• mercoledì 29 Gennaio 2020

WINDOWS | Un vecchio sogno chiamato Kurdistan

mariarosaria petrasso
mariarosaria petrasso
Ottobre16/ 2014

I minareti della Moschea Blu di Istanbul

I minareti della Moschea Blu di Istanbul visti dalla Basilica di Ayasofya

Dimenticate il vostro sistema operativo, certe finestre possono essere solo fuori dagli schermi dei computer. Il tentativo di questa rubrica è quello di partire da una geolocalizzazione virtuale per arrivare in un posto vero, davanti a panorami bellissimi o terrificanti.

Tutte le fotografie che vediamo ogni giorno nascondono una serie di menzogne o, quantomeno, rivelano una verità parziale. La prima bugia è la scelta che fa l’autore dello scatto, la sua personale interpretazione del paesaggio che lo circonda. La seconda è quella del mezzo: una macchina fotografica non può riprodurre (almeno per il momento) tutto quello che riesce a cogliere l’occhio umano in un solo sguardo, a meno che non si faccia ricorso ad artifici di post produzione. Il paesaggio fotografato che mente di meno, dunque, è quello incorniciato da finestre, porte e archi: per quanto ci si sforzi, lo sguardo e la macchina fotografica hanno limiti obbligati e coincidenti. L’unica possibilità di scelta è se guardare fuori o se sbirciare dentro, ma tutto sempre rigorosamente incorniciato. Una sorta di “carcerazione dello sguardo” che deve posarsi anche dove non vorrebbe, una quotidiana fotografia obbligata.

La prima foto di questa serie è stata scattata a Istanbul, in Turchia. In controluce una turista – nella Basilica di Ayasofya –  ascolta un’ audio-guida, mentre guarda fuori dalla finestra i minareti della Moschea Blu. Ed è probabilmente una delle poche finestre a Oriente a cui piace affacciarsi agli occidentali. Ci sono invece quelle dalle quali guarda Narin, guerrigliera curda della città siriana di Kobanê, mentre scrive una lettera alla madre. Le racconta la resistenza contro gli jihadisti dello Stato Islamico (Is), la sua voglia di tornare a casa, la nostalgia che ha di lei, mentre la luce del sole filtra dai fori dei proiettili. Lascia intendere una stanchezza più antica, che affonda le radici nella triste storia del suo popolo senza terra, racconta di una speranza mai smarrita.

Solo a qualcuno staranno tornando in mente le angherie subite dai curdi quando in Italia capitò il leader del Pkk, Ocalan: doveva essere un rifugiato politico, fu trattato come un terrorista e spedito in Kenya dove fu successivamente catturato dalle autorità turche e condannato all’ergastolo. La ribelle città di Cosenza all’epoca lo volle suo cittadino onorario. Altre epoche, altri emisferi. Di quello che succede laggiù, dei raid degli aerei turchi dei giorni scorsi contro i curdi che resistono agli jihadisti e chiedono aiuto per liberare la città di Kobanê, se ne parla solo ora che l’ Is è il nuovo tassello mediatico della lunga e sanguinosa guerra globale contro il terrorismo internazionale, ma presto o tardi se ne dimenticheranno di nuovo. Quasi tutti ricorderanno male il tentativo di bollare come terroristi, per decenni, il più grande popolo senza terra del mondo – quello curdo – che oggi sembra invece il nuovo paladino contro il fondamentalismo islamico. Finestre chiuse in favore di altri conflitti, come quello israelo-palestinese, che pare quasi l’unica battaglia per il riconoscimento di uno stato nazionale. E invece sono passati trent’anni e quarantamila morti. Tutti per un sogno chiamato Kurdistan.

 

Guarda QUI la mappa delle finestre di WINDOWS | immaginazione e realtà fuori dagli sche (r) mi.

mariarosaria petrasso
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Scrivana giramondo per passione, amo raccontare di luoghi e umanità. Credo che il miglior passo sia quello a sei zampe e infatti la mia compagna di avventure è una lupa di nome Nives. Con il giornalismo non ho mai guadagnato un granché, ma questa non è una buona ragione per smettere.

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