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Calabria, quello che i grandi media (non) dicono

admin
Aprile28/ 2013

pif e lirio abbate

di S. Alfredo Sprovieri

La rappresentazione della Calabria sui media è un gioco folle da sempre, ma sta peggiorando. La periferia non si riconosce mai nell’immagine che di lei ne fornisce il centro e questo genera uno spaesamento, una sorta di distacco. Seduto da 5 minuti al primo incontro che riesco a seguire del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia infatti sento la prima: “Tipo i 27 giornalisti minacciati nell’ultimo mese in Calabria”. Il lapsus è di Giuseppe Smorto, reggino e direttore di Repubblica.it. Come introduzione alla sua lectio sulle nuove frontiere del mestiere elenca i problemi della professione che comunque non vanno dimenticati (ma nemmeno sovrastimati con leggerezza, 27 al mese nemmeno in Siria) in un periodo che lui riesce a vedere come un’opportunità. 

La giornata, sotto questo versante, poi è filata liscia. Sul pressapochismo con cui i giornalisti nazionali parlano di Calabria qualche chiacchiera un po’ depressa con i pochissimi colleghi calabresi incontrati a Perugia. Sfogliamo il programma e siamo quasi sollevati dal fatto che ci sia poco o nulla. Ci rendiamo conto che il rapporto fra giornalisti e ’ndrangheta risulta meno trendy del passato, solo questo.

Mi dimentico della questione fino al primo appuntamento di punta: la diretta di venerdì del Fatto Quotidiano dal Teatro Morlacchi. Un’ora di fila composta per trovare posto e ascoltare quasi subito il cronista dell’Espresso Lirio Abbate (nella foto in alto con Pif) che esordisce così: “In Calabria scopri che un direttore di giornale si fa strumento della ’ndrangheta per cercare di destabilizzare non solo una squadra di pm ma addirittura i collaboratori di giustizia” (le dichiarazioni integrali in questo video, dal minuto 16: 30).

Abbate è stato per lunghi anni caporedattore dell’Ansa a Palermo, l’unico giornalista presente sul posto alla cattura di Provenzano, per capirci. Non per niente è seduto lì, considerato un gigante. E’ stato l’unico a voler tenere alta l’attenzione sulla Calabria, raccontando anche i problemi dei cronisti calabri “querelati fino a 10 volte e pagati una miseria, la gente, i lettori, devono stare dalla loro parte”. (qui dal minuto 1:10:20)

C’è l’impressione che il nocciolo di quello che voglia dire sia veritiero e importante, ma che per arrivarci si serva della strada più facile, lastricata di inesattezze e luoghi comuni. Morale della favola: all’uscita dal teatro mi chiedono se è vero che giù i boss vengono a dettarci le notizie che dobbiamo mettere sui giornali. Cerco di spiegare come stanno davvero le cose, per quel che posso, poi parlo del tema principale della serata, media e potere, cercando di mostrare che c’è un altro lato della medaglia che non viene mai raccontato. Marco Travaglio, applauditissimo sempre, tranne quando chiede l’abolizione dell’ordine professionale, parla di due titoli del Fatto Quotidiano. Quello della giornata (“Presidente il nipote di Gianni Letta”) e quello del primo numero (“Indagato Gianni Letta”). Travaglio rivendica il diritto di mettere insieme le notizie e racconta diversi casi esemplari di disinformazione all’italiana, fra i quali quell’indagine (poi archiviata) per il potente sottosegretario di Berlusconi. Travaglio ha detto che nessuno ne aveva scritto, solo Repubblica qualche riga nascosta. Beh, non era vero, in Basilicata e Calabria (l’inchiesta era a Lagonegro) se n’erano fatte paginate mesi e mesi prima del Fatto, se n’era occupato persino quel giornale che secondo Abbate si è fatto, anni dopo, “strumento della ‘ndrangheta”.

Nominarlo anche per i suoi meriti sarebbe stato importante per la veridicità del quadro d’analisi. Se Travaglio avesse detto: “Solo alcuni coraggiosi giornali locali se ne occuparono” come era vero, la percezione sulla Calabria sarebbe completamente cambiata. Sarebbe stata più aderente alla realtà senza stravolgere il quadro negativo da combattere. 

Sabato arriva Roberto Saviano a parlare di traffico di cocaina (qui il video dell’incontro) ma a metà giornata devo andar via, non ho occasione di sapere cosa dice sulla ndrangheta e di seguire l’unico dibattito in cui si parla ufficialmente di Calabria. L’occasione è proprio l’ultimo libro del giornalista palermitano Abbate sulle collaboratrici di giustizia, sono colpito dal fatto che non sia invitato nessun collega calabrese a parlarne, ma tant’è, questo il titolo dell’incontro: “Sfidare padri e mariti. Storie di donne di ‘ndrangheta”. Il festival del giornalismo di Perugia è stato uno degli eventi più social dell’anno in Italia e basta uno smartphone per leggere in diretta cosa accade.

Ci sono problemi di audio con lo streaming, perciò seguo i tre tweet ufficiali:

tweet abb 2

tweet abb 3

tweet abb

Ne chiedo conto ad Abbate (soprattutto del primo) e agli altri colleghi che hanno seguito la cosa. Mi dicono che, al netto di molti luoghi comuni, il discorso centrale è condivisibile e armato di buona fede, si invitava ad accendere i riflettori su un territorio che soffre in solitudine, a non mettere la testa sotto la sabbia. A mio avviso questo sarebbe ancora più auspicabile se il racconto sui fatti calabresi venisse scollegato dalla narrazione della ’ndrangheta come un fattore culturale e folkroristico esclusivo e quasi ineludibile, se non si raccontasse solo una parte della vicenda, quella feroce e amara che nessuno deve negare ma nemmeno sovradimensionare perché fa vendere.

A tarda serata Lirio Abbate mi spiega che è d’accordo, e mi risponde così, dicendo che con quelle parole non voleva generalizzare.

tweet abb 4

E’ tardi e sono stanco per continuare, spiegandogli (oddio, avendo scritto il libro dovrebbe esserci stato) che Rosarno è una città di 15mila abitanti e anche quella è una generalizzazione che non serve alla causa, mi riprometto di farlo all’indomani. Poi la stampa di tutto il Paese scopre nel modo che avete visto tutti che l’uomo che ha sparato ai carabinieri davanti Palazzo Chigi durante il giuramento dei carabinieri è nato proprio lì, a Rosarno.

Mi arrendo.

admin

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