• lunedì 17 Febbraio 2020

Cara Martina: fare il giornalista in Calabria è da pazzi

adminwp
Aprile03/ 2014

journalism

di Michele Presta twitter

Viso limpido e innocente quello di Martina, aspirante giornalista. Ha 16 anni, vive a Scalea e vuole raccontare quello che succede nella sua terra per poterla aiutare.

La guardi alla tv, durante il servizio di Antonino Monteleone e corre veloce alla mente la scena di “Qualunquemente”. Al tavolo del bar gli amici leggono insieme l’articolo che racconta le malefatte di Cetto e al solo nominare il nome del giornalista tutti sputano contemporaneamente a terra. Poi escono a bruciare la macchina al rivale, come capitò proprio al reporter reggino.

I fatti calabresi di questi anni, e di questi ultimi mesi in particolare, dimostrano quanto quella parodia in fondo fosse vicina alla realtà. Il rapporto fra potere e giornalismo ha raggiunto in Calabria livelli imbarazzanti persino per un Paese al 49mo posto nella classifica sulla libertà di stampa.  

Martina vuole fare la giornalista e l’ha detto al premier Matteo Renzi che le ha risposto “sta a te lei inseguire questo sogno senza accettare scorciatoie, io non posso fare altro che tatuarlo sul cuore”. Bello, si potrebbe farla crescere senza violare quell’innocenza, nella convinzione che il giornalista in Calabria ogni mattina si alza, beve un buon caffè, cerca le notizie, fa le inchieste, le scrive in redazione confrontandosi con i suoi colleghi, poi torna a casa si divide tra gli affetti per ricaricare le pile di una nuova giornata. Ammira la sua firma in calce, ne discute e se necessario si difende. Sarebbe un bel sogno da inseguire, il mestiere più bello del mondo.

Bisognerebbe però nasconderle anni di cronache di un mestiere bistrattato nella maniera più becera, alla mercé di politici, imprenditori ed editori. Dagli anni in cui se ne parlava per i cronisti minacciati dalla ndrangheta a quelli dei 40 centesimi a rigo, finalmente il quadro sembra compiersi con la denuncia delle clamorose ingerenze editoriali dei potenti nelle redazioni e le querele temerarie contro i cronisti. I casi messi in luce da L’Ora della

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Calabria, dal Quotidiano della Calabria e dal Corriere di Calabria, anche se tutt’altro che inediti, sono enormi e meritano tutta l’attenzione possibile da parte della società civile. 

Dallo sputo (riecco Cetto La Qualunque) al caso Cinghiale, dallo schiaffo per una foto al “dovrà vendersi un piede per risarcirmi”; in poche settimane è andato in scena in eurovisione tutto il campionario degli orrori calabresi. Ora intanto sembrano avvicinarsi le elezioni regionali e con loro un giornale rischia di chiudere (L’Ora) mentre ne nasce un altro guidato dal suo ex direttore (si chiamerà “Il Garantista”, di Piero Sansonetti).

Martina vuole fare la giornalista perché si rende conto che qualcosa non le viene detto e per questo crede che tocchi a lei trovarsela e raccontarla a chi, come lei, avverte questa mancanza. Allora è bene che queste cose le sappia subito.

Chi decide di fare il giornalista in Calabria deve sapere che potrebbe trovarsi sulla scia di chi lancia uno sputo; potrebbe alzarsi dal letto e non trovare in edicola il giornale per cui lavora a causa di un guasto improvviso alla rotativa. Chi decide di fare il giornalista in Calabria dovrebbe avere la prontezza di riflesso o la forza giusta per bloccare gli schiaffi che potrebbe da un momento all’altro ricevere mentre scatta una foto. Dovrebbe essere avvisato anche che qualora scrivesse qualcosa che non vada di genio a qualche potente, potrebbe anche arrivargli una richiesta di risarcimento danni dieci volte il suo stipendio da commesso, e che per pagarla potrebbe essere costretto a vendersi un piede o la casa.

Chi vuole fare il giornalista in Calabria deve sapere soprattutto che alla gente comune di tutto quello che subisce non importa niente, che chi ha il dovere di difenderlo stamperà tre righe di comunicato stampa e subito tornerà ad essere in altre vicende affancendato.

Anche se sapesse queste cose Martina probabilmente continuerebbe a inseguire il suo sogno, come tanti prima di lei. Dicono sia colpa del sacro fuoco. Se ne parla in sale sempre più affollate e consapevoli. Gli ultimi accadimenti hanno infatti spostato il riflettore dell’opinione pubblica calabrese anche su chi il giornalista ha deciso di farlo e nonostante tutto continua a farlo. Con le difficoltà economiche che erodono e le paure di chi tra contratti precari e chiusure imminenti sogna un futuro più vicino possibile alla normalità. Gli incontri nei quali si è parlato di giornalismo in Calabria grazie al libro “Sacro Fuoco” – un testo sulla libertà di stampa curato da Don Tommaso Scicchitano di Libera Cosenza e scritto da 11 giornalisti calabresi in memoria di Alessandro Bozzo, il cronista suicidatosi un anno fa – hanno acceso la lampadina di chi, ignorando i compensi da miseria, ignorando le minacce, ignorando lo stridente rapporto che esiste tra sindacati, giornalisti e ordine dei giornalisti, pensava che fare il giornalista in Calabria fosse un lavoro come un altro.

Martina oggi ha dentro una piccola fiammella, ci vorrà poco affinché diventi fuoco.

Qualcuno le regali il libro, qualcuno glielo dica, è giusto che Martina sappia: fare i giornalisti in Calabria è roba da pazzi.

 

Guarda “LA SFIDA DELLA CALABRIA” 

da Piazzapulita (la7)

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