• mercoledì 8 Dicembre 2021

Cinema made in Calabria: la grande attesa

admin
Luglio15/ 2013

lattesa presentazione

Lo stupore. Fine ultimo e ultima fine dell’artista. Il resto è “L’ATTESA”. I giovani Marco Caputo e Davide Imbrogno firmano un minifilm che cristallizza questi concetti in un prodotto ammirevole. Il cortometraggio è stato presentato in un cinema Garden di Rende pieno come un uovo e in piedi ad applaudire a fine proiezione. Di questi tempi si direbbe che è tantaroba. La pellicola dei due artisti cosentini è stata finanziata da mecenati privati, questo è un fatto addirittura nuovo per la Calabria. Si tratta della famiglia Barbieri, noti imprenditori di Altomonte che hanno riversato nel progetto la speranza di sostenere la valorizzazione non solo dei talenti ma delle ricchezze del territorio nel quale operano da generazioni.

Trascurabile e semmai rivedibile l’impalcatura della presentazione al pubblico, una vera e propria recensione del film necessiterebbe di almeno un altro paio di attente visioni. Per ora nulla vieta di sviscerare cosa la serata ha impresso su un taccuino che non c’è. Il film è ambientato fra New York ed Altomonte, interscambiabili punti di arrivo e partenza di un pubblicitario in crisi di mezza età. Le atmosfere sono sorrentiniane nella migliore delle accezioni, la fotografia firmata da Caputo più che una sorpresa è una conferma (guarda QUI il corto “Il rappresentante”) e semmai lo stupore lo confeziona come vi si incastona il soggetto scritto da Imbrogno, zeppo di citazioni emozionali da teatro dell’assurdo. Riuscire a trasferirne con semplicità la potenza del messaggio in dialoghi prettamente cinematografici – nelle riassunte biografie dei personaggi – è davvero degno di nota sul taccuino di cui sopra.

Beckett, ovviamente. Majakovskij inconsapevolmente. Il protagonista spaesato, interpretato a pennello da Paolo Mauro, è alla ricerca di una pausa dallo scorrere di una vita di successi vuoti come l’involucro delle pillole sul comodino. L’immobilità della sua anima ha bisogno di coraggio, di un viaggio nella terra dove sa di non trovare più nessuno se non se stesso. Il moto fisico che ripercorre i passi al contrario può portarlo più vicino a cosa si porta dentro. Un quadro in un ristorante della Grande Mela è filosofale allo scopo. Raffigura uno dei borghi più belli d’Italia, l’Itaca di cui aveva bisogno. Trainato da un’ottima colonna sonora, il raccontato porta il protagonista e lo spettatore alla lenta riscoperta di un luogo interiore che pare incarnato nella natura calabrese fedele a se stessa, ferma e sorniona attorno al perpetuo giro delle pale eoliche. Le atmosfere del paese sono sempre uguali ma di raro banali, i camerieri quando non li vede nessuno ballano un’incantevole tango; il fattore – un cameo del patron Enzo Barbieri – conduce fra sorrisi e scossoni sul suo trattore il protagonista nel centro del borgo. Le immagini fanno da spot al territorio mentre il creativo cerca la pace seduto fra i banchi della maestosa chiesa. Il silenzio è distrutto dal canto di Dario Brunori, divertito e divertente prete strampalato che “se non fosse stato per il grunge degli anni novanta avrebbe fatto di certo il cantante“.

Poi il pasto in penombra, in una delle rinomate cantine ritrova il tratto di quell’artista, la distanza con New York si colma. In una serie di personaggi che simboleggiano il come potrebbe essere e il come sarebbe stato la coscienza della pellicola ottiene il suo massimo sforzo focale. Su tutti brilla Totonno Chiappetta, incantevole custode in preda alle grida della moglie e di una vita lussuosa ormai lontana, bruciata su un tavolo da poker. Poi, alla maniera di Dickens, l’entrata vigorosa del fantasma più importante. Il dissidio interiore del pubblicitario si sdoppia nella figura del pittore Cecè, dato alla vita sullo schermo da un’intramontabile Giovanni Turco. In paese lo dicono pazzo, sempre accanto al cane Libero con il suo bastone, attendeva da dieci anni quello sconosciuto arrivato da lontano. Gli chiede di portarlo alla fine, in direzione dello stupore.

Eseguito questo tragico compito, il protagonista, ormai sazio dell’epifania che cercava, riflette sull’esistenza decifrando il panorama con uno splendido monologo e con un romantico e silente tango dei camerieri.

Sullo sfondo resta una grande ed amara bellezza.     

(s. alfredo sprovieri)

Clicca sulla foto per vedere il film

“L’ATTESA”

lattesa film

 

admin
  • Lorna Lo Duca Rispondi
    8 anni ago

    Ehi bell’articolo. Mi è piaciuto davvero, comincio a seguire il blog 🙂

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