• venerdì 19 aprile 2019

IL VIAGGIO | In Cambogia ho visto una pancia e due ombelichi

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Viola Brancatella
Viola Brancatella
febbraio05/ 2016

La Cambogia che ho conosciuto mi fa pensare a una pancia a due ombelichi da cui sgorgano due storie di segno opposto: la storia del nord, che racconta la voce dei padri, antica, imperiale, e la storia del sud, che dà voce ai figli, omicidi, irrazionali.

Imponenti e misteriose, le città di Seam Reap e Phnom Penh  i due ombelichi – sono l’una lo specchio rovesciato dell’altra; il parco archeologico di Angkor è il risultato straordinario di una progettualità antica, che ha inciso la terra con le sue radici per l’eternità; la capitale, invece, è un grande villaggio appoggiato, più volte cancellato, segnato da numerosi vuoti, come un mercato a fine giornata.

I destini delle due città, così lontane e aliene, si sono intrecciati alla fine del XIX secolo, quando il governo coloniale francese con base a Phnom Penh ha avviato i lavori di restauro cominciando a interessarsi “alla città di pietra nella giungla”, rimasta sepolta nella foresta per secoli .

Da allora Angkor Wat è stato visitato infinite volte ed è considerato il più grande e il più misterioso parco archeologico del mondo: intrecciati nei rami di alberi secolari si nascondono templi di pietra imponenti, costruiti tra l’802 d.C. e il XIII secolo, sparsi in una foresta di centinaia di chilometri, dove un tempo il popolo Khmer ha scritto la sua storia imperiale. Superato il tornello d’entrata si varca una soglia tra il prima e il dopo, tra il mondo della luce e il mondo delle ombre, l’aria si fa fitta, la strada si raffredda e si compatta, gli alberi si moltiplicano e ci si raccoglie in un silenzio religioso, contemplativo, concentrato. L’Angkor Wat, il tempio che ha fatto sognare generazioni di archeologi, viaggiatori e scrittori è lì, silente e maestoso come un vulcano, bagnato dalle acque del fossato che lo circondano come una corona d’acqua, dove non è difficile immaginare il rumore dei passi dei sacerdoti e della corte imperiale riunita in preghiera.

Lasciare Seam Reap impone uno strappo che riporta bruscamente all’oggi e il viaggio verso Phnom Penh sembra una discesa agli inferi. Ore e ore di poco e nulla: qualche sparuta casa su palafitta lungo l’unica strada percorribile, polvere, campagne ancora minate a perdita d’occhio, qualche animale magro al pascolo, una ferrovia dismessa dal regime negli anni ’70. Lontana dagli scenari onirici di Angkor e dalla dimensione rassicurante del passato mitico, la capitale è un richiamo violento al passato recente, il memorandum implacabile di una memoria colpevole. Il carattere odierno della città di Phnom Penh è drammaticamente legato al genocidio perpetuato dai Khmer Rossi tra il ‘75 e il ‘79, che ha dimezzato la popolazione adulta cambogiana di allora, lasciandosi alle spalle un carcere-museo e un campo di concentramento, oggi monumento della memoria.

La vita della capitale è povera e malinconica, l’odore di cibo surriscaldato al sole inonda l’aria dappertutto, il Mekong è grigiastro e inquinato e i quartieri gravitano intorno palazzo imperiale, ancora centro ideale della città. Un paese di bambini soldato educabili e obbedienti messi a capo dei campi di concentramento – questo il piano dell’Armata Rossa – in cui gli adulti, considerati irrimediabilmente corrotti dall’istruzione e dai vizi del capitalismo, venivano imprigionati e uccisi.

Un paese che oggi ufficialmente si vergogna di loro, ma sotto sotto ne fa ancora degli eroi.

Viola Brancatella
Viola Brancatella

Cresciuta a viaggi in macchina e Lucio Dalla, antropologa per convinzione, fotografa occasionale, osservo tutto bulimicamente e scrivo per esorcizzare. Può andare?

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