• venerdì 14 Agosto 2020

Cronache dal Libano | Sulla strada per Tripoli

mariarosaria petrasso
mariarosaria petrasso
Maggio19/ 2014

di Mariarosaria Petrasso

Il porticato della chiesa della Signora del Mare a Batrun
Il porticato della chiesa della Signora del Mare a Batrun

(segue da Sidone, porto di rifugiati e bambini)

Il Libano ha una vocazione turistica assolutamente discreta. Rapito dalla mania liberista con il pretesto della ricostruzione post-bellica sta vivendo un boom edilizio di proporzioni gigantesche. E’ facile capire il veloce processo di cementificazione percorrendo l’autostrada verso nord, con il verde delle colline che lascia posto ai palazzoni della baia di Jounieh.

Nonostante sia un sito UNESCO, Byblos ha davvero poco di turistico. E probabilmente è meglio così. L’antico porto fenicio raccoglie le barche colorate dei pescatori, mentre una scolaresca s’imbarca su un piccolo traghetto per raggiungere gli isolotti di fronte alla costa, dove si riproducono le tartarughe marine. Attraversiamo il sūq, un negoziante cerca di sillabare qualche parola in italiano, mi dice di aver visto il duomo di Milano. Sorride, ci fa lo sconto e ci regala una bottiglia d’acqua. Penso quanto gioverebbe al nostro commercio un atteggiamento così e sorrido insieme a lui.

Ma la vera istituzione di Byblos è il “Pepe’s Fishing Club”, un ristorante-museo aperto da Pépé Abed e adesso gestito dal figlio. Alle pareti le foto di Pépé con decine di personaggi famosi, nelle due stanze dedicate alla collezione privata sono raccolti decine di pezzi provenienti dai numerosi viaggi dell’avventuriero.

Il viaggio continua verso nord, ci fermiamo a Batrun per una limonata e un mare incorniciato dagli archi di una chiesa ortodossa, circondata da antichi muri fenici. Il cartello recita “lady of sea church’s”, la chiesa della signora del mare. Siamo a circa cinquanta chilometri da Beirut, case basse e strade polverose, una signora cerca di tenere pulito l’uscio di casa mentre picchia il sole di mezzogiorno.  Qui si parla solo arabo, Claudine chiede informazioni e io chiedo la traduzione delle parole principali. Scopro che gli arabi hanno un modo splendido di salutarsi: a uno auguriamo che le sue mani possano essere sempre in buona salute, yeslamo idayke.

Anfeh sembra uno scorcio di Grecia. Anche questo piccolo paese, come quasi tutta la costa libanese, porta i segni fenici. Un promontorio – che chiamano “naso” – si allunga nel mare, resti di mura fenicie circondano questa lingua di terra mentre si cammina nei resti di vecchie saline. La zona è infatti famosa per la produzione di sale e cemento. Qui si trovano i cementifici più grandi del Libano ma anche qualche timido tentativo di preservare il luogo dall’edilizia selvaggia. Le vecchie costruzioni vicino alle saline più antiche sono state trasformate in bungalow spartani, dipinte di bianco e blu,  lontani anni luce dai grossi alberghi che si vedono sullo sfondo. Il risultato è davvero molto suggestivo.

Ormai siamo più vicini alla Siria che a Beirut, discutiamo se sia opportuno arrivare fino a Tripoli. A parte la vicinanza al confine siriano, la città vive da anni una tensione interna tra sunniti e alawiti. Il conflitto che si consuma qui per l’Occidente è ormai una questione quasi tribale, diventa spesso pretesto per una campagna mediatica contro l’islam che ormai ha condizionato l’intera opinione pubblica, fino ad arrivare a vero e proprio fanatismo razzista contro i musulmani.

Entriamo in città da una periferia, attraversiamo una sorta di mercato: per strada ci sono solo uomini. Tripoli è la città che più si avvicina all’Oriente, la città più araba. Arriviamo alla Cittadella, o castello di Saint-Gilles, l’ingresso è presidiato dai militari. Chiediamo se è possibile visitare il castello, da uno che sta dietro una mitragliatrice di un carro armato ti aspetteresti un’espressione dura e invece ci sorride. Così come gli altri militari che sono nella fortezza. Mentre passeggiamo, inizia il canto dei muezzin che si chiamano dai minareti delle colline vicine della città: per un attimo dimentico la guerra lì a un passo, il rischio di attentati, i militari che guardano la città. E’ un canto struggente che emoziona.

Finita la visita, mentre inizia una partita di pallone in uno dei cortili – uno dei posti più sicuri per i ragazzi della città – propongo a Claudine di tornare a Beirut, ma lei non vuole farmi perdere l’occasione di dare un’occhiata al resto e quindi prosegue, attraversando tutta la parte vecchia per arrivare a una famosa pasticceria: dolci tipici e una bevanda di datteri e carrube. Per riprendere l’autostrada passiamo dal porto e il lungomare. La gente passeggia, i bambini si rincorrono, non sembra di essere in una città che vive da anni la guerra, in posti come questo si capisce quanto sia grande il coraggio e la voglia di andare avanti. Claudine mi dice che qualche settimana fa, per la prima volta nella storia di Tripoli, c’è stata una manifestazione popolare per fermare i conflitti. La gente è scesa in strada per rivendicare il diritto a vivere una vita normale, senza paura. Da allora pare che la situazione sia più distesa.

Ma la guerra non è ancora finita, all’imbocco dell’autostrada c’è lo stadio che è diventato un deposito di armi e carri armati. Intorno filo spinato e trincee. Come in tutte le battaglie non basta solo la volontà popolare per poterle vincere.

(3. continua)

pepe's fishing club
Pepe’s Fishing Club – ph. Diego Mazzei

 

porto di Byblos
Il porto di Byblos – ph. Diego Mazzei

 

casette
Le case delle saline di Afeh

 

soldati
I militari all’ingresso della Cittadella di Tripoli

 

Alcuni ragazzi giocano all'inteno della Cittadella di Tripoli
Alcuni ragazzi giocano all’inteno della Cittadella di Tripoli

 

Tripoli
Per le strade di Tripoli – ph. Diego Mazzei

 

lungomare tripoli
Il lungomare di Tripoli – ph. Diego Mazzei

 

soldato Tripoli
Un soldato a guardia della città di Tripoli
mariarosaria petrasso
mariarosaria petrasso

Scrivana giramondo per passione, amo raccontare di luoghi e umanità. Credo che il miglior passo sia quello a sei zampe e infatti la mia compagna di avventure è una lupa di nome Nives. Con il giornalismo non ho mai guadagnato un granché, ma questa non è una buona ragione per smettere.

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