• martedì 13 Aprile 2021

Cosenza Vecchia, paradiso inferno e ritorno

admin
Settembre12/ 2012

 

di Matteo Dalena

Dove ieri maestose si innalzavano le bellezze di un monastero cinquecentesco oggi è di casa il sacco delle devianze. Nella pancia di un paradiso, o di ciò che quantomeno è ritenuta un’isola felice, può dimorare un inferno. Siamo a pochi passi dall’imponente castello svevo che domina Cosenza, per entrare nel ventre molle di questo gigante dormiente bisogna sporcarsi un po’ le mani con quell’unico muretto di cinta che ci separa dall’indicibile. Un bastone nella destra per intimorire ogni mala intenzione e siamo dentro, nel locale caldaie dell’ex casa di riposo Umberto I.

I sensi sono subito stupiti: veniamo raggiunti da ciò che resta di quella antica ricchezza, dall’umido aroma dei fasti di quello che era e che mai più sarà. Qualche secolo fa in questa struttura oggi fatiscente sarebbe stato possibile incontrare i bravi cappuccini, intenti nelle loro fatiche quotidiane, all’insegna del motto: “Non preoccuparti di essere un peccatore, perché, comunque, Dio ti ama e ti accoglie lo stesso”.

 

 

Chi oggi frequenta questo posto non si cura di Dio e nemmeno di se stesso. Ce lo prova il ricettacolo di siringhe, escrementi, lacci e cucchiai che ci accoglie appena fuori dal locale caldaie. Chi in queste stanze continua a curarsi del culto forse prova a rovesciarlo, come suggeriscono diversi siti internet che segnalano il posto fra i luoghi in cui si celebra satanismo. Siamo nel corridoio che costeggia il bellissimo chiostro, un tempo luogo di passeggiate e letture, oggi invaso da una vegetazione lussureggiante che ha quasi inghiottito il pozzo. Proseguiamo verso quella che sembra la sala cucine tra siringhe, tante, e vetri rotti. Le cucine hanno le pareti completamente annerite, lì vicino dev’essere successo un finimondo.

 

 

E infatti nello stanzone a fianco, che pochi decenni fa doveva ospitare la parte amministrativa della casa di cura che ospitava i derelitti della Cosenza post-unitaria, è tutto nero come la pece. Le travi in legno del soffitto sono ancora li per scommessa e alcune sono già venute giù. Stanze vuote e nerissime accolgono giacigli di fortuna per chi fortuna non ne ha. Siamo al secondo piano. Ecco quelle che dovevano essere le camerate: chiudiamo gli occhi e vediamo gli anziani, bianchi di calce che guardano lo splendido panorama a sud, sognando una città e una giovinezza che non vedranno mai più. Ridiscendiamo nel chiostro costeggiandolo, in tutto quel buio dei sensi dovrà pur esserci una luce. Ancora documenti lungo il nostro percorso: possiamo leggere una tipica lista della spesa del 1979, le spettanze dei dipendenti o ancora qualche nome di degente.

 

 

Dal paradiso all’inferno, e ritorno. Una luce ci porta ai lati di quello che aggirato si rivela un magnifico altare maggiore, ci voltiamo e ci scopriamo nella navata dell’ex monastero, oggi sconsacrato e privato di statue e suppellettili. La magnificenza della luce si fa caravaggescamente largo tra finestre e fessure, rendendo belli persino i calcinacci. L’altare maggiore ha i marmi divelti e segnati dalle profanazioni, ma resta  imponente. Maestoso il pulpito, le cappellette laterali racchiudono tanti microcosmi artistici da scoprire. Com’è possibile che una meraviglia del genere giaccia dimenticata nell’abisso di questo oblio?

 

 

Dopo tanta tenebra e senso d’asfissia torniamo a rivedere la luce tormentati da questo quesito. Qualcuno nel 2008 ha provato ad accendere i riflettori sul problema Umberto I. Tra gli “affari istituzionali” della Provincia di Cosenza è stato stipulato un accordo di programma relativo ad un “Progetto di ristrutturazione e riqualificazione dell’immobile ex Casa di Riposo Umberto I da destinare a sede per lo svolgimento di master post-universitari, di ricerche nel socio-sanitario ed in quelle scientifiche e tecniche, di eventi coerenti e di aggregazione, allo scopo di rivitalizzare il Centro Storico di Cosenza”. Carta morta, e così il gigante col ventre molle continua a dormire dimenticato nel centro di Cosenza, all’ombra dei neon insieme a tutti gli invisibili. Recuperarlo costerebbe tanto, ma girarsi dall’altra parte costa di più. 

 

Matteo Dalena

Guarda il reportage video di Marco Caputo:

http://www.youtube.com/watch?v=OYoeW6UDJp8

 

admin

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