• domenica 25 Ottobre 2020

La Terra di Piero | «Intitoleremo a Gianfranco Aloe un castello d’acqua in Senegal»

Matteo Dalena
Matteo Dalena
Ottobre02/ 2015

«Stiamo partendo con un progetto importante a Thiès a circa 140 chilometri da Dakar in Senegal, dove costruiremo un castello d’acqua da collocare sui pozzi in modo tale da riuscire ad irrigare le terre nel raggio di 20 chilometri. Questo castello d’acqua porterà il nome di Gianfranco Aloe».

Un re del sorriso che avrà così il proprio castello. L’idea di Sergio Crocco, presidente della Terra di Piero, è stata comunicata al pubblico del Teatro dell’Acquario nel bel mezzo della presentazione del libro di liriche “In periferia non si mangiano le ostriche” a firma dell’indimenticato poeta cosentino, pubblicato ad un anno esatto dalla sua scomparsa grazie al positivo connubio tra le Edizioni Erranti, Coessenza e la stessa associazione dedicata a Piero Romeo.

Un testo profondo, fortemente voluto da Emilia e Alfonso – moglie e figlio di Gianfranco – che riposava nello studiolo di via Pietro Colletta, luogo dove Aloe, storico militante socialista, era solito appaltare continui cantieri poetici, attorniato da saporiti tomi raccattati nelle “Arenelle” di tutto il mondo, stampe plastificate di pezzi giornalistici di rievocanti vecchie lotte socialiste, impensabili macchinette retrò, residui materiali dei suoi viaggi, evasioni necessarie. Scalpellino delle parole, misurate, testate l’una dopo l’altra, l’una accanto all’altra con la lentezza dei saggi e accolte, infine, con equilibrato compiacimento, Gianfranco Aloe considerava il poetare un sobrio divertissement, consapevole che, come soleva ripetere:

“Bisogna dare la giusta importanza alle cose. E ci si diverte anche se sono molto serie”.

Sempre il vero essere a palesar, la fonte spremendo e l’umanità, non per gloria o fama ma sostanzialmente per sollazzo, il poeta Aloe trovava nel verso (verseggiare certe cose mi cimento) la maniera narrativa  più congeniale a descrivere cos’accade ara chiazza addui ‘ncumincia Paniancu o, poco più lontano, tra le dune, oasi di calabro deserto, fino a autoproclamarsi avamposto brettio […] cantore umile dei molti sfruttati, mobbizzati, indifesi o cinti di bende.

La prima stesura era breve, quasi subitanea: “Perché i pensieri passano e chi li riprende più?”. Allo scarico della materia grezza seguiva poi l’opera da tornitore, il lavoro “di puntello”: teorie di parole levigate alla bisogna tra telefonate e sospiri, con occhi di Micia a far di tanto in tanto capolino, instillando amore, somministrando genuinità da Partenope sorte. Abili danze di parole mai abusate, amalgamate con cura, in piena libertà. E se non ti viene ora: “Dopo una passeggiata vedrai che ti verrà”. La questione della lingua non preoccupava. Banditi tutti quei dizionari o tomi specialistici propugnanti una fantomatica unità idiomatica calabrese, Gianfranco Aloe, appassionato collaboratore di Mmasciata fin dalla prima ora, attingeva direttamente al parlato del volgo, alla viva fonte delle famiglie, al sentito dire:

“Leggi qua, fammi sentire a casa tua come lo dite. Non esiste “il dialetto” ma i dialetti che sono quelli dei quartieri e il mio è Torre Alta, diverso per parlata da tutti gli altri”.

Partecipò alle innumerevoli battaglie “di questa famosa città civile” oppure “cattolica perla di terroni perdenti” con versi educatamente audaci, da artista della medietà, nel senso di garbato contestatore sin nei versi più aspri e temi dolorosi. Ostile per natura ai conflitti del suo tempo che le vanità cagionano – a volte irreparabilmente – usava il verso per ammorbidire e persuadere animi fiaccati dalla fatica, dal grigiore, dalla mancanza di certezze, instradandoli alla riflessione. La poesia di Gianfranco Aloe creava infine, sfera pubblica, società: attraverso i suoi innumerevoli tag dava quotidianamente vita a un interessante esempio di poesia orizzontale, circolante e fortemente democratica, versi cioè puntualmente gettati nella mischia dei social network senza timore di censure o cesure:

“Perché, certo inconsapevolmente, siamo i primi censori di noi stessi”.

Da Torre Alta alle periferie di Dakar continuerà ad insegnare il sorriso, materia unica e quanto mai necessaria.

Matteo Dalena
Matteo Dalena

Storico con la passione per la poesia, imbrattacarte per spirito civile. Di resistenza.

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