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Me ne vado in Turchia: aeroporti

admin
Novembre07/ 2012

Nell’era della condivisione digitale, un diario di viaggio può essere un’esperienza collettiva da poter fare in tempo reale, basta uno smartphone e la pazienza di mescolare alle immagini i pensieri della giornata prima di un meritato riposo. 

di Mariarosaria Petrasso

#1 giorno, 6-11-2012, AEROPORTI

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Ogni volta che inizia un nuovo viaggio, il numero degli aerei da prendere mi avverte di quanto disto dal mondo. Stavolta ho deciso di andare a vedere come sorridono le persone in Turchia. Ma l’umanità da incrociare inizia molto prima, gli aeroporti e gli aerei sono fucine d’incontri straordinari seppure fuggevoli.

Arrivata di corsa all’ aeroporto di Lamezia Terme, con il check-in già chiuso e l’impiegata clemente che accetta comunque il bagaglio da stiva, mi catapulto al gate dopo il controllo più veloce della mia carriera di viaggiatrice, ormai adeguatamente vestita da non far suonare nemmeno il più intransigente dei metal detector.

In coda per l’imbarco del volo Ryanair mi stupisco di trovare la categoria dei business man, stile giacca cravatta e Iphone incollato all’ orecchio fino all’ ultimo secondo, parlando di contratti, email, work in progress: modernizzazione dei commessi viaggiatori in tempo di voli low cost. Che ormai l’Alitalia è roba da elite.

Il primo scalo è lombardo. Una Bergamo che ormai è Milano nel gergo della destinazione, con il personale aeroportuale che ti guarda sempre con un punto di domanda stampato in faccia.

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Ad Orio al Serio trovo Andrea, il mio compagno di viaggio. Ho sempre pensato che per riuscire a viaggiare insieme, fuori dal circuito del tour organizzato a tavolino ma decidendo al momento cosa fare, bisogna avere una sorta di affinità elettiva. 

In fila per il mio secondo check-in della giornata, stavolta largamente in anticipo, una bambina gioca con delle brochure stampigliate con la sigla dell’ aeroporto bergamasco. Le sue manine nere probabilmente avrebbero fatto orrore ai vicini leghisti, ma guardo questa scena come se per un attimo mi si fosse aperto il buco della serratura della porta del futuro: piccoli italiani neri crescono. Siamo già melting-pot, diversi e meticci.

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Il volo della Pegasus diretto a Istanbul ci informa costantemente dove siamo. Quando sorvoliamo l’ex Jugoslavia cerco d’immaginare la Sarajevo dimenticata che sta sotto le nuvole. Una guerra che è archiviata nei miei ricordi di ragazzina cerca di farsi spazio con immagini confuse. Poi guardo ancora la cartina: Calabria che per varcare i suoi confini ha dovuto prima salire verso nord di mille chilometri, nonostante sia nel centro del Mediterraneo, che se allunga una mano la Turchia la può quasi toccare.

Arriviamo all’ aeroporto di Sabiha Gokcen a Istanbul, dopo un tazzone di caffè, è il turno del terzo volo di oggi per Kayseri in Cappadocia. Mi fermo ad ascoltare la lingua turca, rubata alla conversazione tra due donne sorridenti, e scopro con meraviglia che è simile al russo. Poi mi accorgo che il mio è un pregiudizio culturale che associa i paesi musulmani all’arabo e penso a quanto questi ultimi 11 anni abbiano modificato il modo di pensare del mondo intero. Anche la presenza relativa di donne con il velo, compensata da quelle a capo scoperto, traccia il confine tra la realtà e lo stereotipo.

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Passeggio guardando i foulard colorati e griffati che indossano, mentre aspettiamo lo shuttle con cui percorrere gli ultimi 70 km fino a Goreme, nel frattempo Andrea rilegge la mail di prenotazione del trasferimento aeroportuale e sorridiamo del “Che vediamo domani” alla fine del messaggio, disattenzione di Google translate o sforzo linguistico del turco che ha voluto salutarci nella nostra lingua. Una strada che attraversa il buio, mentre cerco d’individuare le costellazioni del mio cielo, ci porta in un posto fatato. Non a caso Goreme è famosa proprio per i suoi camini delle fate, comignoli di pietra dove la gente abita, apre alberghi e negozi. Mi pare di essere in una Matera surreale e sbircio nelle finestre, immaginando la forma delle stanze, enormi trulli scavati nella roccia. Il paese a mezzanotte è immerso nel silenzio, la nostra fame ci trascina fuori dall’ albergo alla ricerca di un posto dove mangiare.

Siamo quasi arresi all’ennesima saracinesca chiusa quando intravedo dei ragazzi seduti in una luce azzurrognola: è l’unico pub aperto. Un miscuglio di lingue ci dà il benvenuto, sorridiamo ai ragazzi spagnoli che erano con noi nella navetta dall’ aeroporto e ci perdiamo nei riflessi dorati di una meritata birra.

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