• lunedì 18 febbraio 2019

TELECOMANDO | Perché la Rai non è (mai stata?) la Bbc

Viola Brancatella
Viola Brancatella
luglio30/ 2016

No, non è la Bbc, questa è la Rai, la Rai-tv!” è stato uno dei motivetti immortali del noto programma radiofonico Alto Gradimento, tenuto sul secondo canale radio della Rai da Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Giorgio Bracardi e Mario Marenco ogni lunedì e venerdì dal ‘70 al ‘76.

Ogni puntata del programma era gremita di sketch demenziali, irriverenti e senza un apparente filo logico, in cui si alternavano imitazioni, interventi di personaggi inventati e musica, in controtendenza rispetto alla sobrietà della Rai di Ettore Bernabei. Erano gli anni ‘70, la Rai deteneva ancora il monopolio sulla rete televisiva e risplendeva dei successi del decennio precedente, che trasmissioni come “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi, andata in onda dal ‘60 al ‘68, avevano innalzato a strumento imprescindibile di insegnamento della lingua e della cultura agli italiani. Erano gli anni in cui la Rai poteva ancora “guardare negli occhi” e prendere bonariamente in giro le altre emittenti di Servizio Pubblico storiche, come la Bbc, il Servizio Pubblico di diffusione radiotelevisiva più antico d’Europa, all’insegna di un indiscusso monopolio nel campo dell’informazione televisiva.

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non è la bbc
No, non è la Bbc… di Luca Baldazzi, edizione Minerva

E’ proprio da Alto Gradimento che comincia il libro del giovane ricercatore di Eurispes Luca Baldazzi dall’ingegnoso titolo “No, non è la Bbc. Rai e Servizio Pubblico britannico a confronto (in attesa della riforma)”, edito da Minerva e di recente presentato e discusso alla Federazione Nazionale Stampa Italiana alla presenza di Di Trapani, Parascandolo, Vita, Gamaleri, De Chiara e Pamparana.

Il libro prende spunto dall’osservazione sul campo dell’operato di Bbc e Rai, nelle cui sedi di Londra e Roma dove l’autore ha avuto modo di trascorrere svariati mesi grazie ad una borsa di studio emessa dalla Regione Lazio. La ricerca sul campo e lo studio dei flussi di comunicazione che Luca Baldazzi svolge da anni nell’Osservatorio Tg, di cui è co-animatore, hanno risposto a un quesito che l‘autore si è posto in vista del rinnovo della concessione Stato-Rai sulla mission del Servizio Pubblico, a dispetto delle spropositate attenzioni rivolte al tema della governance, che dalla riforma del ‘75 fa discutere oscurando altri aspetti ragguardevoli della questione.

L’autore ricostruisce la storia del Servizio Pubblico britannico e italiano dai loro inizi, con particolare attenzione alle attività legate alla sua mission educativa, convinto della necessità di una riforma progettuale dell’azienda, e ne discute con alcuni dei massimi esperti di giornalismo e di servizio pubblico italiano.

Il confronto con la Bbc ne esce svilente, quantomeno se si pensa all’impatto che il Servizio Pubblico ha ancora oggi sulla società britannica, partendo dagli indici di gradimento per arrivare all’impatto reale sui costumi sociali, tramite proficue collaborazioni con il sistema scolastico che producono format televisivi di successo come “Make It Digital” del 2015, finalizzato all’alfabetizzazione digitale nel paese. La Bbc, vista da qui, sembra trainare i cambiamenti della società invece che limitarsi ad accompagnarli, facendosi promotrice di campagne annuali e di proficue collaborazioni con i Ministeri, contrariamente a quanto avviene all’interno della nostra Rai, che più che prendere accordi è spesso emanazione di linee politiche in contrasto tra loro. L’assenza di ruolo trainante, negli anni, ha reso la Rai un attore debole, manipolabile e arretrato, a scapito della qualità e della varietà, e lo ha fatto scivolare nella logica commerciale della pubblicità.

Ma il confronto con la realtà britannica, per l’autore, è una provocazione: serve a smentire il falso mito che sia impossibile per il Servizio Pubblico sostenersi economicamente solo con il canone pagato dai cittadini – una volta debellata l’evasione – visto che l’azienda britannica si avvale solo di quello, e serve a ridimensionare l’importanza dello share rispetto alle sorti dell’azienda, dal momento che la Bbc registra dati di share inferiori alla Rai, pur svolgendo le sue funzioni in modo più efficace.

Mission, governance, educazione, lottizzazione e web sono i temi di discussione attorno ai quali si articola il dibattito sulla imminente concessione Stato-Rai, cui Luca Baldazzi fa riferimento continuamente ponendo domande, anche provocatorie, ai suoi intervistati.

Vediamone una schematica rassegna:

  • NEO-ANALFABETISMO Secondo Tullio De Mauro la crisi del Servizio Pubblico va a braccetto con la crisi della scuola, l’altra grande agenzia culturale, che soffre della stessa perdita di consapevolezza rispetto al suo ruolo di “agenzia di senso” necessaria e in prima linea. Agli esordi del Servizio Pubblico – continua De Mauro -, invece, la televisione è stata il traino della lotta all’analfabetismo a favore dell’unificazione linguistica nazionale, tanto che “l’ascolto abituale della prima televisione” – quella del monopolio, tra il ‘55 e il ‘75, – “valeva, ai fini della padronanza dell’italiano, cinque anni di scolarizzazione”. Oggi, invece, avviene il contrario: secondo il Professore, infatti, la commercializzazione della tv pubblica e la dipendenza dallo share hanno diseducato il pubblico ad alcune norme di civiltà e democrazia, proponendo dibattiti-spettacolo pervasi da un’atmosfera da “arena gladiatoria”, in cui ci si parla sopra ad alta voce.
  • RETROVIA DEL CAMBIAMENTO La Rai, secondo il Professor Mario Morcellini, da 10-15 anni è la “retrovia del cambiamento”, perché, tra le altre cose, si è tirata indietro rispetto alla costante innovazione che per sua natura dovrebbe offrire come servizio televisivo: “la ripetizione” – sostiene nel libro “L’obbligo del nuovo” – “uccide la novità, inibisce il cambiamento e, in sintesi, non è più televisione”. La Rai, così, si trova a vivere una drammatica crisi di reputazione, dal momento che il suo pubblico, pur essendo numeroso, nei sondaggi si dichiara annoiato e stanco dell’offerta del Servizio Pubblico. Se di missione culturale si deve parlare – conclude Morcellini –  bisogna farlo innanzitutto alla base, nella formazione e nella condotta degli operatori di cultura, dei dirigenti d’azienda e dei professionisti che animano la Rai, che devono tornare ad essere preparati e motivati, ispirandosi ai grandi della televisione educativa, come Alberto Manzi e Pietro Prini.
  • DITTATURA AUDITEL La mission della Rai, commenta Renato Parascandolo, è rimasta implicita fin dalla sua nascita e avrebbe bisogno di essere definita una volta per tutte, prendendo esempio dalla Bbc magari, che, forse un po’ retoricamente, segue ancora oggi gli obiettivi del suo fondatore John Reith “to inform, educate and intertain” e sembra non sbagliare un colpo. L’identità della Rai, dopo un incipit glorioso, ha cominciato ad indebolirsi negli anni ‘80 con l’introduzione della tv commerciale all’interno del duopolio Rai-Fininvest e con il fenomeno della lottizzazione dovuto alla riforma della governance che ha imposto all’azienda un’instabilità autoriale cronica. Ma la vera ragione della perdita di mission del Servizio Pubblico secondo Parascandolo è la “dittatura dell’auditel” – introdotta nel 1984 – che ha reso il telespettatore la principale merce di scambio tra le agenzie pubblicitarie e le entità televisive, all’interno di un circolo vizioso per cui l’assenza di un progetto pedagogico crea un pubblico di livello culturale basso, “che corrisponde al livello di pubblico inquadrato dall’auditel e corteggiato dalla pubblicità”. La Rai, rispetto agli imperativi della televisione commerciale, di cui l’auditel è il massimo rappresentante, non è stata in grado di opporre un’adeguata resistenza, e contemporaneamente ha ceduto ai colpi delle riforme politiche, che la hanno esposta all’inquinamento dei partiti e alla perdita di autonomia dal potere, in mancanza di una “cintura sanitaria” all’interno della Rai che impedisca i rapporti diretti tra il Consiglio di amministrazione e chi lo nomina.
  • ASSENTE DIGITALE Secondo Giampietro Gamaleri, il grande assente nell’operato della Rai oggi è il digitale, nel segno di una profonda disattenzione rispetto agli imput della società in cui viviamo: il sito internet della Rai è all’86esimo posto in Italia, superato di gran lunga dai siti web dei quotidiani nazionali come Repubblica, e dalla Bbc, che in Gran Bretagna sta al sesto posto, con un’attività destinata per un terzo all’educational. Di “alfabetizzazione digitale” parla anche Vincenzo Vita, che mette al centro dei suoi discorsi il pubblico come nuovo punto di riferimento, cui bisogna destinare programmi gratuiti, all’insegna della democrazia e della riconquista dell’informazione come “bene comune” e democratico.

In definitiva sintesi, ristabilire una mission civica e pedagogica, adeguarsi alla digitalizzazione dei contenuti, alzare il livello culturale dei programmi televisivi, puntare sulla cultura e sulla formazione per differenziarsi dalla televisione commerciale, rinunciare alla pubblicità: questa sembra essere la ricetta per una nuova Rai proposta dagli esperti intervistati da Luca Baldazzi, in una raccolta di riflessioni utile ai giornalisti di oggi e di ieri per orientarsi e per interrogarsi sul futuro del Servizio Pubblico.

Viola Brancatella
Viola Brancatella

Cresciuta a viaggi in macchina e Lucio Dalla, antropologa per convinzione, fotografa occasionale, osservo tutto bulimicamente e scrivo per esorcizzare. Può andare?

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