più famoso della storia del pallone. Il girone eliminatorio? Una passeggiata: sei partite, altrettante vittorie, diciannove goal fatti e due (in un match in cui il Brasile ne rifila sei alla Colombia) subiti, praticando una sorta di zona ante litteram in cui il talento deve prevalere sulla tattica. “Nessuno deve sentirsi padrone di una zona del campo, non esistono posizioni fisse”, una delle frasi preferite del Ct. Quelle che gli attirarono i guai con la dittatura però furono altre. Le sue teorie sulle difesa, per esempio: “Quattro uomini in linea vanno bene per le parate militari”. Oppure le opinioni sui bianchi: “Nel calcio i migliori hanno la pelle colorata. Sono veloci, leggeri, abili e hanno inventiva. Di Stefano e Puskas sono stati calciatori favolosi, ma nessuno di loro sarebbe capace di realizzare un dribbling senza palla come Pelè o una prevedibile e imprevedibile al tempo stesso discesa sulla linea destra come Garrincha. Sono più veloci dei bianchi perché i loro trisavoli africani sono rimasti vivi sfuggendo ai leoni affamati. I neri non emergono nel nuoto perché per loro le piscine sono sempre chiuse”. O, ancora, il fatto che raccontasse che nella Seleção quasi tutti avessero provato marijuana o cocaina e che ci fossero tre coppie omosessuali. Ai militari certe cose non sono mai andate a genio e al Ct non bastarono altre dodici vittorie, nemmeno quella nell’amichevole contro i campioni in carica dell’Inghilterra in un Maracanà zeppo di 160mila persone che inneggiavano alle feras do Saldanha, le fiere di João.

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DADA’ MARAVILHA Il suo destino era già scritto. Il  generale Emílio Garrastazu Médici, presidente della Repubblica, lo circondò di spie, per poi insistere pubblicamente affinché João convocasse Dario (noto come Dadà Maravilha), centravanti dell’Atletico Mineiro e suo pupillo. Il Ct replicò così in televisione: “Il presidente scelga i ministri e lasci stare le cose serie”. Esonerato. La scusa ufficiale? Aveva lasciato a riposo Pelè in un’amichevole persa 2-1 con l’Argentina. “Perché mi hanno cacciato è molto facile capirlo. Più difficile è spiegare come mai mi abbiano assunto”, commentò lapidario. Dopo 406 giorni sulla panchina della Seleção Saldanha venne sostituito da un suo ex calciatore ai tempi del Botafogo, il bicampeão Mario Zagallo. In Messico andò da telecronista, per raccontare il trionfo di quella che molti considerano la nazionale più forte di ogni epoca. In rosa c’era anche Dadà Maravilha, ma non fu mai impiegato. Il resto della squadra? Tutto scritto nel foglietto che aveva letto João ai giornalisti un anno e mezzo prima.

Saldanha tornò a fare il giornalista fino a Italia ’90. La sera in cui un’uscita di Walter Zenga spezzò il sogno delle Notti magiche spedì il suo ultimo pezzo, quattro giorni dopo si spense in un ospedale romano per un tumore ai polmoni. Lo seppellirono a Rio, avvolto nelle bandiere del Pcb e del Botafogo. Gli hanno intitolato tre vie, un collegio, un campo, la sala stampa del Maracanà e la pista ciclabile di Copacabana. Perché per molti João “Senza Paura” fu il più grande Ct di sempre, anche se sulla panchina carioca passò solo tredici mesi.

Guarda il documentario “O João “Sem Medo”

(clicca sull’immagine)

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Camillo Giuliani
Camillo Giuliani

Giornalista bassista on the road, ritardato a L'Ora della Calabria poi forcaiolo al Garantista. Come Forlani, se qualcuno non avesse avuto l'ardire di servirglielo fritto al ristorante non avrebbe mai saputo dell'esistenza del cervello.

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