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La Calabria violenta di mezza estate

admin
Luglio16/ 2012

nicotera-omicidio

Il braccio di ferro fra la Calabria che spara e quella che spera va spesso in scena d’estate, sotto il solleone. Anche questi caldissimi giorni di luglio dell’anno 2012 non fanno eccezione alla regola. La notizia più importante del weekend arriva dalle spiagge di Fiumefreddo, quella più terribile dalle campagne di Bivongi. Le unisce una rossa scia di sangue. Dieci carabinieri del nucleo di Reggio Calabria si sono introdotti in una villetta di Fiumefreddo per mettere le manette ai polsi a Domenico Polimeni, uno dei 100 latitanti più pericolosi secondo il ministero degli Interni. L’uomo era con gli occhialini e le braghe estive pronto ad addentare un pasto davanti al televisore, come un Fantozzi qualunque, ma è condannato all’ergastolo per l’omicidio di tre persone nel 1997; si trattò di due uomini e una donna appartenenti ad un clan rivale nella faida, quella di Oppido Mamertina, che lasciò sul terreno decine di vittime anche innocenti, e che è ricominciata pochi mesi fa. Polimeni era con moglie e figlie – arrestate anche loro – al posto di mare dove tornava da 5 anni, ora non potrà più nuocere.

Pagherà al fresco per fatti di sangue gravissimi, come quello successo a Bivongi. Due giovani uomini investiti dalla violenza dei pallettoni mentre erano su una jeep, in una di quelle immacolate campagne che segnano il confine fra le province di Reggio, Catanzaro e Vibo Valentia. Una sottile frontiera dove spesso la violenza la fa da padrone. La persona uccisa è Giuseppe Gerace, di 30 anni, mentre è rimasto ferito Giuseppe Geracitano, di 19 anni. Le dinamiche lasciano spazio a poche interpretazioni, il giovane scampato alla violenza dei killer deve ringraziare il soccorso di alcuni operai forestali che si trovavano a circa un chilometro dall’agguato, ora è sotto i ferri all’ospedale di Locri.

E purtroppo anche negli ospedali ne succedono delle belle. Siamo a Mendicino di Cosenza: nella clinica Villa Verde rilasciavano certificati sanitari che accertavano patologie incompatibili con il carcere, al fine di favorire esponenti delle cosche di ‘ndrangheta. Per questi sei medici (uno dei quali primario) sono finiti in manette nell’operazione “Villa Verde” coordinata dagli uomini del Ros e del Comando provinciale di Cosenza. Il Tribunale di Catanzaro ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare per i reati di corruzione in atti giudiziari, falsa perizia, false attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria, abuso d’ufficio, procurata inosservanza di pena e istigazione alla corruzione, aggravati dalle finalità mafiose. Al centro dell’indagine ci sono i rapporti di complicità tra alcuni medici e le cosche Forastefano di Cassano Jonio e Arena di Isola Capo Rizzuto (Crotone), finalizzati a evitare il carcere, anche il 41 bis, agli affiliati, che in questo modo potevano continuare a gestire gli affari delle cosche dai lettini della clinica.

Dagli ospedali all’autostrada. I militari di Reggio Calabria hanno eseguito sei arresti a carico di presunti affiliati alla cosca Nasone-Gaietti di Scilla. Al centro un giro di mazzette per i lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.  L’indagine ha potuto contare sulla collaborazione “particolarmente preziosa”, di alcuni imprenditori. Questi hanno deciso di non sottostare al giogo mafioso e di denunciare le richieste estorsive. Le denunce di alcuni dipendenti dell’impresa taglieggiata, che hanno raccolto l’appello lanciato dai magistrati della Dda reggina il giorno della conferenza stampa dell’operazione “Alba di Scilla”, hanno fornito un apporto rilevante alla definizione dei dettagli di tutta la vicenda.

E ora passiamo alla Locride che è stata scossa da un fatto ancora più eclatante, l’arresto di 26 persone legate al potente clan Pelle di San Luca. L’evento è importante non solo ai fini della giustizia, ma delle strategie di contrasto e della cultura antimafia, perché insegna come questo casato di mafia poteva contare sull’appoggio di uomini e donne in tutte le province e perfino fuori regione. Questo conferma l’unitarietà della ‘ndrangheta (“siamo tutti una famiglia” dirà un arrestato in un’intercettazione) e fa scoprire nuovi dettagli a chi deve contrastarla prima di tutto culturalmente.

E qui un altro terribile episodio, avvenuto a Reggio Calabria. Mentre il procuratore Di Landro era al mare, ignoti hanno rotto il finestrino della macchina dove viaggiava la scorta e hanno portato via un borsone. Di Landro era stato minacciato in modo pensate un anno fa, con una bomba che ha devastato il portone della sua abitazione in centro e con la manomissione alle ruote di una sua auto di servizio parcheggiata nel palazzo di giustizia. Questo giusto per capire quanto sia difficile il braccio di ferro fra questi due pezzi di Calabria, quello che spara e quello che spera, se ce n’è un terzo che resta a guardare…  

admin

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