• venerdì 14 Agosto 2020

Saviano all’Unical: smontate il mito delle mafie

adminwp
Maggio14/ 2013

unical saviano

di Michele Presta

Non c’è meraviglia negli occhi di Roberto Saviano mentre una studentessa gli racconta della Locride.

“Siamo tutti la stessa schifezza” è questo il messaggio di fondo che vogliono far passare, ma non penso sia così. Avere la possibilità di assistere dal vivo all’evento dell’Unical ha sicuramente cambiato parte dell’idee che avevo sullo scrittore napoletano. Un’ottima esperienza e una buona occasione per ricordare che vivere nella rassegnazione equivale a non vivere. Siamo il Paese di Falcone, non il Paese di Riina; per questa ragione l’impegno civile contro cosa nostra, ’ndrangheta e camorra non deve essere qualcosa fuori dal normale. Se continuiamo a pensiamo che il potere mafioso si sia concentrato solo sull’aumento del capitale continuiamo a sbagliarci. Avvolge sotto un’ombrosa ala tutto ciò che ci circonda e che suscita  in noi in qualche modo interesse. Film, musica, giornali, telegiornali, libri con l’effetto che di mafia si parli solo in un certo modo.

All’Università della Calabria, nel rispondere alla studentessa che ha raccontato come negli atteggiamenti di alcuni abitanti del suo paese notava una certa somiglianza con gli atteggiamenti dei piccoli boss del film Il capo dei Capi, l’autore di Gomorra è netto. “I film – dice lo scrittore – sono uno strumento di grammatica comunicativa, con questo non voglio dire che il Padrino o altri film del genere siano da eliminare, ma voglio sottolineare come anche in questo caso la cura del messaggio è maniacale. Per molti anni in Germania la musica delle cosche è stata in cima alle classifiche, non veniva comprata dagli italiani ma dai tedeschi che vedevano nella criminalità organizzata del mito e della magia”.

Su cosa bisogna lavorare? Sulla concezione che si ha della criminalità organizzata all’estero. Se pensiamo che gli altri paesi europei o gli Usa vedano la mafia come piaga sociale, ancora una volta: ci sbagliamo di grosso.

Saviano per la prima volta è ospite di un ateneo del Sud e parla di lotta alla mafia, ma lo fa con un termine diverso: decostruzione. La decostruzione realizza il suo scopo quando i cittadini sono educati alla felicità. Quando i cittadini non perdono la speranza nel futuro e nelle istituzioni. Cita non a caso lo scrittore calabrese Corrado Alvaro: “La peggiore disperazione che possa impadronirsi di una società è credere che vivere onestamente sia inutile”, parole che cascano a pennello in un discorso che vuole essere prima di tutto un’iniezione di fiducia.

Ma il tema del suo nuovo libro, “Zero Zero Zero” è la coca. I miliardi fatturati che in un sistema legalizzato la renderebbero prima economia al mondo. Il ruolo strategico del porto di Gioia Tauro e le regole del traffico di coca che la ’ndrangheta impone poiché per prima si è accorta di quanto questo mercato possa essere florido vengono messi in fila con la consueta abilità. Per i tanti studenti presenti nell’aula magna e nelle aule dove è stata trasmessa la diretta streaming (post it: si accedeva con una prenotazione online i cui risultati sono stati resi noti stamattina, molte le autorità presenti e non è mancato un gruppetto di contestatori fuori dall’aula) un’ottima occasione per ricordare che la criminalità organizzata si smonta e si distrugge con costanza, un passo alla volta.

Era la prima volta che Roberto Saviano incontrava gli studenti di un ateneo meridionale, le grandi ovazioni ricevute dai ragazzi sono il primo riconoscimento calabrese per lo scrittore campano ripartito alla volta di Reggio Calabria. Mercoledì sera parlerà in piazza davanti al primo comune capoluogo sciolto per infiltrazioni mafiose. 

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