• venerdì 30 Luglio 2021

Gianni Mura, un coccio etrusco alla mostra aerospaziale di Denver

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Aprile29/ 2013

“Come mi sento? Come un coccio etrusco alla fiera aerospaziale di Denver”. La frase del mito Gianni Mura resta la migliore della settima edizione del festival internazionale del giornalismo conclusasi ieri a Perugia dalle parole della blogger dissidente cubana Yoani Sanchez.

Mura ha intrattenuto i tanti giovani seduti anche a terra per ascoltarlo con una serie di aneddoti e considerazioni fulminanti sul giornalismo e sulla società che cambiano. Indimenticabile il battibecco con i colleghi giapponesi che a ogni edizione del tour de France fanno un pezzo di colore su questo ultimo dei mohicani che si ostina a scrivere sulla tastiera del portatile come se fosse una Olivetti. “Ogni volta mi chiedono se mi accorgo di disturbare tutti con il mio rumore, e io gli rispondo che sono loro a non rendersi conto di star disturbando me con il loro silenzio”. 

Tornando al tempo dei blogger, l’intervento della Sanchez era molto atteso, dato che era la prima volta che parlava in Italia. Ha dovuto attendere molte cose per poterlo fare, fra cui la fine della gazzarra in sala dei Notari. La contestazione è scattata con una precisione svizzera. Urla, cori, striscioni e lancio di banconote da un dollaro con la sua faccia. La accusano di essere al soldo della Cia. Mario Calabresi, direttore della Stampa, mantiene la calma e li invita a finirla lì, Arianna Ciccone, organizzatrice del festival, prende il microfono per urlare “Vergognatevi!”, “Fuori!”. Yoani resta immobile, serena accarezza la coda di capelli adagiata sulla spalla sinistra. Quando il servizio d’ordine scorta fuori i protestanti e il suo intervento può iniziare, e ne approfitta per dire queste parole: “Grazie, per gli applausi e anche per gli insulti. Mi hanno fatto vedere come vorrei che fosse il futuro, con la libertà di esprimere dissenso anche nel mio paese”. (QUI il video integrale dell’intervento di Yoani Sanchez)

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E’ una blogger dicevamo, forse la più famosa del mondo, ma ha quell’oratoria dei grandi condottieri sudamericani, quelle pause che rendono inutile la traduzione simultanea. “E’ la vita che mi ha costretta ad essere giornalista, ma ho scelto di non farlo come un entomologa, ma semmai come una formica”. Si ritorna ad una delle lezioni primordiali del mestiere: “mostra, non denunciare”. L’importanza di mettere davanti i fatti e di narrare la vita delle persone senza infigimenti era stata illustrata qualche giorno prima nella stessa sala da Vittorio Zucconi e dalle figlie di Enzo Biagi, in un delicato ricordo del grande giornalista. Zucconi ricorda più o meno a memoria l’attacco del pezzo di Biagi sull’assassinio di John Kennedy: “A La Crosse, Wisconsin sono le tredici. Dalle cucine una cameriera dai capelli rossi torna correndo: “Hanno sparato a Kennedy, hanno colpito il presidente“. E spiega la grande lezione lasciata nella semplicità di quelle parole. La figlia Bice ricorda benissimo quel pezzo, quel viaggio, e racconta della telefonata dell’editore per dirgli “Da te mi aspettavo di più”. “Fu l’unica volta che papà pianse per il suo lavoro”, ricorda alla sala che si scioglie in un lungo applauso.

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Per tornare ai cocci etruschi, Carla Biagi alla domanda che twittatore sarebbe oggi il padre ricorda il rigetto per la tecnologia e che aveva una segretaria alla quale chiedeva persino di comporgli i numeri di telefono, Yoani Sanchez invece dice: “L’informatica mi ha salvato, è stato il mio trampolino verso la libertà”. Sostiene che i social network siano un martello capace di abbattere muri più resistenti di quello di Berlino. A bomba ritorna il tema principale della “fiera aerospaziale di Denver”: il rapporto con i new media.

Solo La Stampa in Italia ha nominato una social media editor, Anna Masera che non si è persa un seminario, gli altri giornali non ne sentono l’esigenza. Repubblica vende 600mila copie, Repubblica.it fa 1milione e 800 visite circa. Nella prima redazione lavorano 400 giornalisti, nella seconda 25. Nella sintesi di Giuseppe Smorto c’è la fotografia della situazione italiana, rasa al suolo dagli interventi degli esperti internazionali.

Prima su tutti Emily Bell, direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Scuola di Giornalismo della Columbia University di New York e firma di punta sulle politiche dei media in Gran Bretagna. Ha presentato il suo saggio, scritto insieme a C.W. Anderson e Clay Shirky, “Post-industrial journalism: adapting to the present”, una relazione sul futuro dei media digitali disintegrando i numerosi luoghi comuni snocciolati dagli altri. Secondo la Bell l’industria delle notizie è morta. “Non esiste più una cosa chiamata stampa che parla a qualcosa chiamato pubblico, quei modelli sono andati”. Con grinta e autorevolezza ha spiegato ad una sala attonita il rischio di estinzione che stiamo correndo tutti e la necessità primaria: “La sopravvivenza“. (QUI l’intervento integrale di Emily Bell).

Le abilità sono le stesse di sempre, ma è cambiato il modo di usarle, bisogna riconcepire se stessi in senso individuale. Il rapporto ha infatti evidenziato una larga fetta di potere spostarsi dal marchio di testata all’individuo. Gli organi di stampa hanno bisogno di spostare la propria mentalità dal servire i bisogni del brand alla responsabilizzazione dei singoli giornalisti: sono loro l’elemento umano che crea un legame con i lettori e dà vita a una comunità.

Se cerchiamo il nome della vera star però dobbiamo pronunciare quello di Harper Reed. Una rockstar, un hacker finito a fare il chief technology officer di Obama for America. E’ un fiume in piena, se ti restano due tre slogan geniali del centinaio che sputa da quella barba sei comunque fortunatissimo. “Yes we code”, l’importanza dei dati. “Prendere i migliori, ascoltare i lettori, testare continuamente il fallimento per anticiparlo”. Anche lui auspica una personalizzazione, guarda negli occhi quelli che prendono appunti e grida: “Lavorate!”. (QUI il suo intervento)

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Garrett Goodman, international business devolpment manager per WorldCrunch, ha spiegato il concetto del “reverse paywall” ad una sala che sembrava aver appreso la scoperta di una nuova cura per il cancro. Si tratta di una modalità di monetizzazione che introduce elementi di innovazione e di condivisione sociale come forma di “pagamento” da parte dei lettori. Più l’utente è attivo con tweet, condivisioni etc., più può vantare crediti per accedere al contenuto. Coinvolgere in modo deciso i lettori, questo un altro concetto chiave.

Non c’avete capito niente? Tranquilli. Siete in buona compagnia. Aron Pilhofer, direttore delle Interactive News per il New York Times lo ha ammesso il primo giorno, invitando tutti ad un bagno di umiltà. “Non capiamo i social media, i big data, stiamo rincorrendo dalla parte sbagliata. Dobbiamo puntare ad analisi più accurate delle realtà, gli utenti si accorgono che stiamo annaspando”. Si parla di politica in questo caso, la grande assente del Festival (a questo evento del primo giorno ha fatto parlare il forfait di Matteo Renzi). Il pensiero va alle analisi sbagliate, ai sondaggi strambi e alla sottovalutazione del fenomeno Grillo, se n’è parlato sabato pomeriggio, anche analizzando le tesi del testo di Giuliano Santoro, che su certi argomenti, scrive e avverte da tempo (QUI il suo intervento).

Per finire è utile ripensare alla rivoluzione del canadese Mattew Ingram (QUI il suo intervento integrale), un uomo che ti fa sperare, che ti fornisce un sogno, un giornalista che rende il futuro comprensibile. “Oggi dobbiamo insegnare il pesce a camminare, siete pronti?” In questa evoluzione della specie ecco che le 5W diventano 4H.

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Uno: non più io (giornalista) parlo, voi (lettori) ascoltate, ma meno interazione, meno qualità.

Due: senza link sei meno credibile (qualcuno lo dica alle redazioni che ancora considerano un link un problema) – e in più, ringrazi la fonte.

Tre: dobbiamo essere più umani, ma non troppo umani. E cioè: “Dobbiamo ammettere che sbagliamo, che abbiamo difetti”, ma senza scambiare Twitter per il salotto di casa.

Quattro: ora la notizia non ha un inizio e una fine; è processo, non prodotto. Cinque: bisogna fornire al lettore un modo per estrarre l’essenziale da quel flusso ininterrotto di avvenimenti.

In molti speriamo nel presto ritorno della civiltà etrusca.

 

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL GIORNALISMO 2013

I NOSTI SERVIZI:

– Perugia, il giornalismo riscopre l’acqua calda

– Calabria, quello che i grandi media (non) dicono

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Nel 2002 ha fondato "Mmasciata". Poi un po' di tv e molta carta stampata. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto il libro inchiesta: "Joca, il Che dimenticato".

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