• mercoledì 26 aprile 2017

CONTROSCAR | La religiosa anatomia del Silenzio in Martin Scorsese

Viola Brancatella
Viola Brancatella
febbraio27/ 2017

Il grande escluso alla cerimonia degli Oscar è stato il film “Silence“. Molti lo hanno definito eccessivamente lento, di parte, esageratamente autoriale. Altri, invece, lo hanno accolto come il testamento spirituale di Martin Scorsese. Nei progetti del regista da trent’anni, tanto da essere considerato un’ossessione, il film racconta le vicende degli ultimi missionari gesuiti in Giappone durante l’Inquisizione contro i cristiani, prima della chiusura delle frontiere. Immerse in un’atmosfera fumosa e bucolica, le complesse vicende dei sacerdoti venuti dall’Europa per evangelizzare le campagne giapponesi si intrecciano alle riflessioni del regista sul colonialismo, sullo scontro di civiltà, sul senso dei confini e sulla fede. Il film, infatti, ricalca alcuni dei temi cari a Scorsese fin dall’inizio della sua carriera – il peccato, la redenzione, la ricerca della verità, il tormento degli sconfitti, il rapporto con la fede – in quel binomio esistenziale che lo ha sempre avvicinato sia ai gangster che ai sacerdoti, come racconta in una sua famosa citazione che dice così:

silence martin-scorsese-iphone-siri_2«Vivendo nella Little Italy di Manhattan potevi scegliere tra diventare gangster o prete. Io scelsi la via religiosa, ma finii per diventare regista».

Traghettato al cinema dagli studi in seminario (interrotti), Scorsese non ha mai abbandonato l’immaginario cristologico, sia nell’estetica che nella scelta dei personaggi dei suoi film. Fin da “La grande rasatura” (“The Big Shave”, 1967), il cortometraggio che lo ha consacrato alla New Hollywood, si afferma nel suo cinema la presenza di un Cristo, un uomo comune dilaniato (anche fisicamente) dal suo tempo, un antieroe emarginato, che deve sacrificarsi e soffrire (o infliggere sofferenza) per sopravvivere.

Influenzato dall’esistenzialismo letterario di Sartre, Camus e Dostoevskij e dal Neorealismo italiano, nei suoi film Scorsese ha sempre cercato la violenza, l’alienazione, l’introspezione, il martirio e l’emarginazione, raccontando le storie di Jake La Motta, il pugile italo-americano (realmente esistito) di “Toro Scatenato”, Travis Bickle, l’insonne tassista vendicatore, ex marine reduce del Vietnam di “Taxi Driver”, Charlie Cappa di “Mean Street”, il giovane di Little Italy diviso tra la mafia e la fede cattolica, i “bravi ragazzi” della malavita newyorkese di “Goodfellas”, i gangster spietati e primitivi di “Gangs of New York”, i santi come il Cristo di “L’ultima tentazione di Cristo” (contestatissimo dai cattolici americani) e il Dalai Lama di “Kundun”.

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Così, a distanza di più di cinquant’anni dall’entrata in seminario (era il ’56) e dall’inizio della sua carriera cinematografica alla New York University nel ’60, Scorsese torna sul binomio santo/peccatore abbandonando il suo set naturale, New York, per approdare sulle coste del Giappone rurale del Seicento, magistralmente ricostruite da Dante Ferretti. La storia, tratta dal libro “Il silenzio” dell’autore giapponese (e cristiano) Shūsaku Endō uscito nel 1966 e insignito del premio Tanizaki come miglior romanzo dell’anno, ricalca le vicende realmente accadute ad alcuni gesuiti portoghesi e italiani mandati in missione in Giappone prima che il Paese nel 1637 proclamasse l’isolamento nazionale – il “Sakoku” –, terminato nel 1850.

Padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver), due giovani missionari portoghesi, arrivano in Giappone durante le persecuzioni contro i cristiani, alla ricerca di padre Ferreira (Liam Neeson), il loro mentore e padre spirituale, accusato di aver abiurato la propria fede sotto tortura. Il viaggio dei due pasionari gesuiti comincia nel 1639 a Macao, dove incontrano per caso la loro futura guida, Kichijiro, un giapponese cristiano alcolizzato e instabile, scappato in Cina durante le persecuzioni. La permanenza in Giappone si trasforma per i giovani sacerdoti in martirio e in prigione a vita, come fu per il gesuita italiano che ha ispirato il personaggio di padre Rodrigues, Giuseppe Chiara, il missionario palermitano che nel 1643 arrivò in Giappone e non fece più ritorno in patria. L’Inquisizione giapponese – che fa da specchio alla Controriforma europea che trent’anni prima aveva messo al rogo Giordano Bruno e aveva fatto abiurare Galileo Galilei – percorre tutto il Paese come un flagello castigatore, obbligando i cristiani nascosti (“kakure Kirishitan”) a esibire le prove del pentimento e dell’apostasia, tramite torture come l’“anazuri”, la morte per dissanguamento a testa in giù, e la pratica del “fumi-e”, la rinuncia al cristianesimo calpestando un’immagine sacra.

L’analisi che Scorsese propone dello scontro di civiltà tra Occidente e Asia non rinuncia alla provocazione e usa gli interlocutori giapponesi, in primis l’inquisitore Inoue Masashige, come specchi riflettenti dell’uomo moderno occidentale, a sua volta inquisitore e colonizzatore. Dalle parole delle massime autorità moralizzatrici locali, infatti, non trapela la necessità di affermare la verità del buddismo – come fanno invece i missionari rispetto al cristianesimo -, ma emerge il relativismo di associare a ciascun popolo la religione che più gli si confà per tradizione. La religione cattolica per Inoue, infatti, è “una donna brutta”, inadatta al Giappone, che ha già la sua bella donna (il buddismo) e ciò che impedisce a popoli così diversi di incontrarsi nella stessa spiritualità, perciò è un limite antropologico e non una questione geopolitica.

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Durante le due ore e quaranta di film, inoltre, Inoue cerca di convincere il giovane padre Rodrigues a convertirsi al buddismo, adducendo tutti i suoi migliori argomenti religiosi e rinunciando alla violenza, perché conosce il potere suggestionante che il martirio esercita sui fedeli cristiani. Le lunghe conversazioni tra i due, farcite di filosofia, ironia, curiosità e fede, ricordano altri incontri senza martirio passati alla storia, come quello tra San Francesco di Assisi e il sultano d’Egitto Malik al Kamil a Damietta, nel 1219, durante una crociata, passato alla storia come il paradigma del dialogo tra cristianesimo e Islam. O le lunghe tavole rotonde religiose organizzate dall’imperatore Moghul Akbar, nella sua corte a nord dell’India, dove ospitava, tra gli altri, missionari gesuiti, sacerdoti cristiani persiani, armeni e russi.

Il film sembra accusare tutti di etnocentrismo – l’Occidente, l’Oriente e tutte le Chiese del mondo – e sembra riflettere sui limiti della globalizzazione culturale ante litteram innescata dal colonialismo moderno. Tramite le domande ossessive di padre Rodrigues – in preda a una crisi spirituale ed esistenziale profonda e inaspettata -, Scorsese sembra chiedersi: Esiste una verità di fede assoluta? Abbiamo il diritto di imporla agli altri? Nel confronto con l’altro la violenza è necessaria?

A queste domande il giovane Rodrigues, disorientato dal suo calvario, risponde con un’altra domanda sospesa, che lo avvicina ancora di più a Cristo: Dio, perché mi hai abbandonato?

Sorretto da un cast di eccezione, tra cui ribadiamo spiccano Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson – di nuovo nei panni di un gesuita dopo “Mission” di Roland Joffè (1986) -, il regista ha potuto contare su una troupe consolidata, con Rodrigo Prieto alla fotografia (“Wolf of Wall Street”) e Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo alla scenografia e ai costumi (“Gangs fo New York”, “Shutter Island”, ”L’età dell’innocenza”). Il film nel suo insieme sembra pensato per sottrazione rispetto ai lavori più recenti del regista: le ambientazioni sono essenziali, ma ricostruite fedelmente; non c’è colonna sonora, per ricreare il vero ambiente sonoro di quell’epoca; le inquadrature sono fisse e larghe e non ci sono i virtuosistici movimenti di macchina cui Scorsese ha abituato lo spettatore. Le scelte stilistiche sembrano, a tutti gli effetti, coerenti con la ricostruzione storica che Scorsese ha voluto proporre di quegli anni e della cultura buddista del Seicento – essenziale, contadina, feudale – ricorrendo ad esperti religiosi, come il gesuita italiano Emilio Zanetti, da otto anni missionario a Taiwan, che ha fatto anche la comparsa.

Viola Brancatella
Viola Brancatella

Cresciuta a viaggi in macchina e Lucio Dalla, antropologa per convinzione, fotografa occasionale, osservo tutto bulimicamente e scrivo per esorcizzare. Può andare?

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