• venerdì 14 Agosto 2020

IL POETA | Calabria, rosa nel bicchiere

adminwp
Febbraio04/ 2014

ungaretti costabile

(illustrazione dal blog La Rosa nel bicchiere)

di Mariarosaria Petrasso

Il suo talento avrebbe visto novant’anni di Calabria quest’anno e, se non avesse deciso di raccontare la Calabria con i versi, sarebbe stato certamente un ottimo fotografo. Franco Costabile è tra i poeti che più hanno saputo descrivere la miseria e condizione di subalternità di questa terra, parole incolonnate e senza velleità narrative, eppure così spaventosamente descrittive.

Morto suicida a Roma nel 1965, le sue raccolte di poesie – la più famosa è La rosa nel bicchiere – sono ormai roba da collezionisti di libri rari. A differenza infatti di altri autori locali, che sono diventati icone nazionali della letteratura calabrese, Costabile ha seguito la sua vocazione alla solitudine anche dopo la morte, non si parla di lui nella scuole né si trovano i suoi libri nelle librerie. Eppure sono suoi alcuni racconti di una Calabria quotidiana che bisognerebbe ricordare, di padroni e servitori, di elezioni e damaschi ai balconi al ritorno dell’onorevole, di nomi ripetuti decine di volte durante gli spogli elettorali: i nomi cambiano ma non è difficile sovrapporre i Cassiani, Antoniozzi, Foderaro de Il canto dei nuovi emigranti ai Principe, Gentile e Adamo. Ed è proprio questa la straordinarietà dell’opera di Costabile: un racconto senza tempo, una fotografia scattata quarant’anni fa ma che ritrae le stesse paure e le stesse miserie. Una poesia “antropologica”, elenchi minuziosi di quello che è stato portato via, delle speranze disilluse della Cassa del Mezzogiorno, storie di emigrazione forzata che, pur se con modi diversi, possono essere quelle di oggi: cervelli al posto di braccia, sfruttamento delle capacità come fossero armenti e campi di grano.

Costabile tuttavia racconta anche di chi rimane a buttare il re e l’asso chiamando onore una coltellata e disgrazia non avere padrone, dell’alba calabrese che ruba il sonno al contadino, racconta di ragazze madri stuprate dai padroni, di una Sila affamata d’inverno e meta vacanziera estiva dei signorotti di città.

Come scrive Brignetti, nella poesia di Costabile si avverte “l’esilio, lo strappo da un paese e da un sangue amato”, è uno scrivere rabbioso e disperato che racconta la necessità di andare via, come fece lui trasferendosi a Roma, ma anche la costante nostalgia di aver lasciato un pezzo della propria vita dietro di sé. Questo malessere viene raccontato, più che ne La Rosa nel Bicchiere, nella sua prima raccolta di poesie, Via degli Ulivi pubblicata nel 1950. Nonostante abbia fatto parte di importanti circoli culturali, amico di Ungaretti che gli dedicò questo epitaffio alla sua morte

“Con questo cuore troppo cantastorie”

dicevi ponendo una rosa nel bicchiere

e la rosa s’è spenta poco a poco

come il tuo cuore, si è spenta per cantare

una storia tragica per sempre

le opere di Costabile non sono state mai adeguatamente diffuse. Negli scorsi anni è stato istituito un Premio Letterario a suo nome nella città di Lamezia Terme e una sorta di piccolo museo a Sambiase, suo paese natale. Speriamo siano opere che seminano speranza, perché l’opera di Franco Costabile, pur se meno estesa di altre, rappresenta al meglio il genius loci calabrese, la contraddizione tra bellezza del territorio e  la costrizione alla “povertà di sguardo” di chi la vive, la necessità di demandare potere al padrone di turno senza mai appropriarsi veramente delle risorse non solo materiali ma anche culturali.

Come la stessa Calabria, la vana speranza di sottrarsi al destino dell’oblio.

 

MIO SUD

(di Francesco Antonio Costabile, Sambiase, 27 agosto 1924 – Roma, 14 aprile 1965)

Mio sud,

mezzogiorno

potente di cicale,

sembra una leggenda

che vi siano

torrenti a primavera.

Mio sud,

inverno mio caldo

come latte di capre,

già si dorme

fratello e sorella

senza più gusto.

Mio sud,

pianura mia,

mia carretta lenta.

Anime di emigranti

vengono la notte a piangere

sotto gli ulivi,

e domani alle nove

il sole già brucia, i passeri

a mezz’ora di cammino

non hanno più niente da cantare.

Mio sud,

mio brigante sanguigno,

portami notizie della collina.

Siedi, bevi un altro bicchiere

e raccontami del vento di quest’anno.

Mio treno di notte

lento nella pianura

Battipaglia… Salerno…

mio paesano, stanco sulla valigia,

cane vagabondo.

Mio questurino

davanti a un’ambasciata,

potevi startene adesso in collina

a dare sotto le foglie il verderame,

sentire l’aria la terra,

le ragazze dell’altro versante darti una voce.

Potevi essere

anche un perito agrario

se a casa potevano,

intenderti di migliorìe, d’allevamenti,

e pensare un trapianto a primavera.

O forse eri solo un manovale,

lavoravi a giornate,

forse non lavoravi.

Adesso un silenzio, il giorno:

da qui a lì, e niente succede.

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