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Rivoglio la mia cara, vecchia, moderna Rende

admin
Novembre19/ 2012

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di Matteo Rosa

Millenovecentosettantasei. Mio padre ottiene il trasferimento ad altra sede e altro incarico, sappiamo che lasceremo Cassano Jonio destinazione Cosenza; troviamo casa in affitto in una località chiamata Roges di Rende, realtà ben diversa da quella del capoluogo (anzi, come dicevano i cassanesi, della “Capitale”). Ci trasferiamo il giorno dopo il compimento dei miei 6 anni, mi piacciono subito la casa ed il luogo; di fronte casa, ove oggi sorge il Metropolis, c’è la Fiat ed io, rimasto affezionato al ricordo di un concessionario cassanese, trascorro serate a immaginare cosa potesse succedere in quei capannoni, nella mia ingenua fantasia immaginavo la costruzione degli ultimi modelli, invece mi dovevo “accontentare” (ma non era poco) di vedere le bisarche con i veicoli pronti alla vendita.

Inizia così la lunga fase della mia vita legata a Rende, a quella residenza che ho fieramente mantenuto anche nel quadriennio romano (1997-2001) e nel successivo quadriennio sampietrese, nella Presila cosentina. Mi lego a Rende ed al suo eccellente livello di qualità della vita. I parenti di Napoli restano ammaliati dalla vecchia Rende e dalla nuova, mio nonno non si capacita di aver incontrato per strada il sindaco ricevendone, pur essendo totalmente sconosciuto, un educato saluto (cosa che Francesco Principe ha fatto fino agli ultimi giorni di vita, con chiunque). Mi lego ai quartieri, alle scuole, alle piazze, allo stadio, in anni in cui Rende è una piazza temuta (chiedere ad un certo Walter Zenga) e il nome della città gira in tutta Italia. Dico orgoglioso di abitare a Rende e non a Cosenza. Arrivano premi a livello europeo per gli standard architettonici ed urbanistici, l’università non sembra in Italia, anche un quartiere popolare come il CEP viene elogiato per i suoi aspetti costruttivi (al contrario di quanto avviene negli analoghi quartieri di città medie e grandi in Italia).

Non sono mai stato un principiano, anzi, ma non avevo difficoltà nel riconoscere i meriti della famiglia, in primis del compianto Francesco e a seguire, all’inizio del suo mandato, del figlio Sandro. E posso dire con la coscienza pulita di aver sentito un dolore immenso la sera del 29 Maggio 2004, di aver pregato quanto ho più caro oltre il mondo perché quel proiettile non avesse conseguenze letali. Ma penso che sia dalla metà degli anni ’90 che Rende imbocca una pericolosa parabola discendente: ferma restando la migliore qualità rispetto ad una Cosenza in netto recupero, vedo troppo cemento, troppe cose strane, politici che diventano costruttori, oneri di urbanizzazione non pagati, strani e rischiosi investimenti finanziari, un caos viario prima sconosciuto, un’azione politica con troppi “facenti funzioni” improntata allo scontro, alla denigrazione/”distruzione” del nemico (mai visto come semplice avversario), all’arroganza, a troppe scene (in una perenne campagna elettorale) che rimandavano a luoghi tristemente noti, in Calabria e non solo.

Trovare casa a Rende a condizioni vantaggiose per una famiglia è diventato molto difficile, così viriamo su Cosenza; non mi vergogno di affermare che il 20 Luglio 2005, quando la mia residenza rendese cessa di esistere dopo 29 anni e 4 mesi, provo un groppo alla gola. Mi basta mezz’ora nell’ufficio anagrafe cosentino per rimpiangere le analoghe situazioni vissute per anni a Rende, dove una carta d’identità veniva rilasciata a vista dopo pochi minuti con procedure informatizzate, anziché peregrinare da uno sportello (e da un impiegato impegnato in faccende personali) all’altro per poi ripassare dopo giorni.

Col tempo il mio legame con Rende, che guardo nostalgicamente dal balcone di casa, si affievolisce lentamente. Ma non al punto di impedire al mio cuore di sentire un certo fastidio, per non dire dolore, quando leggo che in tutta Italia il nome di Rende ora è associato alla ‘ndrangheta ed al voto di scambio. Sarò franco, attendo che la magistratura faccia il suo corso ma quanto emerso in questi giorni non mi lascia basito, ognuno di noi (soprattutto chi ha sempre espresso il suo parere senza inginocchiarsi ai potenti) ha notato “cose strane”. “Una volta” il ponte sul Surdo o non sarebbe collassato o sarebbe stato ricostruito in un attimo; accanto alle colate di cemento ci sarebbe stato ancora tanto verde; i costruttori non avrebbero pagato gli oneri ma avrebbero realizzato viali e opere di arredo urbano; non sarebbe stato messo all’asta lo stadio per fare cassa. Ognuno di noi è consapevole che Rende ha sempre meno punti di forza, e di valore sempre più relativo. Avanza il brutto e dovrebbe bastare questo per provare un moto di ribellione.

Com’è triste oggi ricordare Rende com’è stata. E accorgersi di com’è diventata.

 

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