• martedì 29 Settembre 2020

LA STORIA | Tommy e Ely, gli anti Marò dimenticati in India

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Novembre08/ 2014

di S. Alfredo Sprovieri

tomaso

Sono entrato in carcere in India come un ragazzo in perenne conflitto con se stesso. Oggi sono talmente tranquillo che non provo nemmeno un pizzico di odio verso i responsabili di questa vergognosa ingiustizia.

Tomaso Bruno

Una storia di ordinaria ingiustizia e di nuovo giornalismo. Da quattro anni in India due giovani italiani sono detenuti in una prigione lager perché accusati di un delitto che non si riesce a dimostrare. Dopo aver annusato la pena di morte hanno subito la condanna al carcere a vita, che fra poche ore rischia di diventare definitiva senza che alcuna prova a loro carico sia emersa nelle indagini. Grazie ad un corto circuito mediatico, in pochissimi sanno di loro in Italia. La notizia dei due giovani è finita infatti nella stessa orbita di una molto più grande di lei, quella dei Marò Caltagirone e Latorre, accusati di aver ucciso due pescatori indiani in un’operazione antipirateria.

In un tempo ormai lontano le notizie ci arrivavano osservate da tanti punti di vista, attraverso il telescopio di tanti indagatori di civiltà, oggi non è più così. I grandi inviati dei giornali italiani di quel tempo si sarebbero catapultati in India per le udienze di questo processo, mentre di questi tempi c’è solo la possibilità di interpretare un punto di osservazione pressoché unico. Non ci si rende conto nemmeno dell’eclissi che nasconde un mondo dietro l’altro. Si vede semplicemente il mondo che ha i mezzi per mettersi davanti agli altri. Eppure c’è chi non si arrende, credendo che le nuove orbite del giornalismo possano comunque permettere di raggiungere il lato oscuro dei fatti.

Prima di occuparcene, riassumiamo velocemente gli eventi, partendo dal prossimo 11 novembre, giorno della discussione presso la Corte Suprema Indiana del caso di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, i due italiani rinchiusi nel carcere di Varanasi da oltre 4 anni con l’accusa di aver ucciso Francesco Montis, compagno di viaggio dei due e compagno di vita di Elisabetta: in primo e secondo grado sono stati condannati all’ergastolo. Secondo il giudice: «Il movente che ha spinto i due accusati ad uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si ipotizza che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita». L’esame dell’accusa si basa su un’autopsia condotta da un oculista; il corpo di Francesco, morto per asfissia (secondo l’accusa da strangolamento) è stato subito cremato perché nell’ospedale dove era conservato era alla mercé dei topi e questo non ha reso possibile una seconda perizia.

In buona sostanza i due rischiano il carcere a vita in base al pregiudizio culturale che non vede possibile che una donna in vacanza possa condividere la stanza con due uomini di sesso diverso. Si legge nelle determinazioni degli avvocati, infatti: «Una ragazza che dorme in albergo con due ragazzi può essere normale in occidente mentre in India è una situazione inusuale, non socialmente accettata». Ad aggravare il giudizio morale (anche occidentale) sui due, il fatto che la notte i tre amici abbiano fatto massiccio uso di sostanze stupefacenti. Secondo i familiari della vittima inoltre, lo stesso stava male da tempo, ma questa testimonianza non è stata utilizzata dal giudice. Così i due sono in un barack di fango insieme a 140 detenuti da oltre 4 anni, abbandonati a se stessi dall’Italia ma non dai propri cari, che si sono messi in moto per fare qualcosa.

Qui entrano in gioco le nuove rotte del giornalismo. All’impegno incessante dei genitori di Tomaso, Euro e Marina, si accosta l’idea del regista Adriano Sforzi, amico d’infanzia di Tomaso Bruno. La realizzazione di un blog molto dettagliato e del film “Più libero di prima” in crowdfunding, finanziato cioè da una colletta digitale che ha coinvolto da subito centinaia di persone, contribuendo fin dagli albori del progetto a diffondere rapidamente la storia di Tommy. “Più libero di prima”, ha spiegato il regista, è un romanzo di formazione scritto a mano, in carcere, dal protagonista. Il finanziamento da parte di chi ha condiviso la missione morale del progetto ha fatto in modo che la troupe potesse pagare i viaggi in India che nessuna testata gli avrebbe pagato.

Questa quindi è la storia di una storia che ha trovato la sua libertà fra le sbarre, anche grazie ad un vecchio nuovo modo di raccontare i fatti, quindi di fare giornalismo.

Più_libero_di_prima from Articolture on Vimeo.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

  • ANDREGARD Rispondi
    6 anni ago

    Non sono 2 anti marò … sono semplicemente altre 2 persone che l’India tiene in ostaggio senza prove concrete e quelle poche create ad hoc per dimostrare una presunta colpevolezza. Auguro a tutti e 4 che le loro vicende possano concludersi in modo del tutto positivo.

    • alfredo sprovieri
      alfredo sprovieri Rispondi
      6 anni ago

      beh, per trattamento mediatico e istituzionale lo sono eccome. Se il commento vuole intendere che non sono “contro”, la mancanza del trattino (-) lo conferma, ma queste sono consuetudini grammaticali di un tempo perso. Anche io mi auguro che entrambe le vicende si concludano al meglio, cioè, dal mio punto di vista, con un giustoprocesso. Se aspettiamo l’India stiamo freschi, se aspettiamo l’Italia, diciamo tiepidi.

  • ANDREGARD Rispondi
    6 anni ago

    Per il trattamento mediatico hai ragione…ma questo è dovuto sempre ad alcuni italiani che piuttosto di offendere l’India … meglio tacere su tutto … e con i 2 ragazzi già in carcere, ‘questa parte d’Italia’ … il silenzio mediatico era riuscita ad ottenerlo. Comunque speriamo nel nuovo giudice indiano.

    • alfredo sprovieri
      alfredo sprovieri Rispondi
      6 anni ago

      sì, qualche spiraglio si vede. In un caso del genere anche 1/25 della pressione mediatica ed istituzionale esercitata nel caso dei marò significherebbe una soluzione in cinque minuti.

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