• sabato 4 Dicembre 2021

Quando c’è Hitler nel mio cuore

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Novembre15/ 2013

a. h. 2

di Matteo Dalena

Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità. Da Joseph Conrad a un normale venerdì sera, trovarsi a condividere quell’insana passione per il maligno, perdersi nel vasto campionario del terrore e dei suoi produttori, dalla notte dei tempi alla post-modernità.

Agghiacciante, cupo, totalizzante “A. H.”, iniziali di Adolf Hitler, spettacolo andato in scena al Morelli per la rassegna “More Friday”, per la regia di Antonio Latella che ha curato la drammaturgia insieme a Federico Bellini e con la solitaria performance di Francesco Manetti. Raccontarlo significa condividere quella strana “attrazione per la repulsione”, perdersi tra la feccia della storia, affrontare d’un sol colpo assassini, bestie, demoni, spasmi addominali e abominevole infuso d’anime e corpi schiacciati dal padre di tutti i conflitti, Adolf Hitler, i cui segni distintivi, baffetto e rada capigliatura, appaiono e scompaiono dal capo di Manetti, con un rapido scatto di mani o con una spalmata di crema al cacao.

Ricercatamente metafisico, cosmogonico e poi ossessivamente citazionista (dalla Genesi a Tolkien, da Chaplin a Pinocchio fino a Lars von Trier), “A. H.” si volge alla definizione del male come concetto e progetto, inscritto nel volto e nella favella di un dittatore che perduti i propri caratteri distintivi si scioglie in un’umanità che predica bene e mastica odio, come afferma  lo stesso Manetti: «se si tolgono i baffi rimane l’essere umano». Il punto di partenza è semantico: è quella chiazza d’inchiostro inscritta nella lettera ebraica “Beth”, nella quale è condensata l’intera genesi espressa dal “Bereshìt barà Elohìm”(In principio Dio creò), a rappresentare di volta in volta il nulla o il tutto, il vuoto o i baffetti del dittatore. Con  lentezza e freddezza propria di chi vuol “rivoltare il coltello nella piaga”, Manetti strappa quell’enorme foglio contenente “il segno”, dividendolo in parti sempre più piccole e insignificanti: 5.820.960, sono le vittime della barbarie nazista.

I demoni incombono in mimiche e atteggiamenti, le bestie vengono prese a pretesto dal grande dittatore (e dal regista) per spiegare l’amara selezione naturale, quell’elevarsi al livello di un Dio “che atterra e suscita, che affanna e che consola”. Ma non v’è consolazione in “A. H.”, la morte nera e secca ha il sopravvento in ogni scena, indotta da alabarda, semiautomatica o esplosivo, la violenza si scatena su di un corpo-manichino, sapientemente immortalato da Angelo Maggio, piegato, lacerato, sconquassato, ovvero il residuo di un’Europa che non è più.

La metamorfosi è dietro l’angolo e quello stesso corpo viene elevato all’ennesima potenza nella scena finale in cui Manetti si strappa le vesti fino a rimanere nudo, solo e impotente in un trionfo di borotalco, come quel tale cantato da Antony & The Johnsons, che nonostante si affanni a cercare uno scampolo di tenerezza: “Trovo Hitler nel mio cuore”.

 

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