• venerdì 10 Luglio 2020

L’INESPRESSO | Quell’Etrusco di Ercolino

mmasciata
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Settembre30/ 2016

di Francesco Veltri e Alfredo Sprovieri

D’estate in Sila andavamo a caccia di “Etruschi”.

Nel nostro mito erano palloni bellissimi, custoditi nella tana di Lupi che nelle nostre favole avevano le strisce rosse e blu. Erano favole sincere quelle, che ti tengono con gli occhi aperti anche quando tutti li chiudono.

La piccola casa che ospitava i nostri giorni bambini era proprio attaccata all’hotel dove era in ritiro estivo il Cosenza Calcio 1914. Poco dopo l’ora di pranzo, ogni giorno aspettavamo che tutti dormissero e scendevamo in giardino ad aspettare che il buffo omino compisse il suo rito. Puntuale arrivava col carrello stracolmo di divise d’allenamento e passava lenti minuti a stenderle al sole fino a creare un grande calcio balilla umano che ci faceva rimanere a bocca aperta, che ci faceva sentire in Curva Sud come i grandi.

Era ovvio che siesta d’ordinanza non faceva per noi, come le racchette da tennis, di legno come quelle della tv, attaccate sul muro con un chiodo sghembo che ad ogni passaggio del treno ci rendeva come Damocle. Non saremmo andati al Tasso con gli altri quel pomeriggio, dovevamo andare a caccia di Etruschi. Così ci incamminammo lungo i binari della ferrovia che portavano al boschetto retrostante al campo dei dove quel giorno era prevista la partitella. Quello più piccolo si metteva vicino alla rete di recinzione e segnalava i tiri storti agli altri della masnada. La palla, alta, ad un certo punto della partita di allenamento venne respinta da un difensore verso la mediana: una palla alta, invitante, la vedemmo tutti: era l’occasione ideale per vedere un bel tiro sbilenco verso il boschetto.

 

1. IL GOL

Gol, invece, bellissimo.

Lasciammo tutti il boschetto allora, rapiti dalle giocate di quel ragazzo. Era una freccia: possente, veloce e instancabile. Che fosse piccoletto non importava, c’era sempre lui sulla palla, un’ira di Dio. Siamo andati ad aspettarlo fuori dal cancello, secondo le ragazze somigliava un po’ al cantante Nino D’Angelo, secondo noi era fortissimo. Si chiamava Massimiliano Catena.

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Anche al San Vito, quando siamo diventati grandi abbastanza per andarci, non staccavamo gli occhi da lui. Lo chiamavano tutti “Ercolino”, perché aveva la forza indomabile dell’eroe. Un ragazzo del Filadelfia, era cresciuto nelle giovanili del Toro e non conosceva il significato della parola resa. Al San Vito abbiamo aspettato molte partite per veder replicata quella prodezza silana, fino a quel pomeriggio caldo e assolato di un settembre che si stava portando via un’estate italiana di bombe e morti annunciate.

Lo stadio è stracolmo; per esserlo ancora di più bisognerebbe chiudere il cerchio e costruire l’altra Curva. Ma tra poco arriverà, dicono sia certo e gli ultrà allora dovranno decidere come dividersi senza dividersi mai. I lupi sono imbattuti e fanno ben sperare. Certo, sono passate appena tre giornate di campionato, ma i segnali sono incoraggianti: due pareggi esterni a reti bianche contro Padova e Lucchese e una vittoria netta in casa con la Fidelis Andria. Si punta alla storica promozione senza dirlo apertamente, com’è giusto che sia, visto quanto ancora brucia il pensiero fisso su quella strana parola: “avulsa”, pronunciata e maledetta per tutta l’estate. L’avversario del giorno è la Ternana, formazione non fortissima ma, si sa, ad inizio stagione i valori tecnici contano fino a un certo punto. E infatti, il Cosenza gioca male e fatica a sfondare il fortino umbro. I rossoverdi si difendono con ordine e ripartono in contropiede. E segnano anche, peggiorando gli effetti del pranzo domenicale divorato in pochi minuti per non fare tardi al “campo”.

2. LA CURVA

Non ci sono spazi e si attacca sotto la curva del futuro, ancora vuota e senz’anima. Il tifo incessante arriva dalla parte opposta. Fa tremare le mura, il prato e i palazzi distanti anche mille metri, ma i calciatori in maglia rossoblù sembrano voltargli le spalle; la paura annebbia i loro pensieri e non riescono ad ascoltare nemmeno una parola di quello che gli viene incitato addosso. Si avvicina la fine e arriva qualche fischio dalla tribuna. La porta è lontana, troppo per sperare in un gol, e le gambe cominciano ad andare ognuna per conto proprio. La curva nord ha voglia di vivere solo da domani in poi e, nascosta non per suo volere dietro impalcature, secchi arrugginiti, pale e pezzi di legno abbandonati dagli operai del giorno dopo, assiste in solitudine e impassibile a quel presente di noia e sofferenza collettiva. In area di rigore non si entra, è inutile provarci. Mister Silipo si sgola, non si siede un attimo e chiede ai suoi ragazzi calma e lucidità. Ma non è semplice. Poi, un piccolo uomo dai capelli ricci di nome Vladimiro Caramel anticipa un avversario e poggia dietro verso Catena, che ha il numero sette sulle spalle. Il ragazzo fa qualche passo in avanti palla al piede e, senza pensarci troppo, scaglia un bolide fulmineo ed eterno da trenta metri che sospende il respiro di chi sta guardando. Passano due secondi, forse tre e la rete finalmente si gonfia.

Ercolino non può crederci, ha realizzato il gol più bello della sua vita: è stordito, non sa cosa fare, da che parte andare. Vorrebbe proseguire la sua corsa ma alza la testa e si accorge che quella curva non è ancora rossoblù, non è ancora sua. E allora torna indietro, per raggiungere gli ultrà. A metà strada viene raggiunto e buttato a terra dai suoi compagni, ma si rialza e prosegue il suo cammino. Indomabile. è una liberazione, è la giornata più bella e più triste della sua carriera e non riesce a decidersi a quale sentimento dare la precedenza. Sta esultando per una giocata pazzesca e sta soffrendo per ciò che ha lasciato a casa. Tutto contemporaneamente. Guarda il cielo mentre il San Vito è ai suoi piedi e applaude solo lui, fino al triplice fischio finale. La gara termina in parità e, per come si era messa, va bene così. Va benissimo. Catena vola libero verso la curva in un abbraccio fantastico con la gente che non ha voluto abbandonare nonostante le numerose e onerose offerte che aveva ricevuto.

Qui a Cosenza facciamo così.

3. IL RETTILINEO

Ora Max ha voglia di raggiungere suo padre a Roma e raccontargli cosa ha fatto. Vuole regalargli un sorriso, deve guarirlo, uccidere il suo male spietato, anche solo per qualche minuto, infettandolo della stessa emozione. Brucia chilometri con la sua auto e non ha nient’altro in testa. Vuole vederlo, parlargli, vivere solo con lui quel momento indimenticabile. Ci riesce. E a questo punto della storia ciò che viene dopo non ha più importanza. Il giorno che la strada del ritorno se l’è portato via il primo ottobre del 1992, era un giovedì.

Siamo seduti in Curva Nord tutti insieme perché oggi verrà intitolata a Massimiliano Catena. Un fischio e una raffica di vento quasi più estivo sospende il ricordo su quell’estate della Sila, su quell’Etrusco che doveva stare sullo scaffale della nostra stanza.

Le nostre sono favole che ricominciano ogni domenica, nelle nostre favole i Lupi corrono fieri e liberi fino alla fine: sconfitti molte volte, ma in ginocchio mai.

 

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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