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SISMA | Il terremoto cileno di Pablo Neruda

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Aprile02/ 2014

neruda

Roberto Ampuero, letterato di Valparaìso, ci ha insegnato che in Cile dove ci sono due persone ci sono tre partiti e che si cresce con almeno una certezza: a ogni capo di Stato corrisponde un terremoto. Quello di Michelle Bachelet arrivò nelle ultime ore del suo mandato e ieri alle 19 è arrivato quello di Sebiastian Pinera. Il terremoto in Cile, la terra più antica del mondo, è sempre un evento tremendo, ineludibile e ciclico, che come tale attraversa la storia dell’umanità e la segna in modo profondissimo. Nella inimitabile letteratura sudamericana racchiude la lezione di eternità negata al destino precario dell’uomo. Ne hanno scritto nei secoli poeti e scrittori capaci di replicare con la loro opera quella lezione di eternità della natura e questa è forse la cosa più affascinante da ricordari all’indomani di un nuovo terribile sisma e del terrore chiamato tsunami ormai in tutto il mondo.

Il libro delle pietre di Pablo Neruda, innanzitutto. Un’opera rara che racchiude i poemi de “Le pietre del Cile” e “Le pietre del cielo”. L’immortale voce del Cile vede riflettersi nell’immortalità delle pietre povere l’immortalità della sua patria e nella bellezza delle pietre ricche – dal quarzo al turchese, allo smeraldo, allo zaffiro, all’agata marina, al topazio, alla cornalina, all’ametista… – la bellezza del cielo. Il grande letterato Giuseppe Bellini ha spiegato che in questi inquieti versi del poeta “mentre il tempo scorre senza scalfire la materia dura, esercita impietoso il suo potere sull’uomo, in un rapido processo di distruzione che lo conduce al nulla”. Il cammino sulla pietra metafora dell’esistenza umana è centrale anche in tanti altri inni americanisti. I passi di Vargas Llosa, Jorge Luis Borges, Luis “Cholo” Nieto ne sono solo una piccola ma vigorosa rappresentazione. Restando per comodità di spazi in Cile però, è opportuno citare la soluzione di Luis Sepulveda. La sua cronaca dei due minuti d’inferno a 8.5 gradi Richter il primo di marzo del 2010 finì sui giornali di mezzo mondo e nel suo libro “Il mondo alla fine del mondo”, che inizia e finisce con un ragazzo intento a leggere “Moby Dick” di Herman Melville, la protesta contro una delle tante cieche follie dell’uomo contro la natura rappresenta qualcosa di più profondo. Il grido indignato della natura ferita diventa anche canto ammaliatore e questo lembo estremo del pianeta chiamato Cile si trasforma, simbolicamente, il luogo dell’apocalisse ma anche l’universo in cui l’uomo ritrova l’unione con le proprie origini, l’armonia con gli elementi e, soprattutto, un anelito indistruttibile alla speranza.   

E’ il caso però di riconsegnare la voce a Don Pablo e al suo racconto del terremoto cileno racchiuso nelle righe di “Confesso che ho vissuto” l’ineguagliabile biografia del grande poeta di Temuco.

Valparaìso a volte si scuote come una balena ferita. Barcolla nell’aria, agonizza, muore e resuscita.

Ogni cittadino, qui, porta dentro di sé un ricordo di terremoto. E’ un petalo di terrore che vive attaccato al cuore della città. Ogni cittadino è un eroe ancora prima di nascere. Perché nella memoria del porto c’è questa sventura, questo scuotersi della terra che trema e il cupo boato che viene dal profondo, come se una città sottomarina e sotterranea facesse suonare i suoi campanili sepolti per dire all’uomo che è tutto finito.

A volte, quando i muri e i tetti erano ormai crollati fra la polvere e le fiamme, fra le urla e il silenzio, quando ormai tutto sembrava definitivamente acquietato nella morte, dal mare uscì, come l’ultimo terrore, la grande onda, la grande mano verde che, alta e minacciosa, si leva come una torre di vedetta spazzando via la vita che rimaneva alla sua portata.

Tutto comincia a volte con un vago movimento, e quelli che dormono si svegliano. L’anima fra i sogni comunica con profonde radici, con la sua profondità terrestre. Ha sempre desiderato saperlo. E ora lo sa. Poi, nel grande sussulto, non c’è dove riparare, perché gli dèi sono fuggiti, e le chiese superbe si sono trasformate in zolle sbriciolate.

Non è lo stesso terrore che suscita il toro iracondo, il pugnale che minaccia, o l’acqua che s’inghiotte. E’ un terrore cosmico, un’istantanea insicurezza, l’universo che crolla e si dissolve. E intanto, la terra risuona d’un sordo tuono, con una voce che nessuno le conosceva.

La polvere che le case sollevarono crollando a poco a poco s’acqueta. E noi restiamo soli con i nostri morti e con tutti i morti, senza sapere perché siamo ancora vivi”. 

(S. Alfredo Sprovieri)

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