• sabato 15 dicembre 2018

Storia del pederasta Alberico: colpevole d’amore

Foto segnaletica di Alberico Moretti nel Casellario Politico Centrale
Matteo Dalena
Matteo Dalena
gennaio23/ 2018

Finire nelle carte della polizia fascista e poi al confino da omosessuale.  Fuggiasco oltre frontiera perché disertore. Ricercato dai gendarmi di mezza Europa come clandestino, descritto nei dispacci polizieschi come individuo “pericoloso,  da arrestare”. E’ una storia del secolo scorso, quello dei campi di prigionia e dei marchi  sulla pelle, delle deportazioni forzate e dell’annientamento delle diversità.

Alberico Moretti, veneto, di poco più di trent’anni, nel 1935 è un potenziale nemico dello Stato fascista. Centinaia di migliaia di uomini e donne condividevano la medesima sorte, schedati in quel grande schedario della nazione sovversiva che è il Casellario Politico Centrale. La marca del suo primo, controverso rapporto con la polizia politica è un “fatto di moralità”.

“Professione o mestiere: pederasta”.

Così è segnato nel suo fascicolo personale. Pederasta, un termine che usato con “significazione incerta e variabile per esprimere tendenze e abitudini sessuali molto diverse – scrive Giuseppe Mariani nell’Enciclopedia italiana del 1935  – uno dei significati più ampi è quello di rapporti omosessuali maschili”. 

Foto segnaletica di Alberico Moretti nel Casellario Politico Centrale
Foto segnaletica di Alberico Moretti nel Casellario Politico Centrale, b. 3404.

IL TURPE VIZIO | Nei giorni che precedono il Natale del 1935, Alberico si trova rinchiuso nelle carceri di Forest. Era stato arrestato il 21 dicembre perché passato dall’Italia “privo di passaporto e perché non iscritto regolarmente nei registri della popolazione”. Interrogato, dichiara di essere stato “deportato in Italia parecchie volte per motivi politici e di essere espatriato clandestinamente per evitare di andare a fare la guerra in Abissinia”.

Nell’agosto del 1935 espatriai in Svizzera clandestinamente, attraversando la zona di confine, denominata Monte Lanzo. Arrivato a Lugano mi sono diretto a Zurigo […] poiché mi trovavo sprovvisto di documenti non ho potuto occuparmi e quindi mi sono diretto nel Belgio, a Bruxelles. Dopo alcuni giorni di permanenza sono stato arrestato.

Intervenuti in suo favore gli antifascisti del “noto organismo sovversivo” Fondo Matteotti, dopo qualche giorno di prigione “il boxeur” – questo il soprannome che si evince dalle carte – viene rilasciato. Nel suo status di clandestino non gli rimane che rivolgersi al regio console al fine di ottenere un passaporto “per motivi di lavoro”. Ma oltre all’accusa di diserzione, per la quale viene ricercato dal tribunale territoriale di Trieste, un’altra vecchia “macchia”, annotata con solerzia dal prefetto di Venezia, ostacola la pratica:

L’individuo in oggetto non ha in questi atti precedenti politici, e non ha mai spiegato attività politica. Non ha neppure precedenti penali ed è segnalato invece come pederasta. Per tale turpe vizio venne assegnato al confino per la durata di anni 4 e destinato da codesto On. Ministero a Lagonegro in provincia di Potenza.

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Sparito dalla circolazione, viene avvistato da due spie fasciste nel Cafè de la Maison du Peuple, punto di ritrovo per “teste calde”, socialisti e comunisti italiani che “ufficialmente compongono il cosiddetto fronte popolare” ed ex combattenti aderenti alle organizzazioni belghe di estrema sinistra. Pur non essendo un militante, nel fascicolo personale nel Casellario Politico è segnato come comunista.

Seguito dalle solite spie fino a Zurigo, viene sorpreso in compagnia di Laura Valentini, vedova Storni, alla quale si lega in matrimonio alla fine del 1937. Con somma sorpresa della Direzione generale di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, secondo cui:

La Storni non risulta occuparsi affatto di politica né nulla è emerso sul conto del Moretti che, com’è noto, fu a suo tempo confinato solo per motivi di moralità e non di politica. Ritengo pertanto che entrambi possano essere cancellati dal novero dei sovversivi.

Non più “immorale” per le autorità italiane, Alberico ottiene il prezioso documento nel febbraio del 1938 ma, beffa tra le beffe, a causa di una “esuberanza di stranieri” nell’estate del 1938 viene costretto dalla polizia a lasciare il territorio della Confederazione. Intanto Hitler ha iniziato la propria “guerra lampo”, la Polonia è fagocitata, la pace sconvolta. Passato frettolosamente in Francia allo scopo di cercare lavoro e fortuna, Alberico vive da girovago e senza fissa dimora fino all’occupazione tedesca. Il 14 giugno del 1940 la svastica sventola sulla Tour Eiffel.

Mi sono subito presentato alle autorità tedesche e ho richiesto di essere inviato a lavorare in Germania, infatti mi sono stati rilasciati i documenti relativi e mi sono recato a Freiburg, dove mi sono occupato presso lo stabilimento Gebruder Glaff. In questi ultimi tempi mia moglie che si trovava con me in Germania, ha deciso di rientrare definitivamente in Italia, cosicché siamo rimpatriati, ed io all’atto nell’ingresso nel Regno, sono stato arrestato al Brennero.

Ancora pochi giorni dietro alle sbarre, il reato di diserzione sarà amnistiato. Il 16 aprile del 1943 Alberico, pederasta, disertore, clandestino, comunista è un uomo libero. Non più pericoloso, di lui si perdono definitivamente le tracce.

VICINI A DIO, NON AL DUCE | “Pederasti e ladri non sono divini, ma più vicini a Dio, forse, dei frigidi astuti savi e delle canaglie moderate”. L’ha scritto certo Berto Ricci, un “camerata” sui generis. L’ha impresso a chiare lettere nel 1931 in quel vademecum dell’intellettuale fascista che si proponeva di essere Lo scrittore italiano. Nell’Italia del turpe vizio, dell’omosessualità come “malattia sociale” da nascondere, celare perché deviazione immonda dal corpo maschio e gagliardo, spiazzando tutti Berto Ricci scorgeva nei pederasti “la preminenza dello spirituale sul morale, della divinità sull’onestà”. Sono vicini a Dio e, sia ben chiaro, affermava Ricci, “se parrà enorme a qualcuno questa mia affermazione, da non poterla digerire, e se la sputi”. Ed effettivamente per l’epoca e per il pulpito dal quale veniva lanciata, era una enormità. Lo era anzitutto per la legge, in una fase di transizione nel campo della codicistica penale.

Lo Stato deve intervenire a reprimere la menzogna, la corruzione, tutte le forme di deviazione e degenerazione della morale pubblica e privata (Applausi).

Nel suo discorso alla Camera nel maggio del 1925, il guardasigilli Alfredo Rocco aveva tracciato le linee guida in materia che culmineranno in una bozza di articolo, il 528, da inserire nel riformando codice penale:

“Chiunque […] compie atti di libidine su persona dello stesso sesso, ovvero si presta a tali atti, è punito, se dal fatto derivi pubblico scandalo, con la reclusione da sei mesi a tre anni”.

Ma qualcuno storce il naso. L’omosessuale, pur turpe e abominevole, pur rappresentando una deviazione dalla via giusta intrapresa dall’uomo nuovo fascista, non merita tanto. La previsione di uno specifico articolo anziché risolvere il problema, riconoscendolo finirebbe per rafforzarlo:

“La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché, per cultura e orgoglio d’Italia, il vizio abominevole che darebbe vita non è così diffuso tra noi, da giustificare l’intervento del legislatore”.

Così, nella versione definitiva del Codice del 1930, la relativa disposizione viene soppressa. La punibilità di tali reati è dunque affidata all’applicazione del TULPS (Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza, emanato nel 1926 e modificato nel 1931) che dava alla polizia la facoltà di mettere ai margini tramite la diffida, l’ammonizione giudiziale, il domicilio coatto e infine il confino di polizia su isole e altre località remote, tutti quelli che costituivano motivo di scandalo per la società e il regime. San Domino alle Tremiti, Ponza, Ustica e, come nel caso di Alberico Moretti, Lagonegro, sono solo alcuni dei luoghi di prigionia dell'”amore pregiudicato”.

Molti campi erano deputati a curare quello che per il fascismo era un reato morale. Anche a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, il  più grande tra i numerosi luoghi di internamento aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre 1940 e liberato dagli inglesi nel settembre del 1943, l’omosessualità era un problema di “oltraggio al pudore”. E, come tale, necessitava di una soluzione. In un rapporto inedito firmato da Albert Springer, giudice del tribunale degli internati nel campo, intitolato “Criminalità e repressione a Ferramonti”, tratto dal Fondo Israel Kalk del CDEC, si legge di una “cura” particolare nei loro riguardi:

Per rispettare la verità non si può però passare sotto silenzio il fatto che, nel campo, non mancava il fenomeno della prostituzione, anche se aveva una ben piccola importanza, visto che in tutto il campo non c’erano che due donne che praticassero il commercio dell’amore a scopo di lucro. E’ sintomatico notare che non erano ragazze, ma donne maritate, che però non erano spinte a questa attività dal bisogno, ma indubbiamente appartenevano ai bassifondi già prima di giungere al Campo. Non si seppe mai se la Direzione del Campo fosse a conoscenza dell’attività di queste due “signore” poiché la morale e l’ordine pubblico non furono mai turbati; anzi, forse si ebbe proprio l’effetto contrario, e perciò, ufficialmente, il tribunale del Campo ignorò l’attività delle due prostitute professionali. Tutte le circostanze descritte ebbero un effetto salutare, perché impedirono all’omosessualità di svilupparsi a Ferramonti, come accade generalmente in tutti i Campi per uomini soli.

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Fonti:

Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico, b. 3404 (1935-1943).

CDEC, Fondo Kalk, Criminalità e repressione a Ferramonti, b. 2, fasc. 29.

Per approfondire:

Alfredo Rocco, Scritti e discorsi politici, 1938.

Berto Ricci, Lo scrittore italiano, 1931.

Danilo Ceirani, Pierluigi Rocchetti, L’amore pregiudicato. Donne e omosessuali sotto il fascismo, 2015.

Gianfranco Goretti, Tommaso Giartosio, La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista, 2006.

Patrizia Dogliani, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, 2008.

Matteo Dalena
Matteo Dalena

Storico con la passione per la poesia, imbrattacarte per spirito civile. Di resistenza.

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