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Me ne vado il Turchia: Omero e il castello di cotone

admin
Novembre14/ 2012

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di Mariarosaria Petrasso

Quando viaggio ho la bislacca abitudine di portare con me un libro che parli di un Paese che non sia quello in cui mi trovo. In Thailandia portai l’Africa raccontata in Ebano di Ryszard Kapuscinski. Stavolta mi fa compagnia il Cile di Isabel Allende nel suo Il mio paese inventato. È un viaggio duplice: quello che scorre dai finestrini e quello che salta fuori dalle pagine di un libro.

I viaggi sono anche piccoli e continui addii, non si sa dove finisce la nostalgia e dove inizia la curiosità di vedere nuovi posti. A salutarci alla stazione di Goreme i randagi del paese, innamorati di Andrea che ormai ha accarezzato cani di mezzo mondo.

Dieci ore di autobus notturno e un’attesa estenuante nella hall di un albergo che non è il nostro, ci portano a Pamukkale, il castello di cotone. Un costone di travertino bianchissiamo che si risale a piedi nudi, mentre acqua tiepida scende a riempire delle vasche. Sarebbe anche suggestivo se gli schiamazzi della gente, la mania di voler toccare ogni cosa con il rischio di rovinare un’ opera che la natura ha impiegato centinaia di anni per costruirla, non ci avessero fatto salire una certa indignazione e la voglia di scappare via il prima possibile.

E dai tempi di Hierapolis, i ruderi della città romana in cima alla collina, tutto è stato irrimediabilmente rovinato. Gli scarichi delle acque degli alberghi e le costruzioni, hanno inquinato una parte delle sorgenti termali distruggendo parzialmente questa meraviglia. Passeggiamo nel parco archeologico con lo sguardo assuefatto dai ruderi che ci sono familiari, quando il mio sguardo viene catturato da un cartello scritto in italiano. La scoperta e la ricostruzione dell’anfiteatro di Hierapolis è opera italiana. È proprio vero che il meglio riusciamo a darlo solo all’estero.

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Con la faccia schiaffeggiata da un vento gelido, ritorniamo in paese. Le guide turistiche sbiadite dal sole e con il cellophane sbrindellato, i negozietti fermi a qualche decennio fa con vecchi souvenir impolverati e gli uomini con lo sguardo stanco e un po’ rassegnato in attesa di una stagione senza turisti. Alle nove di sera è già tutto chiuso.

La mattina, dopo aver dormito in un ostello che sapeva di naftalina, prendiamo un autobus per Izmir. Mentre Andrea fa i biglietti, seguo con lo sguardo una donna che rincorre un bidone trascinato dal vento. Sorride, mentre un cane con una bandiera coreana al posto del collare viene a rubare una carezza alla mia mano.

Dopo giorni di silenzio, l’essere cosmopolita di Smirne (Izmir) ci cattura. L’umanità che sfila sull’interminabile lungomare che chiamano kordon e i mille negozi del quartiere di Alsancak tracciano il confine tra la lentezza della Cappadocia e la frenesia delle grandi città. La modernità delle strade larghe si mischia alla tradizione del mercato labirintico che riusciamo a vedere all’ ora di chiusura, mentre i gatti rovistano nei rifiuti e un uomo cerca un paio di scarpe tra quelli abbandonati vicino ad una saracinesca abbassata.

Cerchiamo un posto dove mangiare tra le centinaia di locali affacciati sulla baia e scopriamo che anche qui è domenica: il verde del campo di calcio salta fuori dagli schermi piazzati ovunque, mentre le tifoserie seguono i rimbalzi del pallone, perfino una signora in abito da sposa è ipnotizzata dalla partita, mentre beve un generoso bicchiere di birra.

Di questa città, che preferiamo alla vicina Efeso, rimane ben poco di antico dopo l’incendio del 1922. La torre dell’ orologio Saat Kulesi dei primi del Novecento e la Konak Camii sono gli unici segni di un passato nemmeno troppo lontano. Ma è uno spaccato di normalità, una quasi anonima città turca dove c’è la possibilità di confondersi tra la gente senza essere notati come turisti.

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Il mercato continua a rimanere la nostra passione. Ci passiamo l’intera mattinata, parliamo con le persone che non conoscono una parola d’inglese e veniamo fermati da un signore con la cortesia nei gesti che ci parla un quasi perfetto italiano e ci accompagna fuori dal labirinto di bancarelle e profumi in cui ci era piaciuto perderci.

È questa la vera meta del nostro viaggio: incrociare umanità.

 

ME NE VADO IN TURCHIA: IL DIARIO DI VIAGGIO (qui)

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