• domenica 14 Agosto 2022

Huelga general, cronaca dall’ex paradiso spagnolo

marco panettieri
marco panettieri
Novembre16/ 2012

foto di Clara Morales

di Marco Panettieri

(da Siviglia, Andalucia, Spagna)

Lo sciopero generale proclamato in 23 Paesi era particolarmente atteso in Spagna. Il drastico panorama di disoccupazione e indebitamento che stringe la morsa attorno ai giovani spagnoli e alle loro famiglie ha favorito la nascita dei celebri movimenti di democrazia reale che culminarono l’anno scorso nell’occupazione permanente della Puerta del Sol di Madrid e di numerose piazze in molte altre città spagnole. Poche settimane fa, le incredibili immagini dell’assedio pacifico al parlamento spagnolo, rovinato e snaturato da pochi violenti, che in molti hanno identificato con i classici infiltrati di nostra cossighiana memoria.

Al mio ritorno in terra iberica, Siviglia mi accoglie subito con un corteo immenso di scioperanti. Decido di aderire in barba alle trattenute sullo stipendio e al jet lag virginiano. Sarò uno dei pochi del mio Istituto di ricerca a scendere in piazza, solo il 13 % dei miei colleghi con un posto fisso ha deciso di rinunciare a 50-80 euro pur di manifestare il proprio dissenso, nonostante i tagli barbari che il governo Rajoy ha portato a termine nell’ambito della Ricerca. Forse gli scioperi stanno diventando troppo frequenti per i miei colleghi.

foto di Antonio Gonzales

A giudicare dai negozi chiusi in centro e dal serpentone che si snoda nella via principale, l’adesione deve essere stata abbastanza alta, ma gli organizzatori si sono rifiutati di fornire cifre. Dopotutto sarebbe matematicamente complicato stimare quanti lavoratori sono in strada in una città dove la disoccupazione sfiora il 30%. Siviglia non è Barcellona, dove ogni manifestazione in piazza si trasforma nello sfogo dei sentimenti indipendentisti di molti, e nemmeno Madrid, dove si concentra lo zoccolo duro degli Indignados. Il corteo si svolge in maniera pacifica, qualche palloncino alla vernice usato per imbrattare gli storici palazzi delle banche in centro, qualche slogan pittoresco cantato dai Biris Norte, gli ultras del Sevilla FC, ma poco altro. La domanda ricorrente riguarda quanti mesi di “paro” restano ai partecipanti, il sussidio ai disoccupati fortemente voluto da Zapatero e fortemente a rischio ora sotto il governo del Partido Popular. Ricorrendo la Avenida de la Costituciòn e fiancheggiando la maestosa cattedrale, mi ritorna in mente il 2008, quando vidi Siviglia per la prima volta. Mi sembra siano passati 40 anni.

Poche storie, quando arrivai qui Siviglia sembrava il paradiso. Una città che mischiava tradizione e modernità, ben collegata, perennemente in festa, piena di occasioni di lavoro. Anche le due squadre di calcio sembravano poter rivaleggiare con Barça e Real. I turisti che affollavano il centro potevano assistere alle numerose esibizioni culturali d’alto livello, avere la sensazione di stare in una modernissima città europea e contemporaneamente bere una birra per un euro e mangiare tapas per due euro. Solo le ultime cose sono rimaste costanti in questi 4 anni. Erano gli ultimi fuochi d’artificio dei Socialisti al governo, prima del gran botto. Case per tutti, credito facile, tassazioni basse, una richiesta di mano d’opera incredibile per far fronte alla speculazione edilizia. La Spagna costruiva in un anno più case di Italia, Francia e Germania messe assieme. Le politiche socialiste di Zapatero elargivano aiuti per tutti, per gli affitti, per l’edilizia popolare, per i nascituri, per le nuove imprese, per i disoccupati di lungo corso, per i giovani ricercatori. La cattolicissima Spagna era diventata di colpo uno dei Paesi che riconosceva più diritti agli omosessuali, alle coppie di fatto e alle altre religioni. Il tutto attirava persone da tutto il mondo per vivere, lavorare e studiare, creando un melting pot molto godibile.

Zapatero, diventato premier a sorpresa dopo gli attentati nella metro di Madrid e le bugie a riguardo del Partido Popular, sfruttava il benessere fittizio creato dalla bolla immobiliare scatenata da Aznar senza sospettare del caos subprime in agguato. Rimarrà per sempre nella storia la frase pronunciata sull’orlo del baratro in cui definiva l’economia Spagnola “da Champions League”. Quattro anni dopo, sembra che sul paradiso sivigliano si sia abattuto un meteorite. In città la metà giovani non ha lavoro, molti credevano che senza studiare avrebbero potuto continuare guadagnare più di 2000 euro al mese impastando cemento nella miriade di cantieri aperti in città. Senza cantieri e senza preparazione, non c’è più nessuna opportunità per loro. Altri si sono addentrati in una selva di corsi e master costosi e per nulla formativi, scoprendo che le qualità che posseggono non sono del livello richiesto dalle aziende straniere.

foto di Clara Morales

Continuano a tenere botta solo le strutture alberghiere o prettamente turistiche, la città continua ad essere bellissima e piena di storia, ma le presenze crollano a causa della crisi e i contratti a termine a camerieri e receptionisti spesso non vengono rinnovati.
L’allegro sistema bancario spagnolo è sull’orlo del fallimento un giorno si e l’altro pure, il credito alle aziende non esiste più, anche perché alcuni preferirono investire e finanziare affari folli come la vicenda Florentino Perez che compra Kaká e Cristiano Ronaldo mandando in fallimento Bankia. Così chi stipulò ipoteche 40ennali per le case di edilizia popolare si ritrova adesso con tassi al limite dell’usura e il rischio di sfratto. Le banche spagnole sono diventate di fatto le maggiori agenzie immobiliari.

Anche il partito socialista è un lontano ricordo. I lunghi mesi passati negando la crisi non hanno aiutato a esorcizzarla, le dimissioni di Zapatero non sono servite a molto. Al suo posto le elezioni le ha perse Rubalcaba, uno che farebbe sembrare effervescente persino Bersani.

Ora comanda don Mariano, pacioccoso notaio milionario, leader privo di carisma che ha vinto per palese assenza di avversari con il suo partito di derivazione franchista travestito da moderato. Vince mentendo, come va di moda, “niente tagli, niente tasse, più lavoro” diceva in campagna elettorale. Aumento dell’IVA e tagli le sue prime decisioni prese, annunciate da personaggi di secondo piano, senza mai far apparire il suo faccione barbuto. Il “Mentiroso” come viene amichevolmente definito dagli Indignados si nasconde dietro il più celebre dei “ce lo chiede l’Europa” per abolire tutti gli aiuti sociali di derivazione zapateriana salvaguardando però i benefici delle banche e degli impresari vicini al PP. I delusi che lo votarono abboccando alle sue promesse dicono sfiduciati “non possiamo farci niente, decide la Merkeltentando di scagionare un partito che rischia di riportare indietro la Spagna di 40 anni: i fedeli al generalissimo da un lato e i morti di fame dall’altro.

Già, perché il problema è proprio questo, la Spagna s’era illusa di aver avuto un boom economico, ma aveva avuto solo un boom speculativo e creditizio. Arrivato il momento di restituire i prestiti, le famiglie si sono scoperte povere e instabili. In Italia, dal dopoguerra alla fine del secolo scorso, le famiglie avevano avuto più di 50 anni per accumulare un po’ di risparmi e concedersi qualche lusso. In Spagna la democrazia nasce nel 1975, dopo 40 anni di dittatura sanguinosa. In soli 30 anni sorpassano l’Italia in termini di prodotto interno lordo poco prima di cadere nel baratro a bordo dei vuotissimi vagoni delle modernissime e carissime linee di alta velocità, una montagna russa in cui nessuno si aspettava una discesa tanto ripida. Rajoy non ne ha alcuna intenzione, ma sarebbe meglio iniziare a ridistribuire la ricchezza prima di ritrovarsi a compartire la povertà, un monito che in tanti dovrebbero seguire.

Nel frattempo si sciopera e, per quanto possa servire, si sogna Marinaleda, il paesino andaluso amministrato da 20 anni seguendo i dettami del comunismo.

marco panettieri
marco panettieri

Il nome lo eredità da Tardelli, non il fiato. Cervello in fuga in attesa di nuova ricollocazione geografica. Scrive in italiano perché non vuole dimenticare la sua seconda lingua nativa. Al dialetto ci pensano i parenti.

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