• venerdì 22 Ottobre 2021

L’America sceglie, vi racconto come

marco panettieri
marco panettieri
Novembre06/ 2012

di Marco Panettieri

da Norfolk, Virginia (USA)

Non sono mai stato un fan delle elezioni americane. Ho sempre vissuto con distacco l’alternarsi fra democratici e repubblicani, fino a quando non arrivò Bush jr. Al suo secondo mandato, ho capito l’importanza che questo ruolo ricopre a livello mondiale. Per una specie di legge del contrappasso, dopo i disastri imperialistici di Giorgino, arrivarono le belle parole di coesione e uguaglianza dette dal primo presidente USA al di fuori dell’oligarchia bianca, era un momento storico.

obama romney tv

 

Sono passati 4 anni da allora e stavolta le elezioni mi trovo a viverle dal di dentro, da uno degli Stati decisivi per la vittoria finale. Paradossalmente i casini creati dalle speculazioni perorate da quel disastro mondiale di Bush rischiano di far rivincere uno che alle sue dottrine si ispira: stranezze del mondo a stelle e strisce. Quando i miei colleghi parlano di politica, io posso solo ascoltare. Devo soppesare i miei interventi perché a loro appaio solo un “europeo” che per loro è quasi sinonimo di “socialista”. Nelle ultime settimane non si è parlato d’altro. Per curiosità e per noia, ho seguito i due dibattiti dei candidati presidenziali e distrattamente anche quello dei possibili vicepresidenti. In alcuni stati li fanno vedere sugli schermi giganti, e di solito sono trasmessi nei bar molto frequentati. Visto che ritenevano inutile la mia opinione, ho riflettuto e ascoltato molto, e ora scrivo a ruota libera.

Mi sono piaciuti molto gli approfondimenti sulla vita dei due sfidanti, la fanno pesare molto più dei temi delel campagne elettorali e dei referendum (in molti stati si vota anche sulla liberalizzazione della cannabis e sui matrimoni gay), perché aiutano esattamente a capire il perché delle loro scelte sociali, economiche e politiche. Non so se la sanno fare la politica negli Stati Uniti, ma la sanno raccontare.

obama

Riannodiamo tutto con ordine: nel 2004 Barack Obama arriva come l’uomo nuovo sulla scena politica. Giovanissimo, grandissimo uso delle arti retoriche, bella presenza, grande cultura e, soprattutto, quel colore di pelle che strizza l’occhio ai neri e ai bianchi contemporaneamente. Obama nasce da una storia d’amore fugace fra un keniano e una donna della borghesia bianca. Il padre non lo conoscerà prima dei 10 anni, prima di andare a scuola viene mandato dalla madre a casa dei nonni, mentre lei va in Indonesia con il suo nuovo marito e una sorellastra di Barack. A scuola Obama è troppo bianco per i neri e troppo nero per i bianchi. Si fa chiamare Berry, per cancellare quel suo nome troppo africanizzato. Conosce tante persone, inizia a diventare un collante fra varie comunità, soprattutto grazie alle sue abitudini rastafariane (e no, non stiamo parlando del reggae). Studia alle Hawaii, poi cambia università trasferendosi sulla east coast e là inizia a capire che può fare di più, diventa un alunno brillante, si chiude in sé stesso, studia, legge, impara. A Chicago si mette in testa di aiutare le comunità di gente disagiata a parlarsi e a collaborare. Stressato e stanco a causa dei fallimenti, torna ad Harvard e prende un’altra laurea, in legge stavolta. Diventa il primo presidente nero dell’associazione degli studenti di legge e viene accusato dai suoi amici neri di essersi venduto ai bianchi. Torna a Chicago, conosce sua moglie e inizia la sua carriera politica.

romney2

Mitt Romney nasce in una famiglia più volte ricca, suo nonno, mormone praticante, viene bandito da 5 diffeenti Stati per poligamia. Ogni volta gli confiscano tutti gli averi, ogni volta ricomincia da capo e mette su fortuna, fino a stabilirsi in Messico. Il padre di Mitt probabilmente capisce che senza la poligamia è più facile far soldi, la sua company fa il botto negli anni del capitalismo ideale. Anche Romney senior provò a diventare presidente, fu sonoramente battuto da un certo Nixon. Mitt cresce come un mormone, va alle scuole che gli paga suo padre, va in Francia perché la sua Chiesa gli chiede di andare a bussare ai citofoni la domenica mattina per convertire le persone. Nel frattempo la sua fidanzatina del liceo si converte, diventa mormone anche lei e appena Mitt ritorna dall’Europa si sposano, senza essersi mai visti per tre anni. Mitt ama parlare molto di questo suo passato, delle sue esperienze lontane da casa, dell’aver sposato il suo primo amore. Omette spudoratamente di parlare della poligamia di suo nonno e dei suoi familiari messicani. Mente dicendo che lui e Ann erano poveri ai tempi dell’università. La sua Chiesa gli chiede di diventare pastore e lui obbedisce, confrontandosi con i reali problemi della gente. Per sua stessa ammissione, Romney fino a 25 anni non aveva nessuna idea di come la gente comune vivesse. Poi prende il più prestigioso master in buisness administration di quella epoca e si specializza nel “salvataggio” di imprese in difficoltà. I salvataggi consistono nel comprare le imprese o importanti quote azionarie, tagliare i rami secchi (leggasi licenziare lavoratori) e rivenderle alla svelta. Il suo affare più prodigioso lo realizza in sole 72 ore, guadagnando milioni.

Obama e Romney sono uniti da alcuni fallimenti politici, ma sono entrambi tornati miracolosamente in sella.

ROMNEY riconquista la sua credibilità quando salva le olimpiadi invernali di Salt Lake City (la città dei Mormoni) dalla bancarotta. Poi diventa governatore di uno stato democratico, a sorpresa, presentandosi come un repubblicano moderno e aperto. Per vincere si dichiara pro aborto, contro le armi, a favore dell’assicurazione sanitaria per tutti, che fa approvare per tutto il Massachusetts. Dopo il primo mandato capisce che non è più aria, che magari i suoi trasformismi non faranno presa un’altra volta e si concentra sulle primarie presidenziali. Diventa estremista per vincere le primarie, abbraccia molti dei valori del Tea Party, sceglie come vicepresidente un estremista vero, Ryan, che fa delle politiche oggettiviste e individualiste di Ayn Rand un suo credo di vita. Rifiuta qualsiasi sviluppo dell’assicurazione sanitaria proposta da Obama che è presa pari pari da quello che fece lui in Massachusetts, vuole tagliare le tasse ai suoi amici ricchi: fuori dalla recessione sì, ma noi non vogliamo rimmetterci un euro. Pensa, esprimendolo in una cena privata, che il 47% degli americani siano dei parassiti e quasi chiude la partita a favore di Obama, grazie al video diffuso dal nipote di Jimmy Carter, altra vecchia volpe democratica.
Ma Romney risorge, capisce dai sondaggi quello che deve fare e da buon piazzista si ripresenta al primo dibattito con una nuova verginità. Abolire Obamacare? Quando mai! Tagliare le tasse ai super-ricchi? Mai detto. Afferma di sapere come tirar fuori gli USA dalla crisi, con un piano in 5 punti che rifiuta di spiegare in pubblico. Lo spiegherà solo dopo che sarà stato eletto… riecco il piazzista.

Dall’altra parte, l’OBAMA trascinante e pieno di speranze del 2008, non esiste più, chiariamolo. La sua visione idealistica del mondo migliore di fratellanza e collaborazione s’è scontrata frontalmente con i trusts del congresso, con gli estremismi del tea party, con i congressisti repubblicani che votano contro ogni proposta a prescindere e con i commentatori matti della FOX che lo hanno insultato chiamandolo negro, musulmano, stupido, dittatore, ma soprattutto socialista. Le riforme epocali promesse si sono impantanate. L’assicurazione sanitaria statale per tutti è stata molto depotenziata, Guantanamo gode di ottima salute, l’esercito USA combatte in Afghanistan e (ancora per poco) in Iraq, c’è stato anche tempo per bombardare quello che rimaneva della Libia, nonostante un Nobel per la pace che non ha capito nemmeno lui. Ma ciò che pesa di più è la crisi economica che, sebbene non sia stata provocata dai democratici, condiziona tantissimo la scelta dei gringos. Obama qualche risultato lo ha portato, ha salvato General Motors, ha iniziato una lenta ripresa, ha fatto fuori Bin-Laden, o quantomeno ce lo ha fatto credere. Ha ridato la speranza a un Paese sull’orlo del baratro. Ma se 4 anni non sono bastati a cambiare l’America come voleva lui, probabilmente sono bastati a cambiare lui stesso. L’Obama tollerante e collaborativo ha lasciato spazio a una figura stanca, ingrigita e più aggressiva. Le intese bipartisan si erano trasformate in decisioni a maggioranza, prima di perderla la maggioranza. Nei comizi la speranza ha lasciato il passo alla determinazione. In molti hanno evocato lo stereotipo-spauracchio del nero-incazzato. Per paura di perdere voti presentandosi sotto questa veste, Obama ha sorriso molto, ma a denti stretti e con rassegnazione, alle bugie proferite da Romney nel primo dibattito. Ha contribuito a riaprire la partita.

obama duello usa

Ci ha pensato il vice Biden a ridare verve ai democratici, portando a scuola Ryan nello scontro diretto, interrompendolo, accusandolo di mentire, rivelando mail che Ryan inviò a Biden per chiedere supporto alle imprese, mentre Ryan criticava queste sovvenzioni. Biden non ha permesso al suo avversario di mettere in scena il teatrino trasformista, ha impedito che le bugie facessero presa sui moderati. Biden d’altronde, non essendo nero può prendersi il lusso di mostrarsi incazzato. Obama ha preso appunti e nel secondo duello ha pronunciato quello che tutti definiscono un tabù: “Not true”. Ha dato del bugiardo a un candidato presidenziale, a ragione. Lo confermano i siti di fact checking, Romney e il suo entourage hanno una spiccata propensione a mentire. Anche questo mi ricorda qualcuno e mi fa notare che in USA c’è ancora la stampa, ovvero qualcuno che controlla. Obama non mente ma non potrebbe nemmeno farlo. I dati sono pubblici, può mettere sul piatto qualche striminzito risultato positivo, mentre l’Europa è sull’orlo del baratro, gli USA tengono botta.

obama.romney

Leggevo su un quotidiano italiano, che l’elezione presidenziale è troppo importante a livello mondiale per lasciar decidere solo gli americani. Nel mio gruppo di lavoro c’erano solo 2 sostenitori di Romney, una ha cambiato decisione a causa della politica ottocentesca di Romney sulle donne in carriera. L’altro persiste. È una vecchia conoscenza dei lettori di Mmasciata.it (qui).

A David ho chiesto se pensa che il mondo avrebbe un futuro migliore con Romney. Ha candidamente ammesso che il futuro del mondo sarebbe migliore con Obama. Ma lui vive nel presente e negli Stati Uniti, per questo voterà Romney.

marco panettieri
marco panettieri

Il nome lo eredità da Tardelli, non il fiato. Cervello in fuga in attesa di nuova ricollocazione geografica. Scrive in italiano perché non vuole dimenticare la sua seconda lingua nativa. Al dialetto ci pensano i parenti.

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>