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Cronache dal Libano | Il mestiere del profugo

mariarosaria petrasso
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Maggio22/ 2014

di Mariarosaria Petrasso

Un particolare del sito archeologico di Baalbek
Un particolare del sito archeologico di Baalbek

 

(segue da Sulla strada per Tripoli)

Percorrendo la strada per Damasco, a una ventina di chilometri dal confine siriano, andiamo verso il sito archeologico di Baalbek. Nei pressi di Zahlé passiamo in mezzo a una manifestazione di siriani. Sventolano bandiere e inneggiano al loro presidente Bashar Al-Assad. La valle della Beqāʿ è anche il quartier generale di Hezbollah, che  spesso controlla le piantagioni illegali di hashish e papavero da oppio. Questa zona, a causa della vicinanza con la Siria ma anche per una certa frequenza di sequestri di stranieri per scopi estorsivi, è considerata poco sicura. Ma la bellezza di Baalbek vale tutto il rischio, sito archeologico con le rovine romane più importanti del Vicino Oriente, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità nel 1984.

Ma quello che salta all’occhio, a parte la magnificenza delle rovine, è la presenza massiccia di piccoli campi di rifugiati. Quando Vincenzo  Schiano Lomoriello, napoletano trentaduenne, in Libano da cinque anni e da tempo impegnato nelle ONG e nella cooperazione internazionale per le emergenze rifugiati mi ha raccontato la situazione dei profughi siriani, ho pensato subito alle “emergenze” nostrane. E mi è venuto da ridere. Qui si parla ormai di un milione e mezzo di persone in fuga dalla guerra siriana, duemilacinquecento registrazioni giornaliere. In Italia, nel 2013, si sono registrati 42.925 sbarchi. Un’inezia a confronto. Eppure i media la raccontano come una vera e propria invasione, alimentando l’odio verso gli immigrati. Evidentemente non hanno il senso delle proporzioni se si pensa che gli immigrati totali in Italia sono circa quattro milioni contro una popolazione totale di quasi sessanta milioni. Il Libano è più piccolo della Calabria e ha quattro milioni e mezzo di abitanti.

Risate a parte, è un’emergenza umanitaria di cui in Italia si parla poco. Eppure il nostro Governo è molto attivo nella operazioni di assistenza (vedi QUI i dettagli), avendo già investito diversi milioni di euro nell’ottica di “risolvere” il problema immigrazione alla radice ma anche di supporto, con sessanta progetti in corso in diversi ambiti. In realtà le proporzioni del fenomeno sono talmente grandi che è difficile immaginare una soluzione a breve termine. Per ogni rifugiato registrato vengono stanziati 27 dollari al mese, il Libano anche se non ha chiuso le frontiere (operazione anche logisticamente difficile, visto che il confine con la Siria si trova in una zona montuosa) non ha istituito campi ufficiali, reduce dall’esperienza con i campi palestinesi che dovevano essere temporanei e invece sono diventati dei piccoli agglomerati urbani. E anche lì si parla di numeri molto alti: dalla nascita di Israele si contano circa 400mila profughi palestinesi in territorio libanese.

I campi, vista la loro natura spontanea,  all’interno non sono controllati dalla polizia o dall’esercito libanese. Vivono una loro autonomia e sono presidiati dai militari solo all’esterno. Questo ovviamente aumenta il rischio di conflitti interni, oltre che il rischio d’ infiltrazione di jihadisti che nelle zone di confine del Libano hanno creato un vero e proprio “esercito” di mercenari, al servizio del miglior offerente, nella guerra siriana.

I profughi siriani si sono riversati nelle città a casa dei parenti, andando ad aumentare le file dei lavoratori stagionali soprattutto nel settore edile, altri hanno creato dei campi – soprattutto nella valle della Beqāʿ – su terreni privati dove pagano l’affitto oppure scambiano il loro lavoro per potervi rimanere. Dopo aver dato fondo ai risparmi, coloro che non hanno trovato un impiego in Libano hanno inventato il “mestiere del profugo”: azioni di contrabbando “buone” tra Libano e Siria, acquistando i prodotti più economici dei due paesi e rivendendoli nell’altro confinante. Ma questo espediente per sopravvivere è durato poco, la Siria per impedire il traffico ha infatti minato le zone di passaggio.

Per i siriani in fuga, il Libano rimane l’unica via d’uscita dalla Siria. La Giordania, così come Israele, hanno infatti introdotto nuove misure restrittive per l’ingresso nel Paese e il confine turco è interessato dalle rivolte per l’autonomia dei curdi. La maggior parte dei profughi, mi dice Vincenzo, tornerebbero in patria se cessassero i conflitti. Molti infatti appartengono a una classe medio-borghese, di impiegati e gente comune che sono dovuti scappare a causa dei bombardamenti. In realtà molti non potranno tornare per motivi politici, probabilmente visto l’elevato numero complessivo, saranno lentamente indirizzati verso altri Paesi del mondo. Per il momento, rimane una delle emergenze umanitarie più gravi del pianeta.

(4.continua)

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mariarosaria petrasso
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Scrivana giramondo per passione, amo raccontare di luoghi e umanità. Credo che il miglior passo sia quello a sei zampe e infatti la mia compagna di avventure è una lupa di nome Nives. Con il giornalismo non ho mai guadagnato un granché, ma questa non è una buona ragione per smettere.

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