• martedì 7 Luglio 2020

REPORTAGE | Rende, quel tesoro dell’anno Mille sepolto dalle istituzioni (VIDEO)

Matteo Dalena
Matteo Dalena
Marzo12/ 2015

di Matteo Dalena

«Sono nato in una chiesa dell’anno Mille di cui nessuno sa nulla». Francesco Ruffolo ci mostra a uno a uno i reperti trovati nel piccolo fondo di sua proprietà: un pezzo di tufo, frammenti di terracotta e addirittura un fossile. Siamo in contrada Vennarello di Rende, alle porte di Cosenza. Adiacenti a quella che fino a pochi decenni addietro era la casa colonica appartenente alla sua famiglia, il cui nucleo originario sarebbe stato edificato alla fine del Seicento, i resti di un edificio religioso ancora più antico e risalente all’anno Mille giacciono avvolti in un groviglio di rovi, potrebbero nascondere i resti di uno dei più antichi monumenti religiosi dell’intero Meridione.

RENDE La vegetazione +¿ l'incontrastata padrona del sito
La casa coloniale sovrasta i rovi e le sterpaglie che coprono l’area di interesse archeologico.

MORDI E DISTRUGGI Se fossi e cavedagne benedicon le campagne, come scrisse il professor Carlo Poni nei suoi celebri studi di storia rurale; edilizia scellerata e assenza di regole universalmente riconosciute decretano la fine del bene archeologico e dei fondi stessi, privandoli innanzitutto della possibilità di raccontare la propria storia millenaria. La maggior parte dei terreni agricoli e delle abitazioni delle contrade “Vennarello” e “Cozzo Pandosci” di Rende, sorgerebbero infatti in un’area di forte interesse archeologico, tormentata negli ultimi decenni da un tipo di edilizia aggressiva, incurante dei ritrovamenti perché timorosa di blocchi e vincoli. Nella zona c’è chi racconta di interi complessi residenziali costruiti su antichi complessi funerari e confinanti con enormi edifici dalla finalità pubbliche che, negli anni, hanno assorbito lauti finanziamenti senza veder mai la luce. Ci sono tanti esempi, ma forse l’ospizio mai ultimato di via Svizzera nella poco distante contrada Santo Stefano, è quello più lampante. Tra 2001 e 2003 un finanziamento di oltre 438mila euro è servito solo a creare l’ennesimo monumento al non finito calabro.

TRA SCAVI E ROVI Eppure che la zona fosse di forte interesse archeologico è ben noto alle istituzioni, sin dal 1978. Nel corso di un intervento congressuale l’allora docente di archeologia cristiana dell’Università della Calabria, Aldo Nestori, segnalava un edificio di culto in contrada Vennarello di Rende, arrivando a datare i resti delle strutture in parte interrate e avvolte dalla vegetazione tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo. Solo nel 1994 si procedeva a un’indagine archeologica e, l’anno successivo, a uno scavo stratigrafico che, programmato da Soprintendenza archeologica e Università e finanziato dal Comune di Rende, prendeva avvio il 22 febbraio del 1995*. L’edificio a tre navate, realizzato tutto in un’unica fase edilizia e dall’impianto planimetrico di metri 20.70 x 14.50, risultava già allora “in pessimo stato di conservazione” dovuto al fatto che secoli di lavori agricoli avevano sconvolto tutta la stratigrafia archeologica. Per di più, il lato sud dell’edificio era stato inglobato da una serie di corpi di fabbrica moderni, appartenenti a una casa colonica disabitata che aveva parzialmente invaso una delle navate dell’antica Chiesa.

Abside sinistra dell'antica Chiesa, da un saggio di scavo del 1995
Abside sinistra dell’antica Chiesa, da un saggio di scavo del 1995 rimasto senza alcun seguito

Per quanto concerne la datazione, il professore Giuseppe Roma fu concorde sull’XI secolo anche se, considerando la tecnica costruttiva “a sacco” con un nucleo di ciottoli legati tra loro da abbondante malta, ma anche pezzi di pietre raccolte sul posto, arrivò ad avvicinare la struttura ad esempi pugliesi del VI secolo. Ma i dati ricavati erano troppo esigui per spingersi oltre. Altrettanto scarse ma interessanti le testimonianze scritte: la Chiesa è citata come “diruta” nel Liber Mortuorum del 1692 della Parrocchia di S. Maria di Rende, mentre il toponimo utilizzato per la Chiesa con chiaro riferimento al fiume Emoli – S. Maria de Emola – riporta alla memoria l’antichissima Emolitana ecclesia, citata addirittura da Papa Gregorio Magno nella lettera al vescovo di Cosenza, Palumbo, datata 599. Considerata poi la possibile presenza di una chiesa ancora più antica, dedicata a S. Venere che giustificherebbe il toponimo, identificabile con dei ruderi poco distanti dall’edificio di contrada Vennarello, il professore Roma concludeva lo studio con un emblematico: «In verità una ricerca su larga scala nella valle dell’Emoli, tendente ad individuare le tracce archeologiche interessanti ai fini di una rilettura critica del contesto territoriale, in tutte le sue componenti, sarebbe auspicabile».

Insomma, un patrimonio storico reale e tangibile, che sarebbe stato bello e interessante riscoprire, rischia di essere perso per sempre. L’incuria ha vinto, diventando con l’aiuto del tempo padrona incontrastata del sito, evidentemente abbandonato da istituzioni che si sono curate di ben altri interessi.

 

*Le notizie riguardo allo scavo provengono da uno studio di G. Roma, L’edificio di culto di contrada Vennarello di Rende, in Domus Tuam Dilexi. Studi in onore di Aldo Nestori, Pontificio istituto di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1998.

Matteo Dalena
Matteo Dalena

Storico con la passione per la poesia, imbrattacarte per spirito civile. Di resistenza.

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