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CRONACHE DAL LIBANO | Ballo a piedi nudi sui tetti di Beirut

mariarosaria petrasso
mariarosaria petrasso
Maggio29/ 2014

di Mariarosaria Petrasso

"The Egg" è uno dei pochissimi edifici risalenti, a prima della guerra, che non sono stati abbattuti
“The Egg” è uno dei pochissimi edifici risalenti a prima della guerra, che non sono stati abbattuti

(segue da Il mestiere del profugo)

Non mi è mai piaciuto definire le città “contraddittorie”, termine un po’ abusato nei racconti di viaggio e anche un po’ nebuloso. Quando si fa un viaggio in Oriente è facile aspettarsi luoghi con una forte connotazione “araba”. E invece Beirut, da questo punto di vista, è assolutamente anonima. Non è una città monumentale, piuttosto si presenta come un cantiere continuo, abbattono le vecchie case per costruire grattacieli. Capitiamo a Downtown il 15 maggio, giorno del tentativo di elezione del nuovo presidente libanese, anche questa volta andata in fumo per mancato raggiungimento del quorum. Place de l’Etoile, dove si trova il Parlamento, è letteralmente blindata: impossibile accedere, tutte le strade sono presidiate da militari. Uno spiegamento di forze spropositato per lo sguardo occidentale, in realtà misura di sicurezza normale per una città che ha vissuto di attentati.

Il centro è quasi deserto: vetrine scintillanti e androni di palazzi che puzzano ancora di pittura fresca, un progetto Solidaire che ha reso paradossalmente il centro storico di Beirut la zona più moderna e lussuosa, cancellando le tracce della guerra ma anche quelle della storia come descritto nel reportage di Habib Battah per Al Jazeera Digital Magazine. Appartamenti venduti anche a cinque milioni di dollari e un’operazione immobiliare miliardaria che secondo i progetti di Hariri doveva diventare un volano per il turismo libanese e della capitale. In realtà è diventata una mostruosa colata di cemento: nel centre-ville non esistono zone verdi, i pochi spazi non occupati dai palazzi sono diventati dei parcheggi, così come nel resto della città. A contrastare, ormai solo simbolicamente, la crescita smisurata del progetto di ricostruzione, c’è Fadi Al Khoury proprietario dell’hotel St. Georges, che si è rifiutato di vendere la sua proprietà. Sulla facciata crivellata ancora dai colpi della guerra campeggia uno striscione “Stop Solidaire”, mentre yacht ultra-lussuosi galleggiano nella baia antistante.

La storia di Beirut è rimasta negli altri quartieri. Mercati rionali, tende alle finestre, clacson e un uomo con un sacchetto di caramelle in mano che ce ne regala una manciata perché è il compleanno della mamma. Le bandiere di Amal sventolano, mentre il caldo fa scollare i manifesti ai muri che ritraggono militari morti in guerra, martiri senza medaglia. A pochi metri da piazza dei Martiri sopravvive ancora un altro simbolo dell’opposizione a Solidaire: il City Center o “The Egg” , un cinema che porta i segni dei bombardamenti ed è stato oggetto di una vera e propria azione di salvaguardia della memoria, visto che è uno dei pochi edifici che risale a prima della guerra.

Un Oriente così vicino insegna molto. Nelle lunghe conversazioni con Claudine anche l’islam si svela meno integralista di quanto si racconti. Parliamo delle donne indiane, velate anche loro ma con vestiti dai colori sgargianti dal sapore “esotico”,  che probabilmente suscitano meno scandalo degli chador neri delle donne arabe, nonostante la condizione delle donne musulmane, anche quelle appartenenti a famiglie più legate alle tradizioni, sia infinitamente più emancipata di quelle induiste. C’è una storia di laicità del mondo arabo che è praticamente sconosciuta, oscurata dalle politiche inglesi e americane che hanno favorito l’istituzione di regimi teocratici nei Paesi del Medio e Vicino Oriente.

Il Libano è uno Stato con sette credi religiosi, che vive conflitti interni per motivi di fede, che fino a qualche anno fa scriveva sui documenti d’identità dei suoi cittadini la religione di appartenenza. Eppure, agli occhi di chi viene da fuori, sembra tutto tranne che un Paese con la guerra nei suoi quartieri più remoti, nonostante la costante presenza militare per le strade.

Il viaggio si conclude su un tetto di Beirut: una festa, donne scalze che ballano ridendo, una grande bellezza libanese che si riempe gli occhi della città illuminata dalle piccole luci  della notte. Le città non sono contraddittorie, tutte allo stesso modo vivono i loro momenti di straordinaria quotidianità.

L'albergo St. Georges, simbolo di resistenza al progetto di ricostruzione Solidaire
L’albergo St. Georges, simbolo di resistenza al progetto di ricostruzione Solidaire

 

Beirut
Beirut di notte vista dai suoi tetti
ph. Diego Mazzei
ph. Diego Mazzei

INFORMAZIONI DI VIAGGIO

Per il mio ritorno in Italia gli arabi direbbero al hamdulillah ala as salama, è grazie a Dio che sei tornato in salute. Forse. In ogni caso, per tutti coloro che decidessero di fare un viaggio in Libano è assolutamente consigliato rivolgersi a una guida locale. Il Ministero degli Esteri sconsiglia i viaggi verso questo Paese. Per chi parte dalla Calabria non esistono voli diretti, da Roma Fiumicino la tratta diretta è effettuata dalla MEA (la compagnia di bandiera libanese) con volo operato da Alitalia.

(5. fine)

mariarosaria petrasso
mariarosaria petrasso

Scrivana giramondo per passione, amo raccontare di luoghi e umanità. Credo che il miglior passo sia quello a sei zampe e infatti la mia compagna di avventure è una lupa di nome Nives. Con il giornalismo non ho mai guadagnato un granché, ma questa non è una buona ragione per smettere.

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