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La politica non si insegna (di Nicola Morra)

adminwp
Settembre12/ 2012

In tempi in cui regnano come mai prima astensionismi e antipolitica, continua la nostra inchiesta sull’impegno politico in Calabria. Dopo aver chiesto di condividere la loro esperienza a tre giovani impegnati nella vita dei partiti maggiori di destra e di sinistra (in fondo i link con gli articoli), abbiamo accolto il parere di Nicola Morra, conosciuto e stimato professore di Filosofia del liceo Telesio e prima del liceo Scorza di Cosenza (lo fu anche di molti di quei ragazzi che oggi rappresentano il nuovo dei partiti calabresi) e attivista in città del Movimento Cinque Stelle.

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di Nicola Morra

Cos’e’ la politica per me? Sembrerà scolastico come quesito, ma forse, per esser diretto, è il più efficace per avviare una ricerca disposta ad arrivar a verità. Ebbene, la risposta è per me semplice. La politica è la dimensione, sempre dinamica e da rettificare continuamente, con cui mettersi al servizio della giustizia, delle ragioni degli altri, del valore della comunità/universalità. Mi spiego: in un contesto storico – e tutti quelli umani sono contesti storici – l’esser umano si confronta con una tensione continua, quella fra la realtà fattuale, l’esistente, e, dall’altra parte, l’aspirazione, il sogno di un mondo immaginato diverso perché più capace di farci avvertire la nostra capacità di elevarci a livelli divini quasi. Questa tensione, che sorregge soprattutto i soggetti attenti e che gli indifferenti odiati da Gramsci certamente non provano, è per me la strada della ricerca morale, ove nulla si deve dare per scontato, se non che tutto debba esser centrato sulla ricerca della verità, e che la verità, sempre e comunque, sia un bene, anche quando provoca – e spesso è così – dolore, angoscia, dubbio inquietante, sofferenza.

Chi fa questa scelta, esponendosi alla prova del dolore, si tempra, al tempo stesso sublimando la propria capacità d’attenzione e di ascolto agli altri, perché la propria ricerca, personale e per certi versi intima, vien considerata universalmente prossima a quella degli altri propri simili. Filosoficamente parlando, il rinvio obbligato è al mito platonico della caverna, in cui lo schiavo torna, nel tentativo di condividere la scoperta della verità da lui effettuata, con gli altri suoi precedenti compagni di disgrazia.

Chi fa quest’esperienza, chi si apre alla dimensione del noi raggiunta in virtù dell’esplorazione dell’io, scopre la politica, cioè lo sforzo quotidiano, costante, necessario per poter adeguare il giusto teorizzato, l’universale pensato, con la realtà vissuta, con la storia che si fa carne dialetticamente con le esigenze del pensiero, dello spirito. Ed allora, praticamente, la politica rappresenta il conato di raccordare giustizia e diritto, universalità dell’ideale e concretezza della fattispecie singola, pochezza delle risorse a disposizione e ragioni dei richiedenti. Per quanti dubbi si abbiano, chi interpreta l’agire politico in questo modo vive il suo compito con modestia, come un servizio da rendere a chi si trova in condizioni che imperativamente obbligano i soggetti morali, tutti.

Le differenze, vere, ma non insuperabili, anzi, sono allora sui metodi con cui si vuole operare il raccordo fra l’essere ed il dover essere, ma non sulle finalità. Se questo corollario vien assunto, la vera politica sposa come euristica dell’agire la procedura del confronto, la politica della trasparenza, in una prospettiva sempre orizzontale, sempre umilmente attenta ad avvertire i bisogni reali delle persone, delle comunità, del mondo – oggi finalmente stiamo capendo che anche l’ambiente è soggetto di diritti e non solo cornice all’interno della quale ci muoviamo -. Per cui, in questa prospettiva, l’unico potere è quello di servire, quello di operare per il bene comune, quello di concorrere all’indipendenza prima ed all’autonomia poi degli altri. Se ci ragioniamo, il potere di servire è oggi un ossimoro, potere oggi è affermarsi, imporsi, slanciarsi schiacciando: è la wille zur macht nietzscheana, è il delirio dello status proprio di chi decide per gli altri, guida gli altri, annulla gli altri, è una dimensione egoistico/narcisistica in ragione della quale ci si innamora di sé, si sfugge il confronto, si annichilisce l’alterità, la diversità, non riconoscendo affatto la bellezza di un mondo plurale.

Ecco, tornando al punto di partenza, al sogno con cui si alimenta la tensione della politica, mi piace ricordare una lettura, una biografia dedicata ad un medico cattolico morto ormai diversi anni fa, dannatamente politico anche nel suo decesso: Carlo Urbani. Fu stroncato dalla Sars, da una patologia che studiava, a suo rischio e pericolo, per salvare vite. E c’è morto. La politica impone anche un’etica del dovere che spesso diviene etica del sacrificio, e di questo dovremmo tornare ad interrogarci, ad interessarci, perché nell’oggi abbiamo tanta strada da percorrere in questa direzione. Purtroppo debbo concludere con il pensiero a Brecht: sfortunato quel popolo che ha bisogno d’eroi, ma oggi, per noi italiani e non solo, gli eroi son sempre più indispensabili…

 


Leggi anche le altre tappe dell’inchiesta:

di Antonio Palermo (Sel) http://www.mmasciata.it/opinioni/45-politica/130-io-alla-politica-dico-grazie

di Angelo Brutto (Pdl) http://www.mmasciata.it/opinioni/45-politica/111-la-buona-politica-non-si-odia

di Maria Cristina Guido (Pd) http://www.mmasciata.it/notizieweb/ita/108-vado-a-scuola-di-politica

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