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Servizio Pubblico, noi a B. avremmo chiesto questo

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Gennaio11/ 2013

berlusconi santoro

di S. Alfredo Sprovieri

Lui ad Arcore si è allenato per giorni, inscenando la puntata con i suoi collaboratori più fidati. Loro hanno avuto più di dieci anni di tempo per prepararsi e oggi che Berlusconi gli è piombato in studio non sono riusciti ad andare molto oltre le solite gag su mafia e minigonne, di cui Sua Emittenza va notoriamente ghiotto. Non proprio una partita memorabile quella di Santoro Travaglio e relativo staff, la macchina da guerra più famosa e pagata del nostro giornalismo. La nostra situazione è opposta, non siamo nessuno e non abbiamo un euro, è asettica rispetto a quel grande studio e a quella diretta e non conosce nemmeno le pressioni che hanno fatto rivelare a Santoro il fatto che c’erano degli accordi pregressi sui contenuti della trasmissione (cosa gravissima, tutta italiana), ma vogliamo lo stesso appuntarci, senza nemmeno studiarlo a dovere, lo schema di domande (con tanto di plausibili risposte) che avremmo posto a Berlusconi in studio, chiamandolo solo e soltanto onorevole.

– Ha guidato il governo del Paese cinque volte negli ultimi 20 anni con maggioranze e durate record, non è riuscito mai a riformare la Giustizia, perché?

Qui come al solito avrebbe attaccato con la storia dell’impianto costituzionale che non gli fa rimuovere i ministri e i parlamentari che lo ostacolano; allora l’avremmo incalzato con la domanda: “Ma un capo d’anzienda come lei disconosce il fatto che il saper scegliere e saper guidare i componenti del proprio gruppo sia la qualità irrinunciabile di un buon leader?”

– Durante i suoi governi le tasse non sono mai state diminuite e i posti di lavoro sono crollati fino al record storico dello scorso anno. Che ne è stato del suo famoso “impegno concreto”?

Qui se la sarebbe presa con le condizioni sfavorevoli e eccezionali a livello internazionale e sarebbe stato facile fargli notare che fino a pochi mesi fa smentiva a reti unificate la crisi e parlava di ristoranti e alberghi pieni.

– Ha detto che in questi mesi si è occupato del partito. Qual è il suo grado di responsabilità nelle gravissime vicende che hanno portato allo scioglimento dei governi in Lazio e Lombardia e al Comune di Reggio Calabria, tutte amministrazioni guidate dal suo partito?

Se provava a scaricare la colpa sugli altri gli si faceva notare che tutti i maggiorenti del partito erano stati nominati da lui e il segretario Alfano era stato da lui indicato, proprio la sera prima, come futuro premier.

– Si sta scagliando contro Monti dopo aver detto di averlo scelto come successore alla guida dei moderati e con Casini e Fini, suoi fedeli alleati per anni. Li ha definiti “ingrati” con i quali non tratterà mai, mentre mantiene saldo l’asse con i leghisti, un partito travolto dagli scandali, fatto di gente che lo chiamava mafioso e che oggi gli ha posto la condizione di non candidarsi a premier, perché? E come lo spiegherà al Ppe?

Qui partiva col pippone su Bossi da sempre fedele alleato e avrebbe parlato dell’asse con Maroni per conquistare la Lombardia. Lo si poteva incalzare facendogli notare che in questo modo il suo partito sarebbe diventato succube di una forza minoritaria nel Paese che era riuscita a governare le maggiori regioni del Nord e gli si poteva chiedere a questo punto se fosse vero il famigerato documento firmato dal notaio anni fa con le cessioni di titoli e finanziamenti al Carroccio.

–  Ci spieghi come un capo di governo ( o un futuro ministro dell’Economia) che notte tempo lascia introdurre con tanto di macchina fotografica ragazze procaci e pregiudicati nelle sue residenze, non sia un capo di governo ricattabile e per questo da sfiduciare per motivi di sicurezza nazionale.

Quando attaccava col fatto che da lui si tenevano solo feste innocenti lo si incalzava spiegando che non era il tema della festa a interessarci (disinnescandogli il tema della privacy) e se da qui planava sulla beneficenza che ha sempre fatto gli si chiedeva se fosse moralmente concepibile continuare a pagare delle testimoni di un processo in cui lui era imputato.

– Lei conosce bene i sondaggi e le loro proiezioni, sa di non poter vincere ma farà di tutto per arrivare alla non governabilità con un pareggio al Senato. Dove sta l’interesse generale del Paese in questa sua strategia?

Qui rischia di sguazzare nelle sue acque, avrebbe di sicuro paventato il rischio comunista da combattere, nel 1994 come oggi. Gli si faceva una serie di facili obiezioni, tipo il fatto che ha detto di aver fatto un passo indietro in favore di Monti proprio per permettere un governo al Paese in una fase difficile non ancora superata e che auspicava con la stessa motivazione anticomunista una vittoria di Renzi, ostacolando però lo stesso processo di rinnovamento nel suo schieramento.

– Infine ci spieghi perché non ha mai fatto una riforma sul taglio dei costi della politica e perché il suo partito si è messo di traverso all’approvazione di una legge anticorruzione in Parlamento da parte del governo Monti, perché ha depenalizzato il falso in bilancio e ha favorito l’evasione con lo scudo fiscale.

Qui poteva rispondere quello che voleva, lo si ringraziava con fermezza ma gentilezza e si mandava la sigla parlando d’altro e lasciandolo seduto e inquadrato senza voce, poi si dava in primo piano la buonanotte alla gente in studio e ai telespettatori informandoli sui temi della prossima puntata.

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