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IL GIUDICE SOLO | «So chi uccise Antonino Scopelliti»

alfredo sprovieri
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Luglio14/ 2012

di S. Alfredo Sprovieri

I magistrati conoscono i nomi di chi uccise il giudice Antonino Scopelliti. Il ragionamento è semplice e presto detto: a Reggio si stanno celebrando le udienze del processo chiamato “Meta” e a tenere banco sono le deposizioni shock del pentito Nino Fiume. Quello che fu un sicario spietato e temuto in riva allo Stretto ad un certo punto racconta in aula il delitto eccellente, l’Attentatuni di Calabria. Fiume spiega che fu commissionato dai siciliani ma consumato da killer calabresi, i più bravi in città. E’ pronto a fare i nomi in aula, e le gocce di sudore sulla fronte dei presenti si ghiacciano incuranti di Minosse. Il procuratore Giuseppe Lombardo lo blocca però, vietandogli di violare il segreto istruttorio. Non gli ha permesso, ovvero, di rivelare cose che sono oggetto di indagine. La notizia è lieta e clamorosa, e secondo le indiscrezioni dei cronisti reggini i nomi sono stati fatti già in alcune deposizioni ai procuratori reggini, prima del processo, e che per questo le indagini potrebbero essere riaperte a breve in modo ufficiale.

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Era il nove di agosto del 1991, l’ultimo giorno dei suoi 56 anni. Due sicari a bordo di una moto disegnano le curve e immaginano la morte del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti. Sanno già quel che devono fare, il giudice è sceso da Roma per le vacanze in Calabria e ora è nel suo paese di origine, senza scorta. La sequenza finisce con la macchina ritrovata nella scarpata, il resto ormai è immaginario collettivo. L’esecuzione di un altro giudice scomodo. Di un giudice inviso a Totò Riina.

Giovanni Falcone dalle colonne de ’La Stampa’ scrive di quel nove agosto: “L’ultimo delitto eccellente- l’uccisione di Antonino Scopelliti – è stato realizzato, come da copione, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso”. Parole profetiche, che continuano la sua iperbole fino al cocente ragionamento sull’isolamento della magistratura di quegli anni, sul destino che aleggiava sulla vicenda di quegli uomini valorosi. Per Falcone, e per molti altri analisti dopo di lui, dubbi ce ne sono pochi: il delitto Scopelliti è un fatto di enorme gravità.

Per la prima volta si era colpito un giudice di Cassazione, proprio quando la Suprema Corte era pronta a celebrare il maxiprocesso a Cosa nostra. Non sfugge a nessuno neanche il fatto che l’ammazzatina sia stata portata a termine in Calabria, segno di un lasciapassare o di uno scambio di favori fra le potenti mafie divise dallo Stretto. Si avanzano ipotesi inquietanti, sui giornali compaiono le testimonianze dei pentiti in aula e si imbastisce un processo ai vertici dei Corleonesi. Tutto inutile, finisce con l’assoluzione generale: mancano le prove.

Sono passati troppi anni da quel nove agosto, non c’è verità processuale e nemmeno un aeroporto come quello di Palermo intitolato a Nino Scopelliti. Per questo la riapertura di un fascicolo rappresenterebbe un’occasione irripetibile contro l’oblio. Il ricordo del ‘giudice solo’ vive grazie alla testimonianza di qualche illuminato intellettuale calabrese. A Campo Calabro intanto sotto un maestoso ulivo il vento che va al mare discreto abbraccia l’iscrizione:

“La tua parola ha spezzato il silenzio di una terra che non sa più tacere“…

 

 

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alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Nel 2002 ha fondato "Mmasciata". Poi un po' di tv e molta carta stampata. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto il libro inchiesta: "Joca, il Che dimenticato".

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