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Calabria, quando l’arte è in galera

admin
Novembre27/ 2012

di Matteo Dalena

Racconti da un carcere calabrese in scena il 13 dicembre, in prima nazionale, al Piccolo Teatro dell’Unical. Storie di reclusione provenienti dalla Casa Circondariale di Vibo Valentia, «struttura detentiva situata fuori dal centro abitato – recita un ampio dossier a cura dell’Osservatorio dell’Associazione Antigone – con il quale non è collegata da alcun mezzo di trasporto pubblico».

Il carcere, che ospita soltanto detenuti di sesso maschile è formato da una sezione di alta sicurezza, due di media, una specifica per i cosiddetti sex offenders, una per i nuovi arrivati e una d’isolamento. L’alienazione è uno dei sentimenti più comuni, provocati dalla vita carceraria che genera offuscamento al quale si affianca sovente quella voglia di essere altrove, trovarsi “già da un’altra parte”. Uno dei mezzi dell’evasione consentita, mentale, simbolica è il libro e quel vasto patrimonio immateriale ivi contenuto chiamato cultura che apre dei solchi nel sé e consente la crescita d’ali capaci di superare sbarre, barriere, ostacoli alla propria voglia di libertà e vita vera. Nella sezione di media sicurezza del carcere c’è una biblioteca il cui servizio prestiti è gestito da alcuni dipendenti del sistema bibliotecario vibonese che volontariamente, due volte al mese, portano un’ampia scelta di libri all’interno del carcere. E’ proprio in questo luogo di socialità che è emerso un vivido desiderio da parte dei detenuti di raccontare e raccontarsi.

La drammaturgia di Ester Tatangelo è stata il veicolo per l’estrinsecazione di queste storie, all’interno di un programma di partecipazione volontaria dei detenuti, coordinato dagli educatori della Casa Circondariale. Tutto il materiale di vita raccolto è poi divenuto l’ossatura della visione scenica affidata al regista Fortunato Cerlino e al monologo dell’attore calabrese Paolo Cutuli.

(Ester Tatangelo, Paolo Cutuli, Fortunato Cerlino)

 

Nei pensieri del registra «i detenuti vivono fisicamente in un luogo che la loro mente ha già abbandonato». Sono scissi: la coscienza è dormiente, il corpo detenuto, «la mente è in viaggio costante nel tempo. Decisamente una condizione esistenziale particolare che può far sorgere domande di carattere etico e civile, ma anche estetico». «Si tratta di raccontare le vostre storie – ricordava spesso Ester Tatangelo ai detenuti – io sono qui per raccoglierle e riscriverle, sarà qualcun altro ad agirle, attori professionisti». Il ricordo della drammaturga va ai lunghi silenzi oppure a quei fiumi in piena di storie che si dipanavano anche «in tre, quattro o cinque incontri, in una sorta di riedizione delle Mille e Una Notte, in cui i detenuti rimandavano

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colloquio dopo colloquio l’epilogo dei loro racconti per prolungare la vita, il loro legame con la vita, oltre i cancelli».

Tout d’abord, per dirla con Braudel, tutta una cultura materiale dominata dal freddo ferro di «chiavistelli, cancelli automatici che si aprono e si chiudono, cognomi, per lo più stranieri, urlati da un capo all’altro dei corridoi, ‘chè i telefoni cellulari sono vietati, anche tra il personale, e i citofoni sono rotti. Le storie scorrevano, drammatiche o comiche, mischiandosi, ogni tanto, al canto di un agente o al şalāt di un praticante islamico, sospesi nell’aria dei corridoi».

“Sono già da un’altra parte”, spettacolo ospitato nella rassegna “Il piacere della democrazia” del Piccolo Teatro Unical diretto da Lindo Nudo, è un esempio di teatro civile rientrante nella quarta edizione del “Festival di teatro e nuovi linguaggi” mossi da quel «rifiuto di spegnere la propria voce; la volontà di reagire al silenzio forzato imposto da un’economia che fagocita risorse, idee, speranze e sogni. L’intenzione e quella di presentare, a livello nazionale, la Calabria come fucina di idee e officina, attiva, in cui realizzarle».

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