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BINARIO UNICO | Il Sud, in treno.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Settembre18/ 2012

Un amico con il vizio di abitare questi inutili corsivi mi ha fatto sapere che il filosofo Serge Latouche al festival della filosofia di Modena ha spiegato che per riprenderci i significati dobbiamo provare ad allontanare i bambini dalle tv e a sostituire i viaggi in aereo con quelli in treno. Proviamo. In Calabria viaggiare in treno è qualcosa di più di una semplice scelta, lo spazio e il tempo sono rarefatti, mi siedo alla stazione dove un pugno di disperati mi dice che non trova mai le coincidenze per la propria odissea da pendolari e provo a scrivere sul telefonino quello che mi succede intorno, provo anche a scattare qualche foto.

Paola Stazione di Paola
Paola stazione di Paola.

E’ una terra lunga e sottile. Da provincia a provincia impieghi più di due ore in un viaggio che tocca tutti i posti del mito. I treni qui sono lentissime carcasse di metallo incandescente. Sotto il sole percorrono come il sale la ferita di ferro che sfregia i tratti più spigolosi di una costa offesa dal cemento e dalla rassegnazione. Nel vagone studenti e operai uniti dalla precarietà non hanno speranze, in dialetto declinano i verbi al passato anche quando parlano del domani, ma sorridono.

Il più giovane intaglia il legno, è stanco ma soddisfatto, l’hanno preso in prova per 20 giorni a Lamezia, la fabbrica di prima ha chiuso, a Gioia Tauro non trovava più nulla e tutti gli chiedono come ha fatto a trovare questo nuovo posto. “Ho fatto domanda e poi il colloquio, mi fanno i contratti a giornata” dice entusiasta ma lamentoso, quasi come a giustificarsi del fatto che nessuno l’abbia raccomandato. Il più anziano gli consiglia di tenere alta la guardia, di lavorare sì con gioia, ma senza aspettative: “Fai il giusto e pensa che non ti pigliano, così nel caso non ti deludi”. Lui annuisce esageratamente, poi ecco la Piana, deve scendere.

“Auguri giovanotto!”

“Buonasera e grazie, però ho 38 anni!”.

vista finestrino
Piove sulla Piana di Gioia.

Mentre a Palmi i ragazzi sparano alta la musica e fanno goffamente break dance sui marmi opachi, il sindacalista parla di rivoluzione culturale, di liberare il voto dalla sopraffazione dei padroni, poi da un involucro di carta distribuisce a tutti medagliette della Madonna degli Afflitti del paese suo. Appena ha finito telefona a Maria e le dice “Amore mio!” alzando il tono di voce perché lo sentano tutti. Le lavoratrici dietro di lui tirano anche loro fuori un dialetto squillante, parlando di torte, di ricette con la panna, e guardando le increspature del mare vedono sfilare palazzi incompiuti, solai completati a piani alterni. Non li finiranno mai, la scalata al cielo passa da questo lungo purgatorio in cui vedranno partire o sfiorire i figli. Il mare ingoia in un bacio il roccioso tributo delle fiumare.

“C’è crisi, c’è crisi, non si trova niente” ripeteva al capotreno il muratore diretto a Lamezia, che a fine turno dispensa sermoni non richiesti e gli consiglia di iniziare dalle sigarette: “Rinunciando ai tre pacchetti al giorno risparmi soldi e salute”. Ma lui ad ogni fermata scende a fumare; non dimostra molta premura nel prolungare il suo passaggio su questa terra dimenticata, stanca, ma ancora viva.

Sul fianco destro verso lo Stretto il mare corre, su quello sinistro fa lo stesso la cicatrice di asfalto inseguita dal tramonto. Le macchine sono piccole bare che zigzagando sembrano andare verso il nulla, ma che portano a quel tutto che qui chiamano casa. Un altro giorno è finito e tutti credono di essere ancora vivi, senza curarsi dei nuvoloni che divorano gli avamposti saraceni, abbarbicati a montagne spossate e fiere. Sembrano caderti addosso, ma stanno sempre lì, minacciose quanto basta a far innalzare nuovi campanili, sordi e muti come quelli di Ulm.

Nei paesi dai nomi romantici non ci sono più artigiani, e proprio come successe lì sono morti anche i sarti.

“Che le campane suonino

erano solo bugie,

non è uccello, l’uomo:

mai l’uomo volerà”.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Nel 2002 ha fondato "Mmasciata". Poi un po' di tv e molta carta stampata. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto il libro inchiesta: "Joca, il Che dimenticato".

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