• mercoledì 21 Ottobre 2020

Al Muragianni, compagno di quarantene

Ettore De Franco
Ettore De Franco
Marzo24/ 2020

Stamane un amico mi ha consigliato di guardare la replica della tappa Jaca-Val Louron del Tour de France del 19 luglio 1991 e, in contemporanea, un altro mi ha chiesto se avessi voglia di scrivere qualcosa su Gianni Mura. Tale sincronismo si è tradotto in un momento di piacere nel leggere l’attacco dell’articolo che Repubblica mandò alle stampe il 20 di luglio:

“Bull mette le ali e vola alto nel cielo di questo Tour. Non è Pegaso, è uno strano animale che morde la strada come fosse un osso. La strada è sempre più piccola, un corridoio in mezzo a gente bollita scuoiata sbronza e forse anche felice” .

(articolo Mura Val Louron)

Avevo quasi 10 anni all’epoca e il nonno non aveva ancora preso a leggermi gli articoli del Muragianni cronista d’oltralpe; ma, come il giornalista, amava le parole crociate. Dopo pranzo, in estate, siedeva in poltrona, estraeva dal taschino della camicia la sua Parker a scatto e sintonizzava il televisore su Rai Tre. Di lì a pochi anni Gianni Mura si sarebbe diventato compagno silente ma prolifico di parole delle mie quarantene volontarie.

Mentre le mie coetanee e coetanei adolescenti pensavano alle bionde trecce, gli occhi azzurri e poi le tue calzette rosse, vivevo le estati in funzione del Tour de France. Mi svegliavo con l’obiettivo di leggere l’articolo in cui Mura avrebbe tratto un bilancio della tappa del giorno prima, parlando, con la scusa della competizione, di tutto ciò che stimolava il suo intelletto. Con la sua sintassi dimostrava che per arrivare da un punto A a un punto B il percorso era tutt’altro che lineare. Nel tragitto che portava dalla bandiera a scacchi della partenza allo striscione dell’arrivo lo scrittore ci obbligava a delle soste forzate per osservare i paesaggi, per provare vini e formaggi locali e per scrutare le espressioni di quelle persone che Eugene Weber aveva definito ‘contadini diventati francesi’.

Grazie a Mura ho sviluppato la dipendenza verso l’amore platonico più struggente della mia vita, Marco Pantani, e quella verso il genere letterario che preferisco sopra ogni altro, il giallo. Giallo come la maglia che indossa il campione de La Grande Boucle sui Campi Elisi, Giallo su Giallo, come il titolo del suo thriller ambientato nella carovana che vaga per le strade transalpine. Le citazioni di Mura sono state il combustibile dell’amicizia con persone che vivono lontano e le sue recensioni di ristoranti l’inesauribile fonte di acquolina in bocca.

“Natale Nappa, reggino di nascita, ha lavorato molti anni nelle isole siciliane, Salina in particolare, come cuoco, poi è tornato a casa. A Pellaro ha aperto nel 2007. Curiosità: Pellaro è attraversata dal 38’ parallelo, come Seul, Smirne, San Francisco e nella sua baia sostarono le navi dirette alla battaglia di Lepanto”.

Mura era il fattucchiere capace in cinque righe di evocare l’imperialismo statunitense e la città più alternativa a stelle e strisce, di rimandare al punk italiano e citare una delle battaglie navali più importanti della storia, quella in cui Venezia e Istanbul si affrontarono senza sconti. Gianni Mura, con la sua Olivetti, non prescriveva, non imponeva la propria visione, ma aiutava a mettere in moto i neuroni di lettori e lettrici, era maieutico come Socrate e onesto come l’Apollo che attraverso dell’Oracolo di Delfi imponeva di conoscere se stessi.

Mura è seminale, lascia sulla terra che da qualche giorno grava con leggerezza sulle sue spoglie, schiere di appassionati che ci allieteranno le letture future strizzando l’occhio al mio compagno di quarantena.

Ettore De Franco
Ettore De Franco

Terzino destro limitato tecnicamente ma in grado di chiudere le diagonali. Avviato alla scrittura dal Nonno che gli chiedeva di cercare sul vocabolario le parole risolutive dei suoi cruciverba. Rosso e blu ma più rosso che blu. Ambasciatore bruzio presso il nord della Penisola iberica ed in tutti e due fronti della Guerra delle Malvine/Falklands, attualmente in riposo, da tutto.

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