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La ricerca di un cosentino: il precariato rende infelici

admin
Novembre29/ 2012

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Essere precari, psicologicamente, è come essere disoccupati. E’ la teoria alla quale arriva il lavoro di tre ricercatori universitari: Vincenzo Carrieri, Cinzia Di Novi e SIlvana Roboni. Mentre le ultime due lavorano nelle università di Venezia e Bologna, il primo è un 32enne sampietrese che si divide fra Cosenza, città in cui vive e Salerno, dove insegna Economia pubblica (qui). Era parte del gruppo di fondatori di Mmasciata nel 2002 e per anni è stato curatore di una nostra rubrica di commenti economici e di società.

La ricerca, ripresa da autorevoli giornali fino a Repubblica.it (qui), afferma che: “La riduzione del benessere psicologico dei lavoratori sembra essere molto simile a quella causata dalla disoccupazione, con cui il precariato condivide molte caratteristiche, come basse credenziali e basso reddito”. Lo studio parte da una da una ricerca Istat dal titolo “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”, integrata con i micro-dati dell’“Indagine sui bilanci delle famiglie italiane” della Banca d’Italia. Arriva a dimostrare che i contratti a tempo determinato logorano la salute, smentendo scientificamente le afferamazioni dei ministri del Lavoro degli ultimi 10 anni.  La ricerca è condotta sui giovani (età considerata 15-30 anni), che perdono “circa mezzo punto percentuale in meno di salute psicologica nello score di salute mentale” quando sono sottoposti a condizioni precarie di lavoro. Inoltre i giovani precari, rilevano i ricercatori, “dichiarano molto più frequentemente di sentirsi infelici e poco interessati alla vita”.

L’analisi considera quattro indicatori di salute: la salute percepita, una misura di felicità, una misura oggettiva di benessere fisico e una oggettiva di salute mentale. Quello che si scopre è che gli individui senza una famiglia alle spalle, soprattutto maschi, vedono allontanarsi sempre di più una speranza di felicità, fino a peggiorare i propri indicatori di salute psicologica, ma non fisica.

Insomma, anche se li chiamano bamboccioni, o choosy, la verità è che le riforme del mercato del lavoro che hanno puntato alla flessibilità hanno creato una generazione di lavoratori infelici. 

admin

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